Gli uomini hanno sempre cercato di cambiare il mondo. Oggi si ha l’impressione che il mondo cambi senza neppure la nostra collaborazione. E la cosa non sembra preoccupi granché. Risponde Umberto Galimberti, Donna

Lei, da tempo cerca di suggerire un più ampio orizzonte, come se da ultimo, sempre più solo, insieme ai poeti, cercasse di convincerci a riscoprire il significato delle domande da fare e della necessità del dubbio sulle conclusioni che ci vengono date come definitive. Per farci almeno recuperare un po’ di autenticità e un po’ di consapevolezza. Da sempre questa delle domande da mantenere aperte è l’unica libertà che i saggi cercano di difendere. La gente non li ascolta o fa finta di non vedere. Forse, dice qualcuno, alla fine ci salverà la bellezza, se incontrandola per strada, riusciremo ancora a riconoscerla! Forse, se sarà capace ancora di suscitare dentro di noi sentimenti come la compassione e l’amore. Anche la bellezza è ormai solo ben rappresentata nella vita, la sua imitazione confonde gli animi. Quello che resta spesso è solo virtuale, finto, brutta copia di sé. Non si sa più distinguere la realtà dalla sua finzione, la recita che ci viene spiattellata per verosimile ogni sera dopo cena si accetta senza imbarazzo. Ora, è chiaro, oltre la rappresentazione della vita c’è solo un’altra rappresentazione ma è quella vissuta da un soggetto, non quella di Facebook o della Disney. La capisco, in tutto questo, Lei vede il disarmante effetto della stupidità generalizzata, direbbe Rilke: di nostre continue disattenzioni, sempre più ignari davanti ai pericoli e al nulla che avanza. Con l’esasperazione da profeta Guido Ceronetti aggiungerebbe: meglio cento nazicomunismi che almeno suscitano rabbie e passioni, da cui un possibile senso di vomito o qualche difesa da parte di un sistema immunitario sopravvissuto, può farci rinascere e liberarci, prima che il mondo attuale di plancton si sia reso conto di essere rimasto senza più fondi di coscienza né conoscenza della vita perduta. Il problema è che la maschera e il volto dell’uomo ormai sembrano gli stessi, qualcuno fa anche apposta a confonderli e lo sa. In questo modo la gente non si accorge più neanche delle differenze. Gli stessi attori sui palcoscenici del mondo ormai sono allibiti, hanno le mani nei capelli, quando capiscono che il pubblico che hanno davanti non riconosce e non distingue più la rappresentazione ironica della vita, dalla realtà che sta fuori. Sarebbe di nuovo tempo di Euripide ma non s’intravedono e, se esistono, non gli si dà voce. È la fine? O solo un nuovo inizio che ricomincia, così malamente?

Andrea Oddenino odden@tiscali.it

Le sollecitazioni non mancano, ma a promuoverle sono le parole della passività che si chiamano “speranza”, “auspicio”, “augurio”. In realtà siamo pervasi da speranze deluse circa la possibilità di reperire un senso, e nella cadenzata successione dei giorni ci accompagna quell’inerzia che neppure percepiamo, perché mascherata da quel frenetico darsi da fare, di cui però fatichiamo a reperire non solo lo scopo, ma anche il perché.

Avvolti come siamo da una sovrabbondanza e da un’opulenza che, nonostante la crisi, tali rimangono rispetto alle condizioni del resto del mondo, ad esse ci affidiamo come ad addormentatori sociali, per non assistere alla nostra quasi totale indifferenza rispetto a una qualsiasi gerarchia di valori, quindi noia, spleen senza poesia.

Tutti questi fattori scavano un terreno dove si radica quel senso di insignificanza che non è la disperazione che affligge quanti un giorno hanno sperato, ma una sorta di assenza di gravità, di chi si trova a muoversi nel sociale come in uno spazio in disuso, e dove non è più il caso di elevare una lamentazione, un grido di indignazione e neppure un richiamo, perché l’impressione è che non ci sia nessuno in grado di raccogliere quelle voci destinate a ritornare come ritorna l’eco di un grido.

La cultura dello stordimento, quella della televisione e degli stadi per intenderci, bolla tutto questo come “pessimismo”. In realtà si tratta di qualcosa di molto più grave che Nietzsche aveva chiamato “nichilismo”: il più inquietante degli ospiti”, e così definito: “manca il fine, manca la risposta al perché. Che cosa significa nichilismo: che i valori supremi perdono ogni valore”.

Sono ormai 130 anni che risuona questo grido nietzscheano, tenuto a freno e combattuto dall’ottimismo cristiano, nonostante le due guerre mondiali, lo sterminio nazista, la fame nel mondo, la migrazione dei disperati della terra, e da noi, occultato da quell’arma forse più semplice ed efficace che è la “distrazione”, propagata a dosi massicce per evitare di pensare, di sentire e persino di percepire ciò che ci sta realmente accadendo.

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