Da  Le Scienze.it, recensione del libro di Michael Gazzaniga

 

 

Siamo così convinti di essere padroni di ogni nostra azione, di poterla decidere e attuare a piacimento, in altre parole di poter contare sul libero arbitrio, che ci sembrerebbe folle solo mettere in dubbio tutto questo. Non ci passerebbe mai per la testa di dubitare del fatto che ci sentiamo agenti coscienti con un senso unitario del sé, che agiscono con un fine personale.

Questa visione però è in crisi. Colpa, o merito se preferite, delle continue scoperte delle neuroscienze, grazie a cui negli ultimi decenni abbiamo iniziato a capire come funziona il cervello e di riflesso abbiamo iniziato a diradare le nebbie che avvolgono l’emergere delle facoltà mentali, sulle quali poggia il nostro essere umani.

Uno degli esponenti più eminenti di questa critica parziale al libero arbitrio è Michael Gazzaniga, professore di psicologia all’Università della California a Santa Barbara e pioniere delle neuroscienze cognitive, che illustra la propria tesi in Chi comanda?, libro in vendita da febbraio nelle librerie per Codice Edizioni.

Per argomentare la propria tesi, Gazzaniga passa in rassegna le conoscenze del cervello, e i suoi argomenti poggiano su studi a cui spesso lui stesso ha partecipato. Il libro quindi è anche un racconto delle piccole rivoluzioni che hanno scosso le neuroscienze, ottenute anche grazie allo studio di pazienti con lesioni cerebrali.

Elemento importante questo, perché ha permesso di capire che il cervello è un insieme di moduli integrati tra loro, che lavorano in automatico e sono spazialmente localizzati, con buona pace delle ipotesi passate per cui le diverse funzioni cerebrali erano distribuite uniformemente in tutto l’organo.

Ma se il cervello è composto da moduli automatici, come emerge la coscienza di sé? Tutto merito di un modulo interprete, che sembra una caratteristica unica della nostra specie. Come spiega Gazzaniga, «l’unità psicologica di cui facciamo esperienza emerge da un sistema specializzato, chiamato interprete, che dà spiegazioni a proposito delle nostre percezioni, dei nostri ricordi, delle nostre azioni e delle relazioni tra tutti questi.

Ciò porta alla formazione di una narrazione personale, la storia che unisce i diversi aspetti della nostra esperienza cosciente in un insieme integrato: e l’ordine sorge dal caos». La coscienza sarebbe dunque una proprietà emergente. La nostra esperienza cosciente, afferma l’autore, si assembla al volo, mentre il cervello risponde a segnali che cambiano di continuo e risponde rapidamente.

Questa elaborazione a posteriori e la considerazione che si tratta di informazioni in entrata nel cervello di animali sociali quali noi siamo portano Gazzaniga ad affermare che la responsabilità è un contratto tra persone, una caratteristica della mente, non una proprietà del cervello. E mente e cervello non sono la stessa cosa.

Gli esperimenti di Benjamin Libet, per esempio, hanno scoperto che in alcuni casi il cervello fa qualcosa prima che noi ce ne rendiamo conto. Ma tutto ciò non ci solleva dal libero arbitrio e dalle responsabilità che ne conseguono.

Altri esperimenti hanno mostrato che in ognuno di noi c’è un’area nella corteccia deputata all’autocontrollo. Inoltre, nei gruppi umani più diversi il sistema delle punizioni funziona, inibendo comportamenti contro le regole. Quindi per Gazzaniga dobbiamo essere considerati responsabili delle nostre azioni.

C’è un corollario a tutto questo che riguarda il ruolo sempre più invadente delle neuroscienze nei tribunali. Gazzaniga mette in guarda dall’abuso in ambito forense di tecniche usate dagli scienziati, per esempio per visualizzare l’attività cerebrale, perché, proprio come le particelle del mondo atomico e subatomico, anche il cervello ha un suo principio di indeterminazione. Almeno per ora.

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