Il mondo scientifico è diviso, e non ha ancora chiarito se le intolleranze alimentari sono vere patologie. Gianna Melis su Donna

  Attilio Speciani, specialista in allergologia e immunologia clinica, docente ai Master di nutrizione dell’Università Sapienza di Roma.

 Uno studio della Portsmouth University ha verificato che 9 inglesi su 10 credono di soffrire di intolleranze alimentari. Di cosa si tratta? “È una patologia vera, difficile da diagnosticare e ritenuta da molti frutto della fantasia di qualche medico. Ormai ci sono molti studi che hanno dimostrato che gli anticorpi legati al cibo sono di una classe particolare (le IgG), e misurabili in laboratorio.

Le intolleranze alimentari sono chiamate “allergie ritardate” e dipendono da un meccanismo immunologico che crea infiammazione”, spiega deciso Attilio Speciani.

Come si scatenano? “I componenti del cibo o additivi, conservanti o coloranti, possono dar luogo a una reazione immunologica nelle cellule intestinali causando cefalee, gonfiore dopo i pasti, ma anche variazioni di peso, artrite, prurito, nausea e bruciore allo stomaco”. E la diagnosi? “Le IgG per gli alimenti sono valutabili in laboratori medici specializzati, oppure in farmacia attraverso un semplice prelievo capillare. L’Alcat Test valuta la forma e il diametro dei globuli bianchi in reazione al cibo”. Qual è la cura? “Viene consigliato di attenersi a una dieta bilanciata, con fasi del tutto simili a quelle dello svezzamento del neonato, poi si reinseriscono i cibi dello stesso gruppo in modo progressivo e in giorni definiti, fino a tornare a una dieta normale”. 

 

 No Carolina Ciacci, gastroenterologa e docente al Dipartimento di Medicina Clinica e SperimentaleUniversità Federico II di Napoli.

 “A tutt’oggi si possono diagnosticare con precisione solo tre tipi di intolleranze: quella al lattosio, dovuta alla riduzione o assenza di lattasi, l’intolleranza al glutine che provoca la celiachia e una da fruttosio, molto rara, di origine genetica.

Molti centri di ricerca stanno ora indagando su una nuova forma chiamata Gluten Sensitivity, che non è celiachia, non è allergia e neppure sindrome del colon irritabile, perché non è presente infiammazione nell’intestino, né un rapporto con i geni associati alla celiachia.

Chi ne soffre riesce ad annullare i sintomi con una dieta povera di carboidrati, spesso ipocalorica. Riguardo alle intolleranze alimentari, affermare che una persona è intollerante, per esempio ai latticini, è una sciocchezza: grana, ricotta e gorgonzola pur essendo latticini, sono molto diversi tra loro da un punto di vista biologico.

Molti test (anche su sangue) costosi e di dubbia validità scientifica, promettono di rilevare l’alimento “nemico”.

Ma se si ripete la prova tre volte in un giorno i risultati sono sempre diversi, mentre un test per essere affidabile deve

dare lo stesso risultato anche dopo 100 volte. È vero che una dieta leggera, poco calorica, e una maggiore attenzione a ciò che si mangia producono un momentaneo

benessere. Ma questo può far ritardare la diagnosi di una malattia seria, magari non di tipo alimentare”. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

No Carolina Ciacci, gastroenterologa e docente al Dipartimento di Medicina Clinica e SperimentaleUniversità Federico II di Napoli.

 

“A tutt’oggi si possono diagnosticare con precisione solo tre tipi di intolleranze: quella al lattosio, dovuta alla riduzione o assenza di lattasi, l’intolleranza al glutine che provoca la celiachia e una da fruttosio, molto rara, di origine genetica.

Molti centri di ricerca stanno ora indagando su una nuova forma chiamata Gluten Sensitivity, che non è celiachia, non è allergia e neppure sindrome del colon irritabile, perché non è presente infiammazione nell’intestino, né un rapporto con i geni associati alla celiachia.

Chi ne soffre riesce ad annullare i sintomi con una dieta povera di carboidrati, spesso ipocalorica. Riguardo alle intolleranze alimentari, affermare che una persona è intollerante, per esempio ai latticini, è una sciocchezza: grana, ricotta e gorgonzola pur essendo latticini, sono molto diversi tra loro da un punto di vista biologico.

Molti test (anche su sangue) costosi e di dubbia validità scientifica, promettono di rilevare l’alimento “nemico”.

Ma se si ripete la prova tre volte in un giorno i risultati sono sempre diversi, mentre un test per essere affidabile deve

dare lo stesso risultato anche dopo 100 volte. È vero che una dieta leggera, poco calorica, e una maggiore attenzione a ciò che si mangia producono un momentaneo

benessere. Ma questo può far ritardare la diagnosi di una malattia seria, magari non di tipo alimentare”.

 

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