• mercoledì 19 dicembre 2018

Avvizzire. Fiorire!

Alzo gli occhi e la sorprendo ad osservarmi. Capelli neri, lunghi, un abitino estivo, gli occhi di giovane ragazza fissi su me. Come s’accorge d’essere stata scoperta, abbassa lo sguardo su un giornale che tiene sulle ginocchia. Decido di ignorarla per qualche minuto, poi m’accorgo che ha ripreso a scrutarmi: a questo punto la fisso anch’io con  deliberata ostentazione ed ella questa volta mi sorride. Decido che non è, non può essere una sfrontata e sorrido anch’io.

Così finisce il primo giorno.

La settimana successiva, sempre di giovedì, torno all’ospedale per la chemio, ed eccola seduta sulla stessa sedia, come in attesa. Questa volta sono io a sorridere ed ella mi risponde con un gesto della mano e un sorriso partecipe, come se ci conoscessimo da sempre. Mi siedo vicino a lei e le dico il mio nome. Ella risponde con un minimo d’imbarazzo: -Ofelia. Di questo nome mi vergogno un po’ … in gioventù mia madre faceva la traduttrice e le è accaduto di dover tradurre l’Amleto in versi.-

– Ti ho vista qui la settimana scorsa. Accompagni qualcuno?-

– No. Sono qui per me.

– Anch’io.

– Perché vieni qui?- mi domanda, tranquilla, come se la sua fosse una vera domanda. La guardo sorpreso. Ride, felice del mio stupore, poi, improvvisamente seria, mormora:

– Io vengo qui non tanto per la prescrizione dell’oncologo, quanto per un curioso fenomeno che mi sta accadendo.

– Sarebbe?

– Non è facile da chiarire. Da quando so d’essere ammalata mi accade qualche cosa … m’accade qualcosa come se mi sdoppiassi. M’allontano di casa, mi dirigo qui, passo dopo passo, ma intanto sono sicurissima d’essere rimasta a casa, nella mia stanza, fra i miei libri, i miei ricordi di bimbetta e di adolescente. Giungo in ospedale, mi sottopongo ai prelievi e poi alla chemioterapia e, mentre i medicamenti s’insinuano in me, io so di non essere nel lettino dell’ospedale, bensì a casa, nel letto della mia camera. E tu? Tu perché vieni qui?-

– Io, io vengo qui forse per ragioni analoghe a quelle di tutte queste persone che qui stanno aspettando, come noi. Forse. Ma, in realtà, ai veri motivi non ho mai pensato. Forse sono qui per spirito d’avventura. Per tentare la sorte, come nei giochi di danaro … per amore dell’imprevisto. Così vedrò come andrà a finire il mio viaggio in questo mondo terapeutico che fino a ieri mi era perfettamente sconosciuto.-

Ofelia ride mentre termino le mie battute: -Non ti credo. Forse stai tentando di renderti interessante.-

– Hai ragione,- le bisbiglio,- sono curioso, ma anche un po’ pigro. Ho accettato di curarmi perché capisco che sarebbe snervante rinunciare alle esortazioni dei famigliari, del medico, degli amici …

Ancora una volta parlo con scarsa convinzione e Ofelia lo capisce. Ora sembra distratta. Fissa il pavimento. Restiamo in silenzio per qualche minuto. In luoghi ( o non-luoghi) come la sala d’attesa d’un ospedale può accadere che un lago di silenzio cada fra persone in assoluta confidenza, dopo che si sono aperte su pensieri intimi. Accade che alcune volte ci si accorga che quanto si è confidato finisca per non assomigliare realmente ai pensieri che fluttuano in noi. Pensieri che vanno, tornano in perpetuo dubbio e contraddizione. Perché dietro alle parole, in fondo, emergono sempre nuove verità che avanzano, crescono, sovrastano, sostituiscono e modificano le edificazioni provvisorie che ci siamo sforzati di rappresentare. E dunque, mi chiedo fino a quanto le confidenze possano risultare oneste, e quanto utili.

