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	<title>A.n.a.p.a.ca</title>
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	<description>Associazioni Nazionale Assistenza Psicologica Ammalati Cancro</description>
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		<title>VIII Giornata Nazionale del Malato Oncologico</title>
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		<pubDate>Tue, 14 May 2013 10:08:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Conoscere il Cancro]]></category>

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		<description><![CDATA[]]></description>
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<p><a href="http://www.anapaca.it/wp-content/uploads/facebook_sms.jpg"><img class="aligncenter  wp-image-1483" title="facebook_sms" src="http://www.anapaca.it/wp-content/uploads/facebook_sms.jpg" alt="" width="579" height="214" /></a></p>
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		<title>Quaderno gotico I</title>
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		<pubDate>Fri, 03 May 2013 14:49:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>segreteria</dc:creator>
				<category><![CDATA[Trasparenze]]></category>

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		<description><![CDATA[QUADERNO GOTICO I &#160; &#160; L’alta, la cupa fiamma ricade su di te, figura non ancora conosciuta, ah di già tanto a lungo sospirata dietro quel velo d’anni e di stagioni che un dio forse s’accinge a lacerare. &#160; L’incolume delizia, la penosa ansietà d’esistere ci brucia e incenerisce ugualmente ambedue. Ma quando tace la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>QUADERNO GOTICO I</strong></p>
<p><span id="more-1476"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’alta, la cupa fiamma ricade su di te,</p>
<p>figura non ancora conosciuta,</p>
<p>ah di già tanto a lungo sospirata</p>
<p>dietro quel velo d’anni e di stagioni</p>
<p>che un dio forse s’accinge a lacerare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’incolume delizia, la penosa ansietà</p>
<p>d’esistere ci brucia e incenerisce</p>
<p>ugualmente ambedue. Ma quando tace</p>
<p>la musica fra i nostri visi ignoti</p>
<p>si leva un vento carico d’offerte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Pari a due stelle opache nella lenta vigilia</p>
<p>cui un pianeta ravviva intimamente</p>
<p>il luminoso spirito notturno</p>
<p>ora noi ci leviamo acuminati</p>
<p>febbrili d’un futuro senza fine.</p>
<p>…..</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Mario Luzi</p>
<p>(<em>da  “La ferita nell’essere”  ed. Passigli su lic. della Garzanti -libri<span style="text-decoration: underline;"> )</span></em></p>
<p>L’abbrivio di questa poesia sembra tracciare profili del mistero che lega i rapporti fra il volontario e il paziente. E questo miracolo è proprio dell’alta poesia.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Papa Francesco. Il nuovo Papa si racconta</title>
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		<pubDate>Fri, 03 May 2013 14:44:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>segreteria</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Conversazione con Sergio Rubin e Francesca Ambrogetti Salani Editore, anno pubblicazione 2013, pag. 190, € 12,90 &#160; La trama di Papa Francesco. Il nuovo papa si racconta. Conversazione con Sergio Rubin e Francesca Ambrogetti Il 13 di marzo 2013 il cardinale Jorge Mario Bergoglio è stato eletto successore di Joseph Ratzinger al soglio di Pietro, [...]]]></description>
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<p>Conversazione con Sergio Rubin e Francesca Ambrogetti</p>
<p>Salani Editore, anno pubblicazione 2013, pag. 190, € 12,90</p>
<p><span id="more-1474"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La trama di Papa Francesco. Il nuovo papa si racconta. </strong>Conversazione con Sergio Rubin e Francesca Ambrogetti</p>
<p>Il 13 di marzo 2013 il cardinale Jorge Mario Bergoglio è stato eletto successore di Joseph Ratzinger al soglio di Pietro, con il nome di Francesco. Questo libro è la testimonianza diretta, unica e personalissima del nuovo papa sugli avvenimenti che hanno segnato la sua vita. In queste pagine, con parole semplici e ispirate, Jorge Bergoglio racconta ai giornalisti Sergio Rubin e Francesca Ambrogetti l&#8217;arrivo della sua famiglia al porto di Buenos Aires nel 1929, gli eventi che hanno accompagnato la sua nascita e la sua infanzia, la grave polmonite che minò il suo fisico ma che allo stesso tempo portò alla luce i primi segni della sua vocazione religiosa. In queste conversazioni, svolte nell&#8217;arco di tre anni, papa Francesco ricorda l&#8217;età del seminario, la sua esperienza di docente di psicologia e letteratura, il dramma della dittatura in Argentina, il suo lavoro tenace e appassionato che Giovanni Paolo II riconobbe e consacrò con la nomina a cardinale. Ma soprattutto da questo libro emerge la personalità più profonda e autentica del nuovo pontefice: sincero, mite e impavido. Papa Francesco illustra il suo pensiero con la lucidità e la schiettezza che lo hanno caratterizzato sin dall&#8217;inizio, affrontando i temi più caldi: l&#8217;esperienza della preghiera, il dialogo interreligioso, il valore della povertà, dell&#8217;umiltà e del perdono, il lavoro pastorale della Chiesa fino agli scandali e alla volontà di rinnovamento che animano oggi l&#8217;intera comunità cattolica nel mondo.</p>
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		<title>La rivoluzione della luna</title>
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		<pubDate>Fri, 03 May 2013 14:40:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>segreteria</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Sellerio Editore, anno pubblicazione 2013, pag. 276, € 14,00 &#160; La trama di La rivoluzione della luna &#8220;Racconto veritiero di una storia solo in parte supposta, il romanzo cresce e concresce scortato dalla luna. Tutto era lecito allora, nel Seicento, a Palermo, fuorché ciò che era lecito. (&#8230;) Tra le pompe di un dovizioso apparato, [...]]]></description>
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<p>Sellerio Editore, anno pubblicazione 2013, pag. 276, € 14,00</p>
