Sostiene Lars Von Trier che un film dovrebbe essere come “un sasso in una scarpa”; i suoi più che sassi sono macigni, ma comunque l’idea di fondo è chiara: un (buon) film si basa su una narrazione che esprime, rappresenta e rielabora pensieri e sentimenti raccontati per immagini.

E per questo può diventare un efficace strumento da accostare alla psicoterapia, visto lo stimolo che offre alla riflessione e alla trasformazione. Ne è convinto lo psichiatra Paolino Cantalupo: “Lo schermo può far riemergere contraddizioni, ferite, sogni rimossi. Una sequenza, una trama e le emozioni finalmente (ri)prendono forma”.

Non è un caso, infatti, che la Scuola di Psicoterapia Analitica AION di Bologna (che offre una formazione di orientamento junghiano) nel programma preveda addirittura un corso specializzato dal titolo “Cinema e sofferenza psicologica”.

“L’arma in più, in questo caso, è strettamente legata alle immagini che entrano in gioco quando magari le parole non bastano a sciogliere un nodo. Tutto succede senza che ce ne si renda conto e un film può addirittura arrivare a proporre un cambio d’identità, un inconscio gioco di ruoli”, prosegue Cantalupo.

Ovviamente si tratta sempre di una psicoterapia che quindi prevede necessariamente il lavoro con tecniche più tradizionali. In particolare la Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale (TCC) basata su una struttura precisa ma non rigida che implica scelte condivise tra paziente e terapeuta. Con una durata breve e che si focalizza nel risolvere velocemente problemi concreti, prende in considerazione diversi “supporti”, come l’arte e la meditazione.

E usa spesso anche il cinema. Qualche titolo? Vanilla Sky, film sulla dissociazione, Fight Club sul disturbo da personalità multipla, Will Hunting genio ribelle sull’isolamento e il diritto/dovere di liberarsi di un’infanzia infelice.