med. narrativaRita Charon è la fondatrice della medicina narrativa o, secondo la sua stessa definizione, della Narrative-Based Medicine: è stata lei che ha iniziato a sistematizzare esperienze molto eterogenee di centri diversi, istituito i primi corsi, scritto libri e articoli. E oggi è docente di Clinica medica e direttrice del programma di Medicina Narrativa della Columbia University di New York. L’intervista a Rita Charon, colta su L’Espresso.it e che proponiamo, chiarisce molto bene il concetto di medicina narrativa.

Professoressa Charon, che cosa è la medicina basata sulla narrazione?

“E’ una sorta di pratica clinica rinforzata dalle parole (dei medici e degli infermieri, ma anche e soprattutto dei pazienti) al fine di riconoscere, assorbire, interpretare, onorare, metabolizzare e infine lasciarsi guidare dalla storia con cui ci si confronta verso un certo tipo di azione medica. Attenzione: non si tratta semplicemente di aggiungere un po’ di empatia alla competenza tecnica. Piuttosto, di rendere concreta un’idea di salute e di malattia viste non più solo come specifiche situazioni fisiche, ma come condizioni profonde dell’essere da cui dipendono la sofferenza, il dolore, la salute e la stessa morte. Dal punto di vista pratico, esistono molte possibili declinazioni di questo concetto incentrate sul paziente, sul medico, sul lavoro di gruppo o individuale, sul dialogo, la scrittura, o su forme espressive diverse e così via, ma sempre è necessaria una formazione, perché la malattia non è semplicemente un guasto tecnico. Chi ha l’onere di aiutare gli altri a uscirne deve essere formato ad affrontare le complesse interazioni che si sviluppano tra esperienze reali e vissuto del singolo, che dunque comprendono ma non sono limitate a una mera descrizione dei sintomi”.

 

Molti malati si rifugiano nelle pratiche alternative proprio perché cercano un dialogo col medico. Questo dovrebbe costituire una formidabile spinta verso un approccio più improntato all’ascolto, eppure non è così. Come mai?

“La medicina moderna agisce sotto la spinta perenne della velocità da un lato, e degli aspetti tecnici dall’altro, concentrandosi sulla patologia a scapito della malattia, dell’affezione nel senso più ampio del termine. La capacità di ascoltare e rispettare i malati nel momento della loro sofferenza è assai difficile da insegnare e da imparare, e richiede più tempo e denaro rispetto all’insegnamento e all’apprendimento di un atto medico o strumentale: per questo non molti amministratori o politici sono entusiasti all’idea di promuoverla. In altre parole, il mestiere del medico oggi è condizionato, deformato dall’avidità, e in questo contesto non c’è molto interesse a promuovere un approccio culturale che rende poco e che richiede investimenti”.

 

Il nome che avete scelto, Narrative-Based Medicine, è speculare a Evidence-Based Medicine, che indica la medicina fondata sulle prove di efficacia. Ma i critici notano che la medicina narrativa non è supportata da dati statistici dei suoi effetti clinici e sembra alquanto lontana dalla Evidence.

“E’ vero che non disponiamo di dati numerici imponenti, ma ciò accade perché i metodi matematici utilizzati oggi non sono stati concepiti per valutare parametri quali il benessere psicologico, la qualità della vita e il rapporto tra questi e le condizioni biologiche; è dunque impossibile, in molti casi, fornire una valutazione precisa o coerente dell’efficacia della medicina narrativa. Eppure, Narrative ed Evidence Based hanno un rapporto profondo e positivo per entrambe. Normalmente il contenuto di quanto il malato racconta e i dati clinici che emergono durante la narrazione vanno persi. Il medico non ha tempo né strumenti culturali e professionali adatti a farne tesoro, istruito e abituato com’è a concentrarsi solo sui numeri, per esempio sui risultati degli esami del sangue. Ma se impara a sfruttare tutte le informazioni, sia quelle “numeriche” sia quelle più nascoste nel vissuto di chi ha di fronte, egli dispone automaticamente di strumenti di valutazione più completi, e trova armi curative più efficaci”.

Quale consiglio si sente di dare a un medico che voglia rendere il proprio rapporto con il malato più empatico?

“Innanzitutto deve diventare un buon lettore, per apprezzare fino in fondo le parole e le storie. Deve prendere nota di ciò che riferisce il paziente, rileggerlo e imparare a valutarlo e a tenerlo in considerazione. E certo imparare a sedersi e ascoltare”.

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