<p><span id="more-1472"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La trama di La rivoluzione della luna</strong></p>
<p>&#8220;Racconto veritiero di una storia solo in parte supposta, il romanzo cresce e concresce scortato dalla luna. Tutto era lecito allora, nel Seicento, a Palermo, fuorché ciò che era lecito. (&#8230;) Tra le pompe di un dovizioso apparato, con maggiordomi, paggi, maestri di casa e scacazzacarte, e in mezzo a uno strisciar di riverenze, di ludi e di motteggi, era tutto un rigirar di scale e porte: un far complotti, ordire attentati, muover coltelli e insanguinar le mani; violar le leggi, collezionar prebende, metter tangenti, dispensar favori e accudir parentele; abusare, predare e ladroneggiare, intorbidar le acque; industriarsi nel vizio, puttaneggiare e finger compassione e trepida carità per il sesso più giovane, e derelitto, mentre un&#8217;enfasi scenica e profanatoria provvedeva ai corrotti desideri con burlesques di tonache coi fessi aperti dietro e dinanzi. L&#8217;illegalità lavorava a pieno servizio. Era il predicato forte della politica del Sacro Regio Consiglio, e delle sue mosse proditorie, dapprima alle spalle di un Viceré che la malattia aveva reso tardo e lento, grave di carne tremolosa, dirupato e assopito sul suo carcassone; e poi contro la sua vedova, donna Eleonora di Mora, senza paragone diversa, lucidamente ferma e decisa nella difesa delle leggi e della giustizia sociale, da lui designata a sostituirlo in caso di morte improvvisa. Fu così che, nel 1677, la Sicilia ebbe un Viceré &#8220;anomalo&#8221;. Un governatore donna.&#8221; (Salvatore Silvano Nigro)</p>
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		<title>Bianca come il latte rossa come il sangue</title>
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		<pubDate>Fri, 03 May 2013 14:36:57 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Mondadori Editore, anno pubblicazione 2011, pag. 254, € 13,00   La trama di Bianca come il latte, rossa come il sangue Leo è un sedicenne come tanti: ama le chiacchiere con gli amici, il calcetto, le scorribande in motorino e vive in perfetta simbiosi con il suo iPod. Le ore passate a scuola sono uno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[
<p>Mondadori Editore, anno pubblicazione 2011, pag. 254, € 13,00</p>
<p><span id="more-1470"></span></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>La trama di Bianca come il latte, rossa come il sangue</strong></p>
<p>Leo è un sedicenne come tanti: ama le chiacchiere con gli amici, il calcetto, le scorribande in motorino e vive in perfetta simbiosi con il suo iPod. Le ore passate a scuola sono uno strazio, i professori &#8220;una specie protetta che speri si estingua definitivamente&#8221;. Così, quando arriva un nuovo supplente di storia e filosofia, lui si prepara ad accoglierlo con cinismo e palline inzuppate di saliva. Ma questo giovane insegnante è diverso: una luce gli brilla negli occhi quando spiega, quando sprona gli studenti a vivere intensamente, a cercare il proprio sogno. Leo sente in sé la forza di un leone, ma c&#8217;è un nemico che lo atterrisce: il bianco. Il bianco è l&#8217;assenza, tutto ciò che nella sua vita riguarda la privazione e la perdita è bianco. Il rosso invece è il colore dell&#8217;amore, della passione, del sangue; rosso è il colore dei capelli di Beatrice. Perché un sogno Leo ce l&#8217;ha e si chiama Beatrice, anche se lei ancora non lo sa. Leo ha anche una realtà, più vicina, e, come tutte le presenze vicine, più difficile da vedere: Silvia è la sua realtà affidabile e serena. Quando scopre che Beatrice è ammalata e che la malattia ha a che fare con quel bianco che tanto lo spaventa, Leo dovrà scavare a fondo dentro di sé, sanguinare e rinascere, per capire che i sogni non possono morire e trovare il coraggio di credere in qualcosa di più grande.</p>
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		<title>Zero zero zero</title>
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		<pubDate>Fri, 03 May 2013 14:32:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>segreteria</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Feltrinelli Editore, anno pubblicazione 2013, pag. 448, € 18.00 &#160; La trama di ZeroZeroZero &#8220;Scrivere di cocaina è come farne uso. Vuoi sempre più notizie, più informazioni, e quelle che trovi sono succulente, non ne puoi più fare a meno. Sei addicted. Anche quando sono riconducibili a uno schema generale che hai già capito, queste [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[
<p>Feltrinelli Editore, anno pubblicazione 2013, pag. 448, € 18.00</p>
<p><span id="more-1468"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>La trama di ZeroZeroZero</strong></p>
<p>&#8220;Scrivere di cocaina è come farne uso. Vuoi sempre più notizie, più informazioni, e quelle che trovi sono succulente, non ne puoi più fare a meno. Sei addicted. Anche quando sono riconducibili a uno schema generale che hai già capito, queste storie affascinano per i loro particolari. E ti si ficcano in testa, finché un&#8217;altra &#8211; incredibile, ma vera &#8211; prende il posto della precedente. Davanti vedi l&#8217;asticella dell&#8217;assuefazione che non fa che alzarsi e preghi di non andare mai in crisi di astinenza. Per questo continuo a raccoglierne fino alla nausea, più di quanto sarebbe necessario, senza riuscire a fermarmi. Sono fiammate che divampano accecanti. Assordanti pugni nello stomaco. Ma perché questo rumore lo sento solo io? Più scendo nei gironi imbiancati dalla coca, e più mi accorgo che la gente non sa. C&#8217;è un fiume che scorre sotto le grandi città, un fiume che nasce in Sudamerica, passa dall&#8217;Africa e si dirama ovunque. Uomini e donne passeggiano per via del Corso e per i boulevard parigini, si ritrovano a Times Square e camminano a testa bassa lungo i viali londinesi. Non sentono niente? Come fanno a sopportare tutto questo rumore?&#8221; (Roberto Saviano)</p>
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		<title>&#8220;Non c&#8217;è bene senza legge, non c&#8217;è libertà senza trasgressione</title>
		<link>http://www.anapaca.it/non-ce-bene-senza-legge-non-ce-liberta-senza-trasgressione</link>
