Articoli categoria ‘Racconti’
L’amico Tommasino
Un dialogo, nell’attesa
Romano Fea, volontario Anapaca, è scrittore e giornalista attento e sensibile ai problemi umani.
Io, io, chi mai sarò io?
M’accostai al letto immerso nella penombra. L’uomo disteso era immobile, neppure si volse per veder il nuovo arrivato. Non mi meravigliai, poiché la famiglia mi aveva preavvertito: “… non ama i convenevoli, parla di sé soltanto in terza persona. È in profonda crisi d’identità. La malattia l’ha prostrato.”
Festa di compleanno
Quella mattina scese dal letto con fatica, una fatica immotivata che l’aggrediva alle articolazioni e rendeva penoso ogni movimento. Perché mai uscire dal letto? Per fare che, cosa mai ci sarà da fare in queste stanze silenziose, vuote? Che cosa potrà essere mutato da ieri sera? E, peraltro, che cosa farei nel letto … di dormire non se ne parla e poi se un desiderio mi rimane, è solo questo: un caffè, un caffè per accontentare la tradizione, l’abitudine: perché i tentativi di uscire dalle abitudini sono sempre più snervanti che il semplice soggiacervi.
Affacciata alla finestra prese un caffè di malavoglia reggendo la tazzina tra le dita gonfie e avvolgendo i brividi nella camicia da notte. La via era vuota, lucida della pioggia autunnale. Le file dei bambini della scuola elementare sono ormai passate, tra ombrelli colorati e grida gaie. Ora quei piccoli sono al sicuro nelle aule, alle prese con l’analisi grammaticale e le radici quadrate. Con questo tempo i vecchietti non usciranno, disse tra sé, la pioggia li trattiene in casa a sbadigliare.
Bullo e Pupa
Romano Fea, volontario Anapaca, è scrittore e giornalista attento e sensibile ai problemi umani.
Avvizzire. Fiorire!
Romano Fea, volontario Anapaca, è scrittore e giornalista attento e sensibile ai problemi umani. 
Alzo gli occhi e la sorprendo ad osservarmi. Capelli neri, lunghi, un abitino estivo, gli occhi di giovane ragazza fissi su me. Come s’accorge d’essere stata scoperta, abbassa lo sguardo su un giornale che tiene sulle ginocchia. Decido di ignorarla per qualche minuto, poi m’accorgo che ha ripreso a scrutarmi: a questo punto la fisso anch’io con deliberata ostentazione ed ella questa volta mi sorride. Decido che non è, non può essere una sfrontata e sorrido anch’io. Così finisce il primo giorno. La settimana successiva, sempre di giovedì, torno all’ospedale per la chemio, ed eccola seduta sulla stessa sedia, in attesa. Questa volta sono io a sorridere ed ella mi risponde con un gesto della mano e un sorriso partecipe, come se ci conoscessimo da sempre. Mi siedo vicino a lei e le dico il mio nome. Ella risponde con un minimo d’imbarazzo: -Ofelia. Di questo nome mi vergogno un po’ … in gioventù mia madre faceva la traduttrice e le è accaduto di dover tradurre l’Amleto in versi.-




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