• venerdì 20 ottobre 2017

Che cos’è che trasmigra

rinascitaEstratto da Il sentiero della Non-dualità di Raphael. Collezione Vidya.

 D. Si parla di reincarnazione, metempsicosi, rinascita, trasmigrazione, ma cosa vogliono dire questi termini? E chi è che rinasce o trasmigra?

R. In tutti i rami tradizionali si è sempre posto il problema della rinascita. La Tradizione misterica occidentale parla, appunto di metempsicosi, quella orientale – e in essa si può includere il Buddhismo, il Taoismo e il Jainismo – di trasmigrazione o rinascita. Il concetto di trasmigrazione, o rinascita, implica ovviamente che c’è qualcosa che va e che viene, che crea cambiamento o movimento di stato. Potremmo ulteriormente chiederci: perché si trasmigra, perché si rinasce? Questo punto è molto importante e anche molto discusso. Prima di tutto potremmo porre il problema in termini metafisici: il “nato”, se è veramente tale, non può rinascere una seconda volta; ciò che non è nato non può nascere e venire all’esistenza, essendo un eterno presente, un assoluto, una costante; l’inesistente poi non può né nascere né esistere o essere.

Dunque, se la costante-ātman, Spirito puro, l’Assoluto in noi o il puro Essere non può né nascere perché semplicemente è, né quindi trasmigrare perché non è soggetto a cambiamento, allora che cosa è in noi che trasmigra? E perché trasmigra e rinasce? Per capire chi rinasce e perché, dovremo conoscere la costituzione dell’ente manifestato nei suoi componenti psico-fisici; in questo modo potremo meglio affrontare l’intero problema. Secondo la Tradizione misterica occidentale, l’uomo è la sintesi di noūs, psiche’ e sōma; secondo quella vedānta esso è la sintesi di ātmā, jīva e jīvabhūta. Il noūs, come l’ātmā, essendo la costante, l’immortale, il non-nato e l’assoluto in noi, non può ovviamente essere soggetto a nascita e trasmigrazione. L’immortale non può divenire mortale, né il mortale divenire immortale, dice Gaudapāda nelle sue kārikā alla Māndukya Upanisad.

Il corpo o i corpi dell’ente, essendo perituri come i tafani, si disintegrano e i loro elementi ritornano al piano e all’elemento esistenziale da cui sono stati tratti. Non possono trasmigrare né rinascere perché, essendo dei composti, si sciolgono, si disintegrano e non lasciano dietro di sé alcuna traccia. Il jīva, o psiche’, è un riflesso coscienziale dell’ātmā-noūs, è un raggio di pura coscienza che, per quanto semplice raggio, ha in sé volontà-essere, intelligenza-coscienza e creatività. Esso attira a sé una quantità di sostanza dai piani esistenziali dell’Essere, creandosi i corpi di manifestazione con i quali poter esperire i vari oggetti dei sensi. “Un eterno frammento di Me, divenuto nel mondo dei mortali un`anima vivente, (jīvabhūta), attira a sé i [cinque] sensi e la mente (manas), come sesto organo, i quali trovano fondamento nella prakrti” (Bhagavadgītā: XV, 7). Se l’ātmā appartiene allo stato dell’Essere – per cui essendo immortale non può trasmigrare , se il corpo appartiene alla condizione di non essere, per cui non ha vita propria e aseità, allora l’attenzione va posta su due dati importanti: il riflesso jīva-psiché e le “qualità” che rappresentano il “profumo” della sostanza.