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		<pubDate>Fri, 03 May 2013 14:10:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>segreteria</dc:creator>
				<category><![CDATA[Testimonianze]]></category>

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		<description><![CDATA[Paolo Ricca, pastore e teologo valdese, curatore delle opere di Lutero,  parla del &#8220;giudizio di Dio&#8221; come possibilità , per l&#8217;uomo, di scegliere liberamente. &#8220;I dieci comandamenti sono il fondamento del vivere comune, ma alcuni sono stati stravolti dalla Chiesa&#8221;. Franco Marcoaldi, Repubblica.it &#160; &#160; Per un agnostico, o un ateo, affidarsi al &#8220;giudizio di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Paolo Ricca, pastore e teologo valdese, curatore delle opere di Lutero,  parla del &#8220;giudizio di Dio&#8221; come possibilità , per l&#8217;uomo, di scegliere liberamente. &#8220;I dieci comandamenti sono il fondamento del vivere comune, ma alcuni sono stati stravolti dalla Chiesa&#8221;. Franco Marcoaldi, Repubblica.it</em></p>
<p><em><span id="more-1466"></span></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Per un agnostico, o un ateo, affidarsi al &#8220;giudizio di Dio&#8221; e dunque alla sua Legge, può suonare come la definitiva resa di ogni possibile giudizio critico individuale. Paolo Ricca, pastore valdese, curatore delle opere di Lutero per l&#8217;editrice Claudiana, teologo finissimo e di grande apertura mentale, la pensa esattamente all&#8217;opposto: proprio la Legge di Dio offre la massima libertà all&#8217;essere umano. &#8220;Il discernimento del bene e del male è possibile là dove si sa che cosa siano il bene e il male. Nella visione biblica questa capacità l&#8217;uomo non ce l&#8217;ha. E quindi anche il suo discernimento è offuscato. Perciò è necessaria la parola di Dio&#8221;.<br /> <br /> <strong><em>Ma nella modernità occidentale, diciamo da Montaigne in avanti, l&#8217;uomo presume, a torto o a ragione, di disporre di quella capacità. Cosa la spinge, nel 2012, a cercarla ancora nella parola di Dio?<br /> </em></strong>&#8220;Almeno due buone ragioni. La prima ha a che fare con Kant, il grande maestro critico della modernità, e con la sua idea di imperativo categorico. Ovvero con la rinuncia della singola persona a decidere che cosa può &#8220;imperare&#8221; nella sua propria coscienza. Seconda ragione: l&#8217;evidenza di ciò che accade intorno a noi, ogni giorno. Le pare che l&#8217;umanità nel suo insieme, e non parlo dell&#8217;arbitrio del singolo individuo, sia in grado di organizzare un sistema di leggi volte al bene comune?&#8221;.<br /> <br /> <strong><em>Però esistono tradizioni di pensiero, penso ad esempio al confucianesimo, in cui il fondamento etico-sociale della legge ha una base tutta mondana.</em></strong><br /> &#8220;Sì, ma l&#8217;aspetto più sorprendente del discorso biblico è che la Legge viene dopo l&#8217;Esodo. Ovvero, Dio prima libera il suo popolo e soltanto dopo gli dà la legge, fondata dunque sulla libertà raggiunta, che impedirà di tornare a uno stato di schiavitù. Lei porta l&#8217;esempio del confucianesimo, per dimostrare che non è necessario Dio per avere una legge. Ma Dio, che peraltro non è mai &#8220;necessario&#8221;, ci indica la strada per dare alla legge il suo vero significato: non come sottrazione di libertà, ma come suo massimo dispiegamento. Io penso che dobbiamo liberarci da questa idea secondo cui Dio deve esserci. Bonhoeffer parla di &#8220;un Dio che c&#8217;è, non c&#8217;è&#8221;, proprio per riaffermare che Dio non è necessario. Che Dio è libertà, non necessità. La rivelazione della Bibbia è tale proprio per questo. Rivelare, togliere il velo, vuol dire aiutare l&#8217;uomo a capire ciò che non vede: Israele ha creduto in un Dio liberatore, prima che in un Dio giudice e legislatore. È un messaggio formidabile. Certo, sempre se uno<br /> ci crede!&#8221;.<br /> <br /> <strong><em>Per chi è cresciuto tra le braccia della Chiesa cattolica la prima parola che viene in mente pensando alla religione, non è certo &#8220;liberazione&#8221;. Semmai il trittico dostoevskjiano &#8220;mistero, miracolo, autorità&#8221;.</em></strong><br /> &#8220;Lo capisco. Ma Dio non è la Chiesa. Sono due piani del discorso che vanno tenuti accuratamente separati&#8221;.<br /> <br /> <strong><em>Veniamo al Dio legislatore e dunque ai dieci comandamenti. Lei li trova ancora utili per il nostro tempo?<br /> </em></strong>&#8220;Assolutamente sì. Pensi al primo comandamento, che impone di distinguere tra gli idoli e Dio. Più attuale di così! Oppure, pensi al comandamento del riposo applicato a una società come la nostra, in cui il tempo libero è ancor più schiavizzato di quello del lavoro. Purtroppo, nella cultura religiosa italiana i dieci comandamenti sono poco predicati. Alcuni sono stati addirittura stravolti: per esempio, quello sul riposo è diventato &#8220;santifica le feste&#8221;, una definizione del tutto impropria. Obbedendo a una tendenza gnosticizzante del cattolicesimo romano, l&#8217;Antico Testamento è stato messo progressivamente da parte, a esclusivo vantaggio del Vangelo. Il che spiega varie cose anche sul fronte morale. Perché il discorso sulla centralità dell&#8217;amore va bene, ma quando si arriva al comandamento &#8220;non rubare&#8221;, le cose si fanno un po&#8217; più complicate&#8221;.<br /> <br /> <strong><em>Ha appena accennato al nuovo comandamento di Gesù: ama il prossimo tuo come te stesso. Gesù, però, oltre a obbedire, trasgredisce la legge.<br /> </em></strong>&#8220;Certo, perché non c&#8217;è libertà senza trasgressione bisogna trasgredire alcune leggi degli uomini in nome della legge di Dio, nella quale si manifesta appieno la nostra libertà&#8221;.<br /> <br /> <strong><em>Mi faccia un esempio.</em></strong><br /> &#8220;Gesù viene condannato a morte per due motivi: come trasgressore della legge sabato e come distruttore del tempio. E perché trasgredisce la legge del sabato? Perché i teologi avevano costruito attorno a quel comandamento una serie di norme assolutamente fuori luogo. Del tipo: nel giorno del riposo puoi fare al massimo dieci passi. Così, se l&#8217;uomo caduto a terra è lontano da te dodici passi, non puoi aiutarlo. Ma mille altri sono i casi in cui è giusto trasgredire le leggi umane, in nome di una superiore legge divina. Pensi all&#8217;obiezione di coscienza: non prendo in mano il fucile per ammazzare il prossimo, anche se lo Stato me lo impone&#8221;.