• giovedì 17 ottobre 2019

Com’è difficile guardare negli occhi il cancro

 

Ho avuto 5 tumori. Combatto da quando avevo 23 anni ed ora ne ho 56. Quando morirò diranno: «Ma era malata da tanto». Capisco perfettamente che per tutti io sto dall’altra parte del muro invisibile che più o meno consciamente si erge tra chi sta bene e quindi si considera normale e chi è malato. La malattia rovina la vita, e io ne sono un’ottima testimone. Quello che invece ritengo sia profondamente insensato è pensare a me come a una sventurata candidata alla morte. L’unica differenza tra me e ogni altro essere vivente è che io non posso dimenticare di dover morire mentre gli altri, sì. Della fine della vita non si deve parlare. I medici, quando ne parlo, mi consigliano qualche ottimo serotoninico. Ma la realtà è che tutti possono ingannare se stessi negando l’ineluttabilità della morte, tranne me e quelli come me. Dunque il  mio problema, in fondo, è solo di sapere troppo, di aver dovuto capire, per forza e troppo presto, che il mio destino è quello di tutti gli esseri viventi. Il problema degli altri è invece quello di rinforzare  il muro immaginario per continuare a credere disperatamente di poter relegare me, e quelli come me, nell’area ben separata degli sventurati a cui per sorte è toccato un destino mortale.

Francesca

 

risponde Umberto Galimberti

 

Più che nel passato, oggi la morte è ritenuta un evento insensato, assurdo, ma soprattutto un evento da rimuovere, il più negativo dei pensieri che si possa affacciare alla nostra mente, e di qui l’invito ad allontanarlo il più rapidamente possibile.

E siccome solitamente si muore a causa di una malattia (anche se Michel Foucault ci avverte che «non moriamo perché ci ammaliamo, ma ci ammaliamo perché fondamentalmente dobbiamo morire»), accade che chi è colpito da una malattia è come se venisse segregato in un altro mondo, nel mondo di chi non sta bene, e così isolato, anche se occasionalmente consolato da parole di speranza a cui non crede neppure chi le pronuncia.

Questa è la ragione per cui c’è la tendenza a nascondere la propria malattia, a essere reticenti per non compromettere il proprio lavoro, i propri amori e quel normale rapporto con gli altri che è possibile solo a chi abita il mondo dei sani.

Ci sono poi delle malattie come un tempo la tubercolosi e oggi il cancro, dove basta pronunciare la parola per essere iscritti nel mondo di coloro che sono destinati a morire. Come se gli altri fossero immortali.

Non ho mai capito perché uno che ha avuto un infarto e che ha tante possibilità di morire quante ne ha uno affetto da un cancro non vive quella sottile esclusione sociale che è riservata ai malati di cancro, solitamente vissuti come dei conannati a morte. Nonostante i progressi della scienza in questo campo, e come la sua storia ultratrentennale con la malattia è in grado di smentire.

Ma c’è di più. C’è quella terribile tendenza, avvalorata dalla psicoanalisi e dalle neuroscienze, anche se non apertamente, a cercare cause psicologiche responsabili dell’insorgenza della malattia, per cui ad esempio gli introversi, gli ossessivi e quelli che tendono a tenersi dentro tutto, rabbie e passioni, sarebbero più esposti al cancro, perché il corpo si incaricherebbe di pagare il conto delle costrizioni dell’anima.

Georg Groddeck, amico di Freud, diceva per esempio nel Libro dell’Es, a proposito della tubercolosi: «Muore solo chi vuol morire, colui per il quale la vita diventa insopportabile». In questo modo si toglie alla malattia la sua natura fisica per attribuirla alla volontà della mente.

Un modo come un altro per celebrare la libertà dello spirito nei confronti della materia e, grazie a questa libertà, si avanza l’ipotesi di poter sconfiggere la morte con la forza della volontà.

Quante volte l’abbiamo sentito dire nelle parole che vogliono incoraggiare il malato. Il risultato di queste “incoraggianti” ipotesi è che la vita o la morte dipendono da lui, per cui se non riesce a guarire, in fondo è colpa sua. E così, oltre alla malattia, il malato che dovesse convincersi, si assume anche il senso di colpa che queste insopportabili spiegazioni spiritualistiche aggiungono alla sua sofferenza.

Anche in questo caso, guardiamoci dalle celebrazioni dello spirito sui processi deterministici della materia. In queste celebrazioni io leggo solo un’ulteriore difesa e un estremo rifiuto nei confronti dell’ineluttabilità della morte.