• mercoledì 26 giugno 2019

Cucinare con pentole con rivestimento antiaderente causa il cancro?

In breve

  • Nel rivestimento dei tegami si può trovare il politetrafluoroetilene (più conosciuto con i nomi commerciali dei prodotti in cui è contenuto, per esempio Teflon, Fluon, Algoflon, Hostaflon, Inoflon), una sostanza composta da carbonio e fluoro e utilizzata oggi in diversi contesti.
  • Il rivestimento antiaderente dei tegami non è associato di per sé a un aumento del rischio di ammalarsi di cancro o di avere particolari problemi di salute, almeno quando la cottura avviene senza che si raggiungano temperature troppo elevate e mantenendo integra la superficie.
  • La potenziale pericolosità dei tegami antiaderenti è legata alla presenza – sempre più rara nei prodotti moderni – dell’acido perfluoroottanoico (PFOA), utilizzato in alcuni processi di preparazione del prodotto finale.
  • Il PFOA è classificato dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro in classe 2B (possibilmente cancerogeno per l’uomo).

Una scoperta inaspettata

Lo statunitense Roy J. Plunkett non aveva ancora trent’anni quando, nel 1938, scoprì il politetrafluoroetilene. Secondo un racconto dello stesso Plunkett, chimico presso l’azienda DuPont, la scoperta fu del tutto accidentale, tanto che il giovane pensò a un esperimento fallito quando trovò della polvere bianca in un cilindro che, almeno in teoria, avrebbe dovuto contenere il gas tetrafluoroetilene (TFE). Quella polvere era il risultato di un processo che aveva portato le molecole del gas TFE, ciascuna composta da due atomi di carbonio e quattro di fluoro, a unirsi in quello che i chimici chiamano un polimero, fatto di tante unità uguali ripetute. Il polimero prese il nome di politetrafluoroetilene (PTFE) e quello che tutti conosciamo come uno dei più comuni rivestimenti antiaderenti è quindi in origine una polvere inodore, bianca e leggera, che non si scioglie in acqua e in nessun solvente. È inerte, ovvero non reagisce con altre sostanze chimiche, non è infiammabile, non conduce elettricità e rimane stabile fino a temperature molto elevate (vicine ai 300 gradi). Tutte queste caratteristiche hanno fatto del politetrafluoroetilene un prodotto di grande successo, presentato al pubblico a partire dalla seconda metà del secolo scorso.

Dalle pentole agli indumenti

tegami antiaderenti sono senza dubbio i prodotti più noti tra quelli che contengono politetrafluoroetilene, ma non sono gli unici. Nella Seconda guerra mondiale il politetrafluoroetilene venne utilizzato per rivestire e proteggere attrezzature militari. Oggi, grazie alle sue caratteristiche, viene impiegato in numerosi prodotti plastici come per esempio filtri, guarnizioni, valvole e protezioni di vario tipo contro la corrosione. Ma il PTFE entra anche negli armadi. Alcuni tessuti sintetici altamente impermeabili e traspiranti sono composti proprio da politetrafluoroetilene microporoso e viene utilizzato per realizzare indumenti “tecnici” amati dagli sportivi. Non mancano gli usi del PTFE in medicina, dalla creazione di protesi vascolari a base di PTFE espanso all’uso in alcuni impianti dentali.

Infine ci sono pentole e padelle, presenti a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso nella maggior parte delle case. Il rivestimento antiaderente è in genere di colore nero ed è composto da diversi strati di PTFE che rivestono un substrato in metallo, spesso alluminio. Il numero degli strati può variare, così come il metallo sottostante, e questi due elementi determinano la qualità del tegame.

Politetrafluoroetilene e salute: cosa dice la scienza

L’American Cancer Society afferma che il politetrafluoroetilene di per sé non è cancerogeno e non provoca rischi per la salute alle dosi con le quali normalmente si viene in contatto.