D. Che cosa sono le qualità di cui abbiamo parlato?

R. Le qualità – sattva, rajas, tamas – sono stati allotropici di prakrti (sostanza-materia). Un istinto, un desiderio, una passione, ecc. sono qualità della prakrti; queste qualità si manifestano con un corpo-veicolo e, se coagulate, sopravvivono allo stesso corpo. Il profumo nell’aria permane anche quando, ad esempio, un fiore è scomparso, o la boccetta del profumo si è rotta. Un piacere-dolore, determinato da un evento, permane anche quando l’evento non c’è più, è svanito. Mentre il corpo (sōma-sthūlašarìra o jīvabhūta) fornisce lo strumento del piacere-dolore o delle qualità, queste, quando sopravvivono, aderiscono a quel riflesso di coscienza che rappresenta lo sperimentatore. Diremo che: ideali, sentimenti, istinti, ecc. possono sopravvivere alla morte del corpo fisico. E poiché tali qualità appartengono alla dimensione dello psichico, possiamo concludere che lo psichico (che non è il Sé) può sopravvivere al fisico.

D. In termini psicologici come potremmo esprimerci?

R. Un contenuto psichico cristallizzato può sopravvivere allo scioglimento del composto fisico. Il Vedānta parla, infatti, di vāsanā, di samskāra, che rappresentano le “colorazioni”, gli odori, le tendenze, le predisposizioni qualitative psichiche. Queste immagazzinate nella propria spazialità e non risolte sopravvivono alla morte del corpo.

D. Come si costituiscono le vāsanā?

R. Quando il riflesso coscienziale esperisce e aderisce alla qualità crea una vāsanā, o un contenuto; diremo che l’energia si solidifica e diventa massa. E’ ovvio che in questa condizione lo sperimentatore diviene necessitato (condizionato) al contenuto che, sempre più alimentato, diviene potente fino a dominare lo stesso sperimentatore. La potenza energetica del sogno domina il sognatore.

D. Allora perché si trasmigra?

R. Si trasmigra perché i contenuti-massa qualitativi non risolti nell’energia inqualificata chiedono espressione su quel piano esistenziale in cui possono trovare maturazione e sgravio.

D. Ma è lo stesso individuo che trasmigra?

R. Quell’individuo, con un nome e una forma, non può trasmigrare perché non esiste più alla morte dei veicoli. L’io empirico è il risultato della combinazione ahamkāra-veicolo; quando il veicolo sparisce l’ahamkāra ritorna allo stato potenziale. E quando spariscono entrambi non c’è più individualità, c’è la persona nel suo stato sopraindividuale. Le qualità in sé non hanno nome, né il “riflesso di consapevolezza” ha nome. Le qualità si individualizzano mediante i veicoli e il “senso dell’io” (ahamkāra). Un nome è l’indicazione di un complesso energetico che si è individuato, che si è determinato, che si è imposto una circonferenza. Diremo che nella maggioranza dei casi gli individui sono solo medium passivi nelle mani di “enti-qualità” (guna) che cercano espressione o maturazione.

D. L’incarnazione è una scuola per avanzare ed evolvere verso l’ātman?

R. La Tradizione unica non ha mai insegnato il concetto evoluzionistico. Potremmo porre il problema in termini metafisici: l’ātman, o l’Essere, per il fatto che è e non diviene, non può evolvere. Le qualità non evolvono ma mutano semplicemente aspetto, il caldo e il freddo non evolvono, come non evolve l’odio o l’amore. L’individualità, con un nome e una forma, non evolve (può trovare un eventuale adattamento), perché essa è la sintesi di un composto energetico che si esprime nei vari aspetti qualitativi (guna); essa nasce e muore.