Ofelia solleva il capo: ora i suoi occhi sono gravi, profondi, arrivano a intimidirmi. Poi parla, e il suo dire trova echi e consensi nel ricettacolo dei miei antichi pensieri, quelli che mi hanno costituito così come sono:

– In questo momento io sono nella mia camera e ascolto la musica di un disco: il primo quartetto di Schumann. Ascolto e, via via le note arrivano, in un turbine dileguano, tornano in perpetuo dubbio e contraddizione: si accavallano, propongono riflussi, si insultano, si disdegnano e amano. Ecco. Le nostre vite assomigliano a quella musica. Nascono motivi suadenti, barbagli di rivelazioni … s’instaurano favolose edificazioni di totale realtà e poi, all’improvviso, un folletto s’insinua e capovolge ogni edificio, spegne ogni lampada accesa nella notte. E altrettanto all’improvviso quella nuova apparenza acquista connotazioni di realtà, un progetto di realtà ancora più pregnante e coinvolgente delle costruzioni appena intravviste e già abbandonate! E mentre pieghi il tuo corpo, i ricordi, le esperienze, gli affetti e con fatica  ti adegui a quella nuova situazione e cominci a corrisponderle e a goderne, ecco irrompere … non più un folletto, ma un intero corpo di ballo che si dilata sulle macerie di quello che un istante prima era il tuo mondo, la tua realtà! E quelle macerie affondano in un buio di catrame fuso, e i ballerini si trasformano in fiori ondeggianti che invocano nubi e temporali impetuosi …  –

Mi avvicino a Ofelia. Ha lacrime sul volto. Lacrime colano lungo le guance. Raccolgo quelle gocce. Accarezzo mani leggere, affilate. Trattengo quelle mani tra le mie mentre ella tace, il capo appoggiato alla parete della sala.

Fra noi è passato l’angelo della verità.

Poi un’infermiera la chiama per la chemioterapia. L’accompagno. Quando esce dal trattamento è stanca, dolorante. Ma un’infermiera m’avvisa che è arrivato il mio turno: la chemioterapia aspetta me. Saluto Ofelia stringendole la mano con affetto … la rivedrò giovedì prossimo …

Invece, terminate le due ore di trattamento della chemio e del supporto nutritivo, esco dal dormiveglia che sempre m’accompagna durante i trattamenti e me la trovo vicina: è seduta accanto al mio lettino, seria e compresa. La fisso e provo a sdrammatizzare:

– Che cosa sta facendo l’Ofelia che è a casa?- le domando.

– E’ uscita di casa.-

– E’ venuta qui, in ospedale?

– E’ qui.

Mi sollevo con qualche fatica, le prendo la mano. Usciamo e l’accompagno verso casa. Sono passi fascinosi. Prima di vederla sparire nel portone, le chiedo se posso recitarle qualche verso. Accetta:

-… Natura tutto spande,

Volentieri alla gente.

Essa non ha il nòcciolo

Ed essa non ha la scorza:

D’un getto è la sua forza …

 Sono versi di Wolfgang Goethe tradotti, indovina, nientemeno che da Benedetto Croce!-

– Sono le parole che inutilmente ho cercato di dire io. Sono la verità.-

– Tu mi hai detto parole che mi riguardano. Nessuno c’era mai riuscito, finora.-

– Tu me le hai chieste.- risponde Ofelia entrando nel portone, – Prima non le conoscevo neppur io. Prima Schumann con i suoi quartetti mi annoiava a morte. Voglio risponderti con un pensiero di un inglese, David Herbert Lawrence:

“Tutte le sciagure che accadono non possono far appassire un fiore, e nemmeno l’amore delle donne. –

Adesso attendiamo con ansia il prossimo giovedì. Attendiamo.  Ofelia. Noi due.

 

Romano Fea – 19 ottobre 2018