Il rischio per la salute nell’utilizzo di prodotti che contengono politetrafluoroetilene è legato in realtà all’acido perfluoroottanoico, noto anche con le sigle PFOA o C8, un composto impiegato in alcune fasi della produzione del politetrafluoroetilene stesso. Sul PFOA gli studi non mancano e hanno portato alcune agenzie internazionali a pronunciarsi sull’argomento. Recentemente l’Agenzia per la protezione ambientale statunitense (EPA) ha affermato che i dati oggi disponibili suggeriscono un possibile legame causale tra PFOA (e altri composti simili) e il cancro; l’American Conference of Governmental Industrial Hygienists (ACGIH) ha classificato il PFOA come cancerogeno confermato negli animali, con rilevanza ancora incerta per gli esseri umani (ATSDR 2015).

Nel 2016 l’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC), ente con sede a Lione (Francia) e legato all’Organizzazione mondiale della sanità, ha classificato il PFOA nel gruppo 2B, del quale fanno parte le sostanze “possibilmente cancerogene per l’uomo”. In effetti studi condotti in animali di laboratorio hanno mostrato un aumento di tumori di fegato, testicoli, mammella e pancreas dopo esposizione a PFOA (spesso però a dosi molto elevate e per periodi prolungati, condizioni difficili da realizzare nella vita quotidiana). I dati degli effetti sugli esseri umani sono meno chiari e si basano in particolare su studi condotti in persone esposte per motivi professionali o di residenza vicino a un impianto di produzione. Anche in questi casi ci sono prove di un possibile incremento del rischio di alcuni tumori (vescica, testicolo, fegato e altri), ma servono dati più affidabili per arrivare a conclusioni definitive.

Regolamenti

Nel 2006 l’EPA e otto aziende che utilizzavano regolarmente PFOA hanno dato il via a uno speciale programma, con l’obiettivo di ridurre i livelli di emissioni e i prodotti contenenti questa sostanza del 95 per cento entro il 2010 e di eliminarli completamente entro il 2015. Secondo i dati e le dichiarazioni delle aziende, l’obiettivo è stato raggiunto. In Europa la Commissione europea ha chiesto all’Agenzia europea per la sicurezza degli alimenti (EFSA) di valutare i rischi per la salute umana delle sostanze perfluoroalchiliche (PFAS), delle quali fanno parte anche il perfluorottano sulfonato (PFOS) e il già citato PFOA, due sostanze che persistono nell’ambiente, hanno tempi di degradazione molto lunghi e possono accumularsi nell’organismo umano. La prima parte del lavoro, pubblicata nel 2018, sarà seguita da una seconda e conclusiva relazione.

Nel frattempo, come si legge sul sito EFSA, “il 4 luglio 2020 entreranno in vigore restrizioni alla fabbricazione e all’immissione sul mercato dei PFOA, dopo le valutazioni scientifiche effettuate dall’Agenzia europea per le sostanze chimiche (ECHA)”.

In pratica

È possibile utilizzare in modo sicuro le pentole antiaderenti seguendo alcune regole molto semplici:

  • non scaldare mai il tegame vuoto perché così facendo aumenta il rischio di raggiungere temperature troppo elevate nelle quali la stabilità del materiale è compromessa;
  • mantenere il locale ben areato quando si cucina;
  • buttare le pentole se il rivestimento è particolarmente rovinato. In quest’ultimo caso il rischio non deriva tanto dal rilascio di particelle di rivestimento (che comunque è sempre bene non ingerire), ma piuttosto del metallo sottostante, spesso non adatto a entrare in contatto con gli alimenti.

In conclusione

Il rivestimento delle pentole antiaderenti non è di per sé pericoloso per la salute, ma alcune sostanze, PFOA in particolare, che possono essere utilizzate nel processo di produzione del prodotto sono state associate a un aumento del rischio di tumore e altre patologie. Tuttavia i tegami di produzione più recente non dovrebbero contenere PFOA. Resta da dire che alcune regole di base per l’adeguato utilizzo delle pentole con rivestimento antiaderente sono necessarie: acquistare prodotti di qualità, leggere le istruzioni fornite dal produttore e buttare via le padelle quando il rivestimento appare molto rovinato.

Da AIRC

La Redazione