<br /> <br /> <strong><em>Capisco cosa intende dire. Però intravedo anche il rischio opposto: ogni legge dello Stato laico può essere messa in forse sulla base di una legge superiore. Pensi all&#8217;aborto.<br /> </em></strong>&#8220;Ma non c&#8217;è nessuna legge divina che vieta l&#8217;aborto. Quella è una legge della Chiesa, che naturalmente ha il suo peso e il suo valore. Però nella Bibbia non si parla di aborto. Di nuovo, bisogna saper distinguere tra legge divina, legge ecclesiastica e legge civile&#8221;.<br /> <br /> <strong><em>Qual è il luogo simbolico per eccellenza in cui si manifesta il giudizio di Dio?<br /> </em></strong>&#8220;La croce di Gesù, e questo è il paradosso dei paradossi: ovvero, il giudizio di Dio viene &#8220;giudicato&#8221; nell&#8217;uomo, e nell&#8217;uomo messo in croce. &#8220;Dio mio, perché mi hai abbandonato&#8221;, dice Gesù. È il momento della lacerazione completa dell&#8217;idea stessa di Dio. Paolo definisce la croce &#8220;pazzia&#8221; per i greci, i laici, e &#8220;scandalo&#8221; per i giudei, per i religiosi come me. La verità è che se si va alla radice del discorso cristiano, il giudizio di Dio ci conduce a un&#8217;afasia totale. Perché si assiste al capovolgimento completo tra un Dio giudicante e un Dio giudicato&#8221;.<br /> <br /> <strong><em>Il primo a portare Dio &#8220;in tribunale&#8221; è Giobbe, quando verifica sulla propria pelle che l&#8217;idea secondo cui se fai il bene ti ritorna il bene, non è così automatica.<br /> </em></strong>&#8220;Il suo è il grido di disperazione dell&#8217;innocente che soffre ingiustamente. E protesta. La risposta di Dio, in verità non tanto chiara, lo metterà a tacere. Ancora non si dà quel rovesciamento in cui il Dio giudicante viene giudicato. Anche se già nell&#8217;Antico Testamento si affaccia l&#8217;idea secondo cui il giudizio di Dio si associa alla misericordia e non alla giustizia retributiva. E questo ci porta dritti al Nuovo Testamento, alla vita di Gesù, alla sua passione, quintessenza dell&#8217;ingiustizia: un processo farsa, la condanna, la flagellazione, la condanna a morte. Gesù subisce, ma non partecipa. Dice a un certo punto: potrei chiamare dodici legioni di angeli, ma non lo faccio. Non mi metto sullo stesso piano di Pilato, di Erode. Ed ecco il salto ulteriore, sul piano della fede. Non soltanto io non rispondo al tuo male con la stessa moneta, ma prendo su di me la tua colpa. E muoio non soltanto per la tua malvagità, ma perché ti perdono. Ora tutto questo è straordinario. Il paradosso è che le ragioni per cui uno crede o non crede, potrebbero essere le stesse. E rimandano sempre alla figura della croce. Ecco perché non posso prendermela con gli atei. Loro dicono: come posso credere a un Dio messo in croce? E io obietto: gli credo proprio perché è stato messo sulla croce&#8221;.<br /> <br /> <strong><em>Le ripropongo la domanda iniziale, rovesciata. Non c&#8217;è il rischio che affidandosi al giudizio di Dio si verifichi una deresponsabilizzazione dell&#8217;individuo?<br /> </em></strong>&#8220;Se intende un atteggiamento fatalista nei confronti di tutto ciò che accade, come se tutto fosse sempre e comunque frutto della volontà di Dio, allora sì, c&#8217;è questo rischio. Ma cito ancora Bonhoeffer quando dice: non tutto quello che accade è volontà di Dio, mentre in tutto ciò che accade c&#8217;è un sentiero che porta a Dio. Siamo partiti dalla parola discernimento. Ebbene, io credo che Dio, inteso come libertà d&#8217;amare, sia innanzitutto luce. E questa luce illumina il nostro cammino, aiutando o addirittura determinando il nostro discernimento. In fin dei conti, è la luce che ci consente di vedere. E discernimento vuol dire capacità di vedere, quindi capacità di giudicare, dopo aver visto. Non alla cieca&#8221;.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Note Biiografiche</strong></p>
<p><strong></strong>Paolo Ricca (Torre Pellice, 19 gennaio <a title="1936" href="http://it.wikipedia.org/wiki/1936"><strong>1936</strong></a>) è un teologo italiano. Ha insegnato dal 1976 al 2002 Storia della Chiesa alla Facoltà valdese di teologia.</p>
<p><strong>Studi</strong></p>
<p>Dopo la maturità classica a Firenze nel 1954, ha studiato Teologia presso la Facoltà Valdese di teologia, a Roma (1954-58), negli Stati Uniti (1958-59) e a Basilea (1959-61). Ha conseguito il dottorato in teologia a Basilea con una tesi diretta da Oscar<strong> </strong>Cullmann sulla <em>Escatologia del IV Evangelo</em>.</p>
<p><strong>Attività pastorale </strong></p>
<p>È stato consacrato pastore della Chiesa valdese nel 1962. Ha esercitato il ministero pastorale nella Chiesa valdese di Forano (1962-66) e di Torino (1966-76). Per conto dell&#8217;Alleanza<strong> </strong>riformata mondiale ha seguito il Concilio Vaticano II come giornalista accreditato, redigendone un commento teologico diffuso in diverse lingue.</p>
<p><strong>Attività accademica </strong></p>
<p>Dal 1976 al 2002 ha insegnato Storia della Chiesa e, per alcuni anni, Teologia Pratica presso la Facoltà Valdese di Teologia di Roma.</p>
<p>Insegna tuttora, come professore ospite, presso il Pontificio Ateneo Sant&#8217;Anselmo di Roma. È stato per 15 anni membro della Commissione <em>Fede e Costituzione</em> del Consiglio ecumenico<strong> </strong>delle Chiese con sede a Ginevra. Ha lavorato in diversi organismi ecumenici.</p>
<p>In Italia collabora regolarmente al lavoro Segretariato Attività Ecumeniche (SAE). È stato per due mandati presidente della Società Biblica in Italia. Nel febbraio del 1999 ha ricevuto un dottorato honoris causa in teologia dall&#8217;Università di Heidelberg e nel 2008 il «Predigtpreis &#8211; Kategorie Lebenswerk» del <em>Verlag für die Deutsche Wirtschaft AG</em>.</p>
<p>Dirige, per la casa editrice Claudiana di Torino la collana «Lutero. Opere scelte».</p>
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		<title>&#8220;Gli esami non sono sentenze, la verità è nascosta nell&#8217;eresia</title>
