L’ascolto attivo è uno strumento indispensabile che deve sempre essere presente nella cassetta dei ferri di chi accompagna un malato o una persona fragile. Ascoltare significa dare l’opportunità all’altro di parlare e di esprimere i propri sentimenti ed emozioni permettendo così, attraverso la narrazione di sè, di riconquistare la propria identità.

Per essere messo in pratica sono necessari alcuni prerequisiti e tecniche da apprendere e da allenare.

Tacere

Sembra una banalità, la prima cosa da fare per poter ascoltare da fare è fare silenzio e non parlare. Ma non basta: oltre che silenzio esterno, c’è bisogno anche del silenzio interno.

E’ impossibile ascoltare in modo efficace mentre parliamo noi o se la nostra mente vaga pensando a cosa si dirà in seguito o ad altro.

Anche nei momenti di silenzio si può ascoltare con l’orecchio interiore.

E se l’andamento del colloquio richiede un nostro intervento, facciamolo ma sempre con l’intenzione di stimolare il racconto dell’altro, lasciando l’attenzione puntata su di lui senza mai rubargli la scena. Facciamolo facendo domande preferibilmente aperte, e cerchiamo di essere parchi nel parlare di noi. Quando ci accorgiamo che siamo noi a raccontare la nostra storia probabilmente la relazione necessita di un’inversione di rotta, inventiamoci qualche domanda e riportiamo il focus sul racconto dell’altro.

 

Astensione dal giudizio

“La nostra prima reazione di fronte all’affermazione di un altro è una valutazione o un giudizio, anziché uno sforzo di comprensione. Quando qualcuno esprime un sentimento o un atteggiamento o un’opinione tendiamo subito a pensare ‘è ingiusto’, ‘è stupido’, ‘è anormale’, ‘è irragionevole’, ‘è scorretto’, ‘non è gentile’. Molto di rado ci permettiamo di ‘capire’ esattamente quale sia per lui il significato dell’affermazione.” Carl Rogers

Essere giudicanti vuol dire aggiungere una valutazione di merito o di valore a ciò che si sta osservando. Quando giudichiamo una persona, le valutazioni che facciamo non hanno una loro natura in sé, bensì sono delle qualità che vengo attribuite dalla soggettività di chi sta osservando.

Astenersi dal giudizio significa accettare che la realtà è così come ci si presenta ai nostri occhi e che tutto ha una causa. Di conseguenza, vuol dire sapere osservare i fatti per quello che sono piuttosto che definire ciò che accade semplicemente come “buono” o “cattivo”.

L’atteggiamento giudicante compromette gravemente la bontà dell’ascolto e inquina il canale comunicativo. Giudicare qualcosa ‘sbagliato’ significa prima di tutto ripercussioni negative sulle nostre emozioni e poi aggiunge un naturale desiderio di ‘non tacere’, di replicare per contrapporre quella che per noi è l’idea ‘giusta’.

Non giudicare non significa mortificare le nostre idee o rinunciare a costruire un nostro parere, significa soltanto accogliere il parere dell’altro per quello che è e accettarlo senza porlo a confronto con il nostro personale criterio di ‘giusto’ o ‘sbagliato’.

E quando un nostro parere riguardo un determinato argomento ci viene richiesto espressamente? Un esempio: una persona ci dice “io sono favorevole alla deforestazione dell’Amazzonia, e lei?” Anche se dissentiamo possiamo comunque rispondere con sincerità (senza rinunciare alle nostre idee) e in maniera non giudicante, per esempio “io non sono dello stesso parere ma mi interessa il suo punto di vista, ha voglia di spiegarmi i motivi per cui la pensa così?”. Ben diversa è una risposta del tipo “la deforestazione è una strategia sbagliata secondo me”,che equivale a dire ‘tu hai torto‘, che è un giudizio.

Prestare attenzione

Attenzione a cosa? A tutto ciò che l’altro racconta. Chi ascolta dovrà essere attento e dimostrare interesse verso il suo interlocutore, alcuni accorgimenti utili sono:

  • porsi di fronte alla persona con la quale si sta parlando
  • stabilire un contatto oculare, guardarla
  • mantenere una postura aperta e una distanza, nel limite del possibile, di circa 90 – 100 cm
  • non guardare l’orologio

E se il racconto è noioso e non ci interessa per niente? A. Molino e F. Tizian propongono questo esercizio per incentivare l’attenzione su argomenti privi di interesse: (…) ascoltate come se doveste riferire ad un amico quello che state ascoltando. Mettetevi nella disposizione d’animo di dover raccontare ad altri e con chiarezza, alla fine dell’intervento o il giorno seguente, la storia ascoltata. Mantenere concentrata l’attenzione vi sarà molto più facile.

Restituire piccoli feedback

Nella maggior parte dei casi chi parla si aspetta che chi ascolta sia presente e rimanga in silenzio. Tuttavia se si resta taciturni chi parla non può sapere se siamo veramente interessati al suo racconto e se siamo sintonizzati sulla sua lunghezza d’onda. Occorre restituire di tanto in tanto dei segnali di riconoscimento che gli facciano capire che ascoltiamo con interesse. Si tratta emettere quei piccoli fonemi come “uh-uh”, “Ah!”, “Davvero?”, “Mmmm”, “Capisco”, e gli altri versi non-giudicanti che possiamo emettere mentre annuiamo col capo assumiamo altre opportune espressioni facciali.

Domande apri-porta

A volte le persone hanno difficoltà a iniziare a parlare. Tacciono ma dal modo in cui si muovono o dal loro sguardo si capisce che potrebbero voler parlare, piangere, sfogare la rabbia. In queste situazioni si può ricorrere a domande aperte quali “Sembra triste (nervoso, arrabbiato, ecc.), le va di parlarne?” , “Cosa le succede?”, “Che cosa la spaventa signor …?”.

Puri e semplici inviti a parlare manifestati attraverso piccole domande aperte che offrono l’opportunità di parlare. Le domande aperte sono da preferire poiché invitano maggiormente al dialogo rispetto alle domande chiuse.

Sono solo piccoli accorgimenti che tuttavia permettono di trasformare una relazione e hanno effetto in diversi ambiti: lavorativo, familiare, educativo, ecc. In particolare quando abbiamo a che fare con una persona in difficoltà, l’ascolto attivo può trasformare la relazione in una relazione d’aiuto e di conseguenza regalare qualche briciola di benessere all’altro.

Sergio Forno – 3 giugno 2021