• sabato 19 agosto 2017

Elogio della pigrizia

pigrizia  Due topi del Mit cambiano la scienza dell’apprendere. E dimostrano che perdere tempo   aiuta  l’intelligenza. Colloquio con Jon Kabat-Zinn di Paola Emilia Cicerone, Espresso.it

Tutto è cominciato con due topini in gabbia al Massachusetts lnstitute of Technology. E due ricercatori, David Foster e Matthew Wilson, che hanno installato una serie di elettrodi nel cervello di questi animali, più precisamente in un gruppo di neuroni situati nell’ippocampo, area che gioca un ruolo essenziale nei processi di apprendimento e memorizzazione. E hanno osservato che quando i ratti smettono di esplorare l’ambiente in cui i ricercatori li hanno inseriti, fermandosi un attimo come a bighellonare, i loro neuroni continuano ad attivarsi secondo lo stesso schema con cui si erano attivati durante l’esplorazione. Però vanno a ritroso, e a velocità accelerata. Perché? Nessuno aveva mai osservato questo curioso processo

cerebrale, e i neurobiologi del Mit hanno avanzato su “Nature” del 21 febbraio scorso una spiegazione che a molti sembra convincente: il movimento a ritroso dei neuroni eseguito durante un momento di pigrizia dei topini potrebbe servire a fissare immediatamente l’esperienza nella memoria riorganizzando le informazioni appena acquisite, come ad esempio la posizione del cibo. Per ora l`esperimento riguarda solo i ratti, ma secondo Wilson e Foster tutto fa pensare che i nostri meccanismi di apprendimento non siano molto diversi. E che, come i ratti, anche il nostro cervello possa sfruttare le pause di ozio per ripercorrere e assimilare l`esperienza appena vissuta. Significa che per capire meglio cosa ci conviene fare o dire dovremmo smettere di fare tutto in fretta e allo stesso tempo? L’abbiamo chiesto a Jon Kabat-Zinn, professore emerito di medicina all`Università del Massachusetts e fondatore, presso la stessa università, della celeberrima Stress Reduction Clinic, che, nell`ultimo libro “Riprendere i sensi” pubblicato da Corbaccio, invita a fermare la frenesia.

Kabat-Zinn, lei ha definito gli Stati Uniti «un’intera nazione in deficit di attenzione». La frenesia ci sta facendo diventare stupidi?

 «Siamo continuamente stimolati a riempire il nostro tempo, ad andare altrove, a ottenere ciò che sembra mancarci. Siamo bombardati dalle informazioni, e continuamente distratti. Negli Stati Uniti c’è una sofferenza diffusa, la sensazione è di continuare a correre per rimanere sempre allo stesso posto. In Italia non siete ancora a questo punto. Qualche anno fa ho passato un po’” di tempo in una cittadina toscana, e mi sono stupito vedendo come le persone trovassero ancora il tempo per tornare a casa a pranzo, per prendersi delle pause. Anche da voi però le cose stanno diventando sempre più frenetiche. La gente cerca di fare cento cose insieme, di fare “multitasking”: come si dice in italiano?››.

Multitasking: abbiamo importato la parola, insieme al comportamento.

«Già: parlare al telefono e contemporaneamente rispondere a una mail, scrivere un appunto, rispondere ai figli o a un collega. Il problema è che cercando di fare cento cose contemporaneamente in realtà non dedichiamo attenzione a nessuna di queste. Quante volte ci succede di percepire, parlando al telefono con qualcuno, che la persona non ci presta attenzione perché sta scrivendo o leggendo? Dovremmo fare come il giocoliere, che impara a tenere in aria tante palline contemporaneamente senza farle cadere».

Oppure ?

«Fermarsi un attimo. È un atto di saggezza, e di generosità verso noi stessi. Che può avere effetti sbalorditivi: ho visto manager iscritti a un seminario contro lo stress scoppiare in lacrime perché gli avevo chiesto di fare una pausa, di dedicare qualche minuto ad ascoltare le loro percezioni in quel preciso momento. Non c’erano abituati. Il problema è che siamo abituati a seguire il lavorio della nostra mente, e questo c’impedisce di stare nel presente. Pensiamoci: quando siamo sotto la doccia, stiamo davvero lì? Nella maggior parte dei casi, stiamo rimuginando quello che abbiamo appena fatto, oppure pensiamo a quello che dovremo fare subito dopo. E invece sarebbe importante rallentare, per conservare la consapevolezza ››.

Cosa intende per consapevolezza?

«Stare nel momento presente, prestare una sorta di attenzione affettuosa al mondo intorno a noi. Che ci permetta di vedere davvero le cose, senza giudicarle».

Per questo ci invita a “riprendere ì sensi”?