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		<pubDate>Fri, 03 May 2013 13:50:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>segreteria</dc:creator>
				<category><![CDATA[Testimonianze]]></category>

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		<description><![CDATA[Carlo Ossola ci aiuta a capire con quali criteri giudicare e valutare la realtà che abbiamo intorno. Il metodo socratico, l&#8217;umanesimo civico, la memoria poetica spiegata dal grande critico letterario e filologo. Franco Marcoaldi, Repubblica.it &#160; Via via che procediamo in questa nostra esplorazione, scopriamo quanto ampio sia lo spettro delle possibili declinazioni della parola [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Carlo Ossola ci aiuta a capire con quali criteri giudicare e valutare la realtà che abbiamo intorno. Il metodo socratico, l&#8217;umanesimo civico, la memoria poetica spiegata dal grande critico letterario e filologo. Franco Marcoaldi, Repubblica.it</em></p>
<p><em><span id="more-1464"></span></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Via via che procediamo in questa nostra esplorazione, scopriamo quanto ampio sia lo spettro delle possibili declinazioni della parola &#8220;giudizio&#8221;. Con il nostro interlocutore odierno, il professor Carlo Ossola, insigne critico letterario e docente al Collège de France  -  un signore che all&#8217;insegnamento ha dedicato larghissima parte della sua vita  -  discuteremo proprio del rapporto maestro-allievo. Ovvero: su quali basi il primo sceglie, elegge, promuove il secondo? <em>Vexata quaestio</em>, oggi ulteriormente ingarbugliata, giacché la scuola non si presenta più come centro indiscusso della formazione e della conoscenza individuale. E l&#8217;insegnante, di conseguenza, assiste impotente all&#8217;evanescenza della propria autorità.<br /> <br /> <strong><em>Professore, partirei da un&#8217;annotazione di carattere linguistico. Giudicare, in questo nostro caso, non significa emettere una sentenza. Il vocabolario del giudizio qui si apre piuttosto alla critica: il giudice si fa critico, esercita la facoltà di separare, scegliere, decidere.</em></strong><br /> &#8220;Aggiungerei un ulteriore elemento, che non si dà in altri settori in cui pure si esercitano il giudizio e la critica. In un&#8217;aula scolastica, l&#8217;insegnante non ha di fronte un libro chiuso, o un fatto compiuto e irrevocabile, ma un essere vivente in continua evoluzione. Quindi, prima ancora che emettere una valutazione, qui si tratta, socraticamente, di riuscire a far emergere le motivazioni dello studente, le ragioni per le quali sta seguendo un percorso. Il maestro è lì per individuare assieme allo studente i tanti crocevia, per aiutarlo a spianare la strada senza che si perda in inutili viottoli laterali. È un lavoro comune, insomma. Ed è giusto per questo che, in quarant&#8217;anni di insegnamento, ho sempre preferito la prova orale all&#8217;esame scritto. Perché non si tratta di perseguire un sistema oggettivo di incasellamento, ma di far emergere una personalità attraverso il dialogo&#8221;.<br /> <br /> <strong><em>Il maestro dovrebbe accendere una passione, risvegliare una mente.<br /> </em></strong>&#8220;Per dirla con George Steiner: &#8220;Nessuna passione è spenta&#8221;. Se il corso universitario è stato ben condotto, se le proposte di lettura sono state interessanti, lo studente avrà avuto accesso a un ampio ventaglio di opzioni. E avrà potuto trasformare il probabile in possibile. Per me l&#8217;esame finale rappresenta esattamente questo: trasformare un probabile in possibile. Perché nella foresta dei testi, lo studente trovi il proprio itinerario&#8221;.<br /> <br /> <strong><em>Nei miei ricordi scolastici, il principale obiettivo era, al contrario, quello di ripetere ciò che aveva detto l&#8217;insegnante.</em></strong><br /> &#8220;Più l&#8217;insegnante è bravo, meno si presenta questo rischio. Il mio professore di greco del liceo diceva: primo, esaminare; secondo, sceverare; terzo, soltanto terzo, decidere. E badi bene, era uno che veniva dalla guerra partigiana. Ancora oggi quei tre verbi in successione rappresentano la mia bussola di orientamento nel rapporto docente-discente. Mettendo al primo posto l&#8217;obbligo dell&#8217;analisi, &#8220;provando e riprovando&#8221;, dimostro sì di essere esigente nei confronti dell&#8217;allievo, ma metto in questione anche me stesso. Perché sono disponibile ad accogliere tutte le sue domande e tutte le sue contestazioni. Nel senso più bello del termine: &#8220;Chiamati a testimoniare con&#8221;, come dice Michel de Certeau. Se io riesco a chiamare lo studente a testimoniare attraverso la propria voce, vuol dire che il soggetto di cui gli sto parlando sta diventando effettivamente suo. Non conosco modo migliore per recuperare la perduta autorità dell&#8217;insegnante&#8221;.<br /> <br /> <strong><em>Un insegnamento fondato sull&#8217;interrogazione e sul dubbio dovrebbe essere il miglior antidoto al dogmatismo.</em></strong><br /> &#8220;Quando ero studente universitario, seguivo i corsi di Raoul Manselli, storico del Medio Evo, che amava ripetere: ricordatevi che l&#8217;eresia rappresenta sovente la parte sconfitta della verità. Un&#8217;affermazione, per me, decisiva: si tratta non solo di sceverare il vero dal falso, ma di capire perché  -  nella storia  -  una certa posizione abbia vinto e un&#8217;altra perso. Non si deve offrire allo studente un blocco organico di verità, ma piuttosto lo si guida a procedere nel modo indicato da Einstein: siamo noi stessi parte del problema che stiamo affrontando. E nel trattarlo, ne usciamo modificati. Grazie anche alle risposte dello studente a cui ci rivolgiamo&#8221;.<br /> <br /> <strong><em>Il guaio è che secondo alcuni si è rotta la cinghia di trasmissione del sapere. E quanto interessava ai padri non interessa più ai figli. Su questo giornale ne ha scritto in modo dolente e puntuale lo scrittore e insegnante Marco Lodoli.