Dacia Maraini, figlia dell’antropologo Fosco e di Topazia Alliata con le sorelle Yuki e Toni passò l’infanzia in Giappone durante la guerra dove il padre, lì per lavoro, venne imprigionato perché antifascista. Maria Giulia Minetti su La Stampa.it


Non riesco a scacciare dalla memoria l’immagine di Tokyo come la vidi subito dopo la guerra, alla fine del 1945 – ha scritto suo padre Fosco in un bellissimo libro, Ore giapponesi (Corbaccio), scritto qualche anno dopo, nel 1956.

Vi giunsi ai primi di settembre da Nagoya, poco dopo avere lasciato il campo di concentramento dove ero stato rinchiuso per due anni, con moglie e tre bambine. Lo spettacolo che mi accolse fu desolante, terribile».

La capitale del Giappone, verso la fine del conflitto, aveva subito bombardamenti micidiali: «Pochi sanno che fecero più danni e più vittime della bomba atomica a Hiroshima».

Fosco Maraini, che divenne poi un celebre antropologo, era giunto per studio in Giappone prima della guerra ed era stato nominato lettore d’Italiano a Kyoto; dopo l’8 settembre del 1943 lui e la moglie Topazia Alliata s’erano rifiutati di aderire alla Repubblica di Salò e per questo motivo i giapponesi li avevano internati in un lager con le figlie Dacia, Yuki e Toni.

Quando Dacia, la maggiore, arrivò a Tokyo con la famiglia, reduce da Nagoya, aveva nove anni. L’estate volgeva all’autunno, «il periodo più bello in Giappone scrive ancora suo padre – e la vita aveva cominciato a riprendere…

Tutti avevamo bisogno di rimettere in moto temperie e inclinazioni dell’animo troppo a lungo represse, non avevamo sperimentato che l’angoscia, l’odio, la tristezza… adesso volevamo rivivere le mille piccole dolcezze della vita d’ogni giorno…».

La piccola Dacia scoprì l’amore: «Per un bambino francese, figlio di conoscenti dei miei genitori. Spessissimo andavo a giocare da lui. Nei miei ricordi siamo in un bellissimo giardino, e lui è timido, silenzioso, molto sensibile, intelligente, attento».

Come si chiamava?

«François».

Il cognome?

«Non lo ricordo. Rammento solo che era figlio di un medico. Quando ci siamo lasciati ci siamo davvero lasciati. Non l’ho mai più rivisto. Ma non l’ho mai dimenticato».

Un incontro di bambini, fugace. Lei è tornata in Italia con la sua famiglia l’anno successivo. Non è un po’ poco per farlo assurgere alla qualifica di «primo amore»?

«Non è affatto poco. Ero innamoratissima. Tutte le mattine aspettavo solo che passasse il tempo, che arrivasse finalmente il pomeriggio, per andarlo a trovare. Mi ricordo quando se ne è andato, è andato via prima di noi; io sono arrivata in giardino