«Proprio attraverso i nostri sensi – e quello che possiamo chiamare una coscienza non conscia, un sesto senso che coordina gli altri – possiamo sperimentare il momento presente. Se pensiamo a grandi artisti come Leonardo o Mozart, abbiamo la sensazione che loro potessero vedere, o sentire, in modo diverso da noi. Imparare a guardare e ad ascoltare davvero può far emergere le potenzialità creative che ci sono in ognuno di noi. Cosi possiamo capire meglio il mondo, ma anche riservare attenzioni importanti alla nostra salute».

Quali?

« Mettere a riposo il sistema cardiovascolare, riequilibrare il sistema nervoso, stimolare positivamente il sistema immunitario. Abbiamo un numero crescente di studi che lo dimostrano. E i miei 27 anni di esperienza con il Centro per la riduzione dello stress dimostrano che questo meccanismo può essere attivato in chiunque, con risultati straordinari. Basta un corso di otto settimane per modificare il modo in cui il nostro organismo reagisce allo stress. Come confermano le più recenti scoperte sulla plasticità neuronale».

E per i disturbi psicologici?

«Uno studio recente mostra che in persone sane il programma di otto settimane genera un significativo incremento dell’attivazione dell’emisfero cerebrale sinistro, che corrisponde a più emozioni positive e a una risposta più efficace allo stress. Ci sono anche ricerche molto interessanti sulla consapevolezza usata in combinazione con la terapia cognitiva per trattare ansia e soprattutto depressione».

Consapevolezza: usa questo termine nel senso della tradizione buddhista?

«A chi mi chiede se sono buddhista, rispondo che studio meditazione buddhista. Studiando con le tecniche di imaging i cervelli dei monaci buddhisti in meditazione abbiamo visto che loro sono in grado di descrivere soggettivamente le loro esperienze interne, individuando le stesse variazioni che noi possiamo riscontrare con gli apparecchi, e anche di riprodurle volontariamente. Mi piace pensare a Buddha come a un ricercatore che usava i sistemi di cui disponeva – le tecniche di consapevolezza – per esaminare il cervello. Come fanno oggi i neurologi›› .

Il buddhismo invita al distacco dalle emozioni. È la chiave per stimolare ì neuroni?

«Non si tratta di rifiutare le emozioni, ma di non esserne preda. Il problema è che la cultura occidentale ci rende difficile distaccarci dall’Io, osservare quello che avviene senza esprimere continuamente giudizi. Invece, se svuotiamo la nostra mente dalle preoccupazioni ossessive che ci assillano, questa diventa uno specchio che riflette quello che avviene».

La consapevolezza è la base per una nuova medicina?

«La salute nasce dal di dentro: oggi è un concetto poco accettato, e non solo per i giganteschi interessi economici che muovono sanità e industria farmaceutica. Il fatto è che siamo abituati a chiedere a medici e chirurghi di aggiustarci come se fossimo macchine rotte, e a dare poco valore alle soluzioni che vengono dal nostro interno. Invece, cominciamo a capire che dobbiamo coinvolgere i pazienti nel processo di guarigione, attingere alle loro risorse interiori. Nei nostri corsi chiediamo alle persone di occuparsi di loro stesse, di imparare ad ascoltare il loro corpo. Anche quando stiamo male, nel nostro corpo ci sono più cose buone che cattive: insegniamo ai nostri pazienti a mettere energia in quello che c`è di buono, e vedere cosa succede. Possiamo anche cambiare il nostro atteggiamento nei confronti del dolore: oggi siamo abituati a cercare risposte radicali, i farmaci o la chirurgia. Ma se proviamo, ad esempio, a prendere coscienza del nostro mal di testa, possiamo capire cosa ci fa soffrire di più, se il dolore o i pensieri che lo accompagnano. Ovviamente questo non basta a far scomparire il dolore, ma aiuta a viverlo in modo diverso, spesso a diminuire l’uso di antidolorifici, comunque a ridurre ansia e tensioni. Un’esperienza liberatoria che può essere molto utile a chi soffre di dolori cronici».

Riprendersi il tempo: per aumentare le nostre capacità cognitive e per stare in salute?

«La nostra vita quotidiana è spesso meccanica, ripetitiva, con le giornate che scorrono velocemente tutte uguali. Passano le settimane, i mesi e quasi non ce ne rendiamo conto. Questo avviene perché il nostro cervello ha bisogno di stimoli››.

Ci chiede di fermarci, e al tempo stesso di attivarci. Non è una contraddizione?

«Non si tratta di agitarsi freneticamente, ma di essere presenti a ciò che si sta facendo, di rendere degni di nota anche i momenti più ordinari della nostra vita. Spesso la prima esperienza che proponiamo ai nostri pazienti consiste nel mangiare, molto lentamente, un chicco di uva passa. Un esercizio del genere produce un immediato risveglio, ci fa concentrare su esperienze che di solito viviamo senza accorgercene. Vivere in consapevolezza significa vivere tutta la vita come se fossimo in vacanza. La vera meditazione, in fondo, è vivere la propria vita». ●