<br /> </em></strong>&#8220;Mi ricordo bene quell&#8217;articolo: un&#8217;analisi, dal punto di vista fattuale, difficilmente contestabile. Mi permetta tuttavia di parafrasare quel sonetto di Michelangelo che suggerisce: &#8220;Val meglio un lumino nella notte che una fiaccola di giorno&#8221;. Ecco, è da lì che bisogna ripartire. Siamo cresciuti in un contesto innestato sulla cultura umanistica: basti pensare al ruolo pubblico rivestito da figure come De Sanctis, Gobetti, Gramsci. E dagli stessi padri costituenti. Tutto questo oggi non c&#8217;è più. Ma perduta la sua centralità catalizzatrice, la cultura umanistica deve comunque rivendicare la sua funzione critica. A maggior ragione in una realtà sempre più segnata da scienze applicative e tecnologiche; una realtà in cui il problema principale sembra essere quello di allargare con nuove corsie le autostrade informatiche, mentre non si verifica se i Tir che vi sfrecciano sono pieni di contenuti, di versioni di mondi possibili, o vuoti o ingombri solo del loro &#8220;rumore&#8221;".<br /> <br /> <strong><em>Ma come riuscire a farlo, se è vero, per dirla ancora con Steiner, che viviamo nella civiltà del &#8220;dopo-parola&#8221;?<br /> </em></strong>&#8220;Bisogna partire dalle nostre specifiche responsabilità. Nel percorso scolastico siamo passati da una cultura del debito, fondata sull&#8217;idea che siamo sempre inadempienti rispetto al compito che ci eravamo dati, a una cultura del credito: i ragazzi acquistano crediti e noi li eroghiamo. Peccato che si tratti di crediti ipotetici, fittizi, che non vengono mai riscossi, finendo per alimentare nello studente un senso di frustrazione, di inganno, di irrealtà. La scuola in generale, e l&#8217;università in particolare, non è stata abbastanza severa con se stessa. Non esigente con sé e con gli studenti, ha indotto un lassismo di cui ora paga le conseguenze. L&#8217;orizzonte dell&#8217;insegnamento universitario è rimasto schiacciato sul presente, limitandosi a offrire descrizioni, comunicazioni, piuttosto che a porre domande di fondo. Quando invece sarebbe più che mai necessario pronunciare parole che si protendano &#8220;a nord del futuro&#8221;, come diceva Paul Celan. Perché non basta descrivere il mondo, bisogna anche saperlo varcare. Secondo elemento. Nella civiltà dei flussi, si corrono gravi rischi di rottura del pack su cui riversiamo la piena del dire. Ma il primo compito dell&#8217;insegnante non è proprio quello di circoscrivere la frase, di studiare i passi, di ristabilire sintassi e gerarchie di senso? Oggi più che mai c&#8217;è bisogno di limpidezza e sobrietà nella prosa, mentre troppo spesso, anche all&#8217;interno dell&#8217;accademia, prevalgono inutili espressionismi e compiacimenti di un dire senza oggetto&#8221;.<br /> <br /> <strong><em>L&#8217;altra grande e terribile novità dei nostri tempi è la progressiva scomparsa dell&#8217;uso della memoria. Imparare a memoria non è più un esercizio richiesto.</em></strong><br /> &#8220;Ho iniziato la mia carriera a Ginevra, quando era ancora vivissima l&#8217;eredità di Jean Piaget, che aveva molto scommesso sui primi anni di vita, quelli dell&#8217;infanzia. Bisognerebbe strapagare i maestri, diceva, perché è lì, all&#8217;asilo e durante la scuola elementare, che si gioca l&#8217;essenziale della partita. Aveva ragione. Non esercitando la memoria, buttiamo via un dono prezioso. Non è soltanto lacuna dell&#8217;oggi, legata all&#8217;avvento del digitale: già nel &#8217;68, sciaguratamente, si combatteva il presupposto uso &#8220;autoritario&#8221; della memoria. Credo che oggi questa sia, in assoluto, la sfida più importante dell&#8217;insegnamento: bisogna riattivare quell&#8217;esercizio, arrestare l&#8217;irresistibile processo di delega mentale rappresentato dal mondo delle risorse Web. Come farlo? Scovando dei testi talmente belli, talmente pieni di domande decisive, da costringere lo studente a mandarli a memoria. In tal senso la poesia ha un grande compito, perché un verso non lo si può storpiare. C&#8217;è una bella differenza tra il sentenziare: &#8220;Stiamo come le foglie d&#8217;autunno sugli alberi&#8221; e l&#8217;indugiare sospeso &#8220;Si sta come / d&#8217;autunno / sugli alberi le foglie&#8221;".<br /> <br /> <strong><em>Professore, non è che stiamo un po&#8217; fantasticando? Sta franando tutto, e noi pensiamo che si possa ripartire da un verso di Ungaretti?<br /> </em></strong>&#8220;Si ricorda Fahrenheit 451 di Bradbury- Truffaut? Noi oggi siamo come quei rifugiati ai quali è stato dato il compito di ripetere il verso appreso a memoria, uno per uno, in modo che la piccola comunità sopravvissuta possa alla fine ricostruire per intero il poemetto andato distrutto. Credo che sia proprio questa coscienza della fine, a darci la forza per combattere la nostra battaglia. Certo, potremmo anche uscirne sconfitti. Ma non bisogna mai negoziare troppo con il presente&#8221;.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Note biografiche di Carlo Ossola</em></strong></p>
<p><em>Diplomato al Liceo Classico Massimo D&#8217;Azeglio di Torino, si laureò in lettere presso l&#8217;Università degli studi di Torino nel 1969. La sua carriera di docente universitario lo vede prima assistente alla Facoltà di lettere dell&#8217;Università di Torino fino al 1976, anno in cui diviene docente ordinario di letteratura italiana presso la Facoltà di lettere dell&#8217;Università di Ginevra, dove rimane fino al 1982.  Assume quindi la cattedra di letteratura italiana presso la Facoltà di Magistero dell&#8217;Università di Padova fino al 1988 e successivamente torna all&#8217;Università di Torino quale ordinario di letteratura italiana presso la Facoltà di lettere.</em></p>
<p><em>Dal 2000 è docente di Letterature moderne dell&#8217;Europa neolatina presso il Collège de France di Parigi. Attualmente (nel 2010) è direttore del Master of Arts in lingua, letteratura e civiltà italiana, istituito presso l&#8217;Università della Svizzera italiana (USI) a Lugano.</em></p>
<p><em>Carlo Ossola è membro di:</em></p>
<ul>
	<li><em>Accademia Nazionale dei Lincei</em></li>
	<li><em>Arcadia, Accademia Letteraria Italiana</em></li>
	<li><em>Accademia delle Scienze di Torino</em></li>
</ul>
<p><em>Critico citato in molte opere, ha tra l&#8217;altro collaborato con Cesare Segre alla stesura di un&#8217;antologia della poesia italiana presso l&#8217;editore Einaudi.</em></p>