D. È esatto parlare di reincarnazione?

R. Dipende dall’accezione che si vuol dare a tale parola. Diremo che il problema potrebbe essere posto in termini diversi. Se consideriamo che l’universo, o la manifestazione, è composto di tre stati o livelli vibratori, formanti comunque un’unità, allora possiamo notare che il jīvātman si trova ora su uno ora su un altro livello esistenziale; i suoi sono, così, “passaggi di stato”, di condizione, e questi passaggi – possiamo chiamarli con il termine di trasmigrazione – sono determinati dai guna e dalle vāsanā individuate e cristallizzate. Si può ancora dire che come un individuo, sospinto da certe istanze-qualità, trasmigra, ad esempio, dall’Europa in America, cambiando quindi condizione di vita, così il “riflesso coscienziale”, sospinto da certe qualità, trasmigra da uno stato ad un altro, o da un mondo (loka) ad un altro. In tutto questo non vi e niente di drammatico e tragico; è un evento che si svolge automaticamente (nella maggior parte dei casi), innocentemente e naturalmente. Se l’evento è ritenuto drammatico, spesso tragico, è perché l’ente non ha consapevolezza del processo di trasmigrazione, oppure è prigioniero del semplice timore del “cambiamento”.

D. Dunque, non è l’io dell’oggi, l’io di questo tempo-spazio che trasmigra?

R. L’io empirico è un semplice fenomeno correlato al tempo-spazio. L’io empirico di un determinato momento non è l’io empirico di un altro momento. In un tempo-spazio possiamo dirci: io sono felice, in un altro tempo-spazio, che può essere susseguente a quello, possiamo dirci: io sono in conflitto. I due io non sono gli stessi, perché si annullano nella loro contraddizione. L’io empirico è un contingente, un momento espressivo di qualità (guna).

D. Così è l’Anima che si reincarna o trasmigra?

R. Secondo la Tradizione, l’Anima stessa è un semplice riflesso dello Spirito puro o ātman, la quale è pur sempre un non-assoluto; essa dimora su una dimensione (taijasa superiore) che non è quella fisica densa (visva); da quella dimensione, come prima si accennava, mediante un suo raggio di Coscienza, si esteriorizza sul piano di taijasa inferiore (il piano astrale dell’Occultismo occidentale) e su quello di višva (fisico denso). Il suo movimento (trasmigrazione) produce espressioni di qualità, cause ed effetti; se l’io empirico – correlato al fisico denso, al corpo vitale (präna) e a quello mentale – è un semplice contingente, il jīvātman è relativamente persistente, sì da apparire come eterno all’io empirico. Ma la trasmigrazione-movimento di una qualità avviene anche nella stessa incarnazione.

D. E come è possibile?

R. Per esempio, un desiderio nasce (inizio del movimento), tende verso un particolare oggetto (traiettoria del moto) e muore con la sua soddisfazione e maturazione. Se presupponiamo che il seme-germe (vāsanāsamskāra) del desiderio non sia risolto, avviene gradatamente che un nuovo desiderio nasce e trasmigra verso altro oggetto per morire in esso. Fino a quando sussiste la radice, o il germe, del desiderio, la qualità (guna) trasmigra da un oggetto ad un altro, da uno spazio ad un altro. E ovviamente l’io-desiderio di un momento non è l’io-desiderio di un altro momento, perché l’io empirico, essendo divenire-movimento, non è una costante, in altri termini non è l’Essere, come non l’Essere lo stesso jīvātman.

D. Questi enti-qualità devono trasmigrare necessariamente sul piano fisico-denso?

R. Questi enti-qualità cristallizzati migrano là dove possono esprimersi, manifestarsi, seguendo la legge dell’attrazione-repulsione, o della sintonizzazione. Negli stati molteplici dell’Essere vi è un posto per le espressioni di tutte le possibili qualità della prakrti.

D. Per il Liberato esiste la reincarnazione?

R. Se è Liberato, non può più trasmigrare; per lui ogni movimento-divenire è cessato; il Liberato è tornato nella sua vera Patria (“Il mio Regno non è di questo mondo”), e non vuole andare da nessuna parte; non avendo vāsanā, né qualità individuate da esprimere, non ha desiderio, non ha passato né futuro. La trasmigrazione implica qualcosa di non compiuto, di non-pienezza, ma per chi sta fermo, come il mozzo di una ruota, non v’è più un andare e un venire, un nascere e un morire perché tali eventi appartengono ad una coscienza che non ha compreso la sua stessa essenza.