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		<title>La &#8220;pura presenza&#8221;</title>
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		<pubDate>Fri, 03 May 2013 13:43:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>segreteria</dc:creator>
				<category><![CDATA[Documentazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Dal Notiziario dell’Associazione di Psicologia Transpersonale   “Ti rendi conto che tutte le cose che hanno veramente importanza, bellezza, amore, creatività, gioia, pace interiore, nascono al di là della mente”. Eckhart Tolle &#160; Essere presenti è la capacità di focalizzare la propria attenzione su ciò che esite in questo momento: essere qui e ora è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Dal Notiziario dell’Associazione di Psicologia Transpersonale</em></p>
<p><em><span id="more-1462"></span></em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>“Ti rendi conto che tutte le cose che hanno veramente importanza, bellezza, amore, creatività, gioia, pace interiore, nascono al di là della mente”. </em></p>
<p><em>Eckhart Tolle</em><em></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Essere presenti</em> è la capacità di focalizzare la propria attenzione su ciò che esite in questo momento: <em>essere qui e ora</em> è un’arte difficile e frutto di grande impegno in pratiche meditative di cui oggi la psicologia riconosce il valore e il contributo alla crescita e alla salute della mente e della individualità.</p>
<p>Nella psicologia transpersonale, gli studiosi delle pratiche di consapevolezza, apparteenenti alle grandi tradizioni induiste e buddhiste, hanno sottolineato come l’ego ordinario viva in uno stato di confusione, riconosciuto come una speciale <em>trance</em> in cui l’attenzione è catturata dal flusso meccaanico della mente e in essa dispersa.</p>
<p>In questo stato, ordinario ma disfunzionale, le pulsioni, i desideri, le motivazioni e le emozioni non sono differenziate né controllate e di conseguenza sono proiettate sotto forma di illusioni nel mondo esterno.</p>
<p>Essere presenti vuol dire sottrarsi a questo condizionamento di inconsapevolezza e diventare consapevoli di ciò che sta accadendo dentro di noi e al di fuori di noi: cosa si sta facendo, perchè lo si sta facendo, a che cosa pporta ciò che si sta facendo, gli effetti sugli altri e sul mondo.</p>
<p>Chi è ignaro dello stato illusorio della coscienza ordinaria pensa di essere un competente osservatore del mondo. Ignora i fattori che distorcono la percezione e che possono esere svelati solo quando la propria percezione è sottoposta ad attenta scrutinazione, proprio attraverso l’attenzione al presente concentrata sul proprio pensiero.</p>
<p>In realtà credenze limitanti, ereditate dalla propria cultura, assunzioni irrealistiche su se stessi e gli altri, costituite da complessi e conflitti inconsci, pregiudizi determinati da sottostanti paure ed esperienze dolorose, condizionamenti religiosi ed altri influssi sociali costruiscono filtri della percezione che distorcono la realtà a livello inimmaginabile.</p>
<p>Per liberarci dall’illusorietà percettiva e dal cumulo di sofferrenza che essa determina, è opportuno ricorrere alla pratica della coscienza osservante, desunta dalla tradizione meditativa Vedanta, che ci guida ad essere presenti e a poter osservare ciò che sentiamo, ciò che pensiamo, ciò che facciamo, con amorevole attenzione.</p>
<p>Automatismi, condizionamenti, difetti ed errori dovuti ad abitudini sbagliate convergono nel campo di osservazione, dando l’acceso alla conoscenza di un’insanità e di una sofferenza autoprodotta che porta ad un processo di trasformazione, che a sua volta sviluppa stati mentali più calmi, più chiari e più intelligenti.</p>
<p>Questo riconoscimento liberante avviene se ci si allena a passare dall’essere il pensatore di un pensiero meccanico e inconsapevole, a essere colui che attentamente percepisce il proprio pensiero come oggetto che scorre nel campo dell’osservazione, così come ci si allena a passare dal vivere un’emozione a essere testimone attento di quella stessa emozione.</p>
<p>La differenza è quella che esiste tra l’essere identificati e l’essere non identificati. Nel primo caso, facendo l’esempio della paura, si è fusi e dominati dalla paura, si vede il mondo attraverso la paura, e il mondo appare minaccioso, come qualcosa da cui bisogna difendersi o da attaccare.</p>
<p>Nel secondo caso, quando siamo non identificati, si osserva la paura e si vede come questa costruisca il proprio stato mentale e costruisca poi l’idea del mondo.</p>
<p>Se a livello interiore la paura, vista e riconosciuta, può essere elaborata e curata, a livello esteriore il mondo, diventando libero dalle proiezioni, appare per quello che è, non più minaccioso, come qualcosa da cui bisogna difendersi o attaccare. Trascesa la proiezione del male appare la natura del bene.</p>
<p>L’essere presenti a se stessi in uno stato di consapevole attenzione al mondo, prepara ad un atteggiamento più sicuro e compassionevole e al passaggio dal pernicioso giudizio critico alla responsabilità verso la vita.</p>
<p>Questo stato meditativo di coscienza consente di non essere più condizionati e di cominciare a diventare padroni della propria mente e del proprio ego: è l’accesso ad un’esperienza di libertà e benessere sconosciuta nello stato ordinario o della cosiddetta <em>psicologia della normalità</em>, ove si è intrappolati nell’illusorietà del proprio pensiero e dei propri sentimenti.</p>
<p>Per gli studiosi, l’accesso alle pratiche di consapevolezza basate sullo sviluppo dell’attenzione è l’occasione per studiare dimensioni della psiche assai più profonde di quelle che si conoscono attraverso l’esperienza clinica e psicoterapica scientifica.</p>
<p>Come spesso si è detto, l’approfondimento dele pratiche meditative porta a sconfinare nei reami dell’inconscio rimosso e dell’inconscio transpersonale, ovvero sia nei magazzini dimenticati della memoria che in quelli ove dimorano le ricchezze dell’anima, sino ad intuire l’eterno stato del Sé.</p>
<p>E’ proprio la possibilità di permanere nella pura presenza o nel silenzio mentale ciò che dà accesso all’intuizione del Sé</p>
<p>Intuire la naura del Sé nella sua essenza di Bene e Verità è possibile quando la coscienza è vuota, priva di contenuti mentali, e allora ciò che noi siamo al di là dell’ego si può riflettere: la coscienza che riflette la dimensione transpersonale diventa coscienza spirituale, che, riconosciuta la bontà e l’eternità del Sé, spinge sul sentiero dell’autotrasformazione e della risoluzione di quei fattori egoici separativi che si oppongono allo sviluppo integrale e al senso evolutivo della vita.</p>
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		<title>Da Bach a Buscaglione il suono non ha confini</title>
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		<pubDate>Fri, 03 May 2013 13:35:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>segreteria</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[E’ appena uscito il libro “Parliamo di musica” del grande pianista jazz, Stefano Bollani, virtuoso della porta accanto che duetta con Grandi e Chailly. Piero Negri, La Stampa.it &#160; &#160; A sei anni, Stefano Bollani voleva essere Adriano Celentano. Qualche tempo dopo, Fred Buscaglione. Poi scoprì Renato Carosone, e i conti iniziarono a tornare. Perché [...]]]></description>
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<p><em>E’ appena uscito il libro “Parliamo di musica” del grande pianista jazz, Stefano Bollani, virtuoso della porta accanto che duetta con Grandi e Chailly. Piero Negri, La Stampa.it</em></p>
<p><em><span id="more-1460"></span></em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A sei anni, Stefano Bollani voleva essere Adriano Celentano. Qualche tempo dopo, Fred Buscaglione. Poi scoprì Renato Carosone, e i conti iniziarono a tornare. Perché nel frattempo, su suggerimento del primissimo insegnante di musica («Ho cominciato picchiando su un tamburo insieme agli altri bambini»), aveva intrapreso lo studio del pianoforte. Carosone, che cantava e suonava, per il musicista ragazzino era un modello perfetto, era ciò che avrebbe voluto essere da grande.</p>
<p>Le cose sono andate un po’ diversamente, come molti sanno, e oggi Stefano Bollani, che lo scorso dicembre ha passato la boa dei quarant’anni, è il jazzista italiano più noto e amato, un eclettico capace di registrare dischi con &#8211; solo per stare agli ultimi anni &#8211; Enrico Rava e Chick Corea, la cantante pop Irene Grandi e l’orchestra del Gewandhaus di Lipsia diretta da Riccardo Chailly, con cui ha suonato Gershwin, Ravel, Stravinsky, Weill.</p>
<p>Una figura unica, la sua: Bollani è il virtuoso della porta accanto, che come noi ha ascoltato Puccini e Celentano, i Beatles e Elio e le Storie Tese (e molto altro in più, naturalmente) ed è la persona giusta a cui rivolgere l’invito, «Parliamo di musica», che è anche il titolo del suo nuovo libro, appena uscito da Mondadori.</p>
<p>«Me l’ha proposto l’editore &#8211; racconta lui &#8211; e devo ammettere che ho traccheggiato a lungo. Sapevo solo che il mio libro non avrebbe dovuto essere un’autobiografia e neppure una lezione di musica.</p>
<p>Dopo un po’ ci sono arrivato: ho capito che, molto semplicemente, avrei dovuto raccontare esperienze. Sono uno che ha scritto tanto, che scrive su tutto e che nei cassetti conserva molte cose non pubblicate e probabilmente non pubblicabili, ma questa volta non riuscivo a mettermi al lavoro.</p>
<p>Così ho registrato alcune lunghe conversazioni con Alberto Riva, le ho sbobinate e poi le ho quasi completamente riscritte. È un modo di operare un po’ anomalo, ma ha funzionato».</p>
<p>È possibile, anzi probabile, che fin dall’inizio Bollani si sia posto la domanda che è poi diventata il titolo di uno dei capitoli del libro: «Si può parlare di musica?» Una domanda semplice per la quale non esistono risposte semplici: «Addirittura &#8211; dice lui &#8211; non so se una risposta nemmeno esista, io almeno non ce l’ho e non l’ho trovata alla fine della stesura di questo libro.</p>
<p>E infatti esprimo più che altro un desiderio: smettiamo di parlare di tutto quello che è intorno alla musica, quando si parla di musica. Per pigrizia intellettuale, o perché mancano le parole per farlo. Credo che si debba andare per metafore usando le altre arti, senza dimenticare che la musica ragiona come la vita. Tutto qui: bisogna trattarla come se fosse vita».</p>
<p>Quello che manca in questo libro (per fortuna) è un’idea gerarchica dei linguaggi musicali, una classifica: nelle pagine di Bollani si passa velocemente da Puccini al musical, da John Coltrane a Bach, da Frank Zappa a Edgar Varèse (ma questa è facile, Zappa stesso parlava in continuazione di Varèse). È un modo di rapportarsi alla materia molto contemporaneo, molto digitale.</p>
<p>Qui Bollani denuncia, felicemente, i quarant’anni appena compiuti: «La musica &#8211; riflette lui &#8211; è uno dei campi in cui più si ama fare distinzioni. Io ho scelto di distinguere solo per gusto e per utilizzo. C’è la musica per ballare, quella per funerali e matrimoni, la musica per meditare, quella per pensare, e non è che la musica per ballare valga meno delle altre.</p>
<p>Certo, lo vedo anche su me stesso, ignorare i generi consolidati rende più difficile la comprensione altrui, e non posso certo pretendere che gli altri capiscano dove sto andando quando sono il primo a non saperlo. Ma, come diceva Vinícius de Moraes e come scrivo nel libro, la vita è l’arte dell’incontro. E pure la musica».</p>
<p>Bollani cita Il resto è rumore di Alex Ross (Bompiani) come miglior libro sulla musica che gli sia capitato di leggere, Ennio Flaiano come ispirazione nella scrittura («Mentre lavoravo al mio libro, per caso oppure no, l’ho letto moltissimo»).</p>
<p>I suoi maestri sono Enrico Rava e Chick Corea: «Rava &#8211; spiega &#8211; ha sempre avuto una fiducia assoluta nelle mie capacità. La prima sera che ho suonato con lui ho suonato meglio di quanto avessi mai suonato fino ad allora. E non è ancora finita.</p>
<p>Corea, invece, è un rarissimo caso di maestro di vita: a 71 anni lavora e vive di musica con la passione di sempre, senza perdere un minuto. In un mondo che rifiuta di invecchiare, lui invecchia ascoltando sempre il fanciullino pascoliano che è in lui. Il libro è dedicato a loro, ai modelli, ai maestri che la mia generazione fa così fatica a trovare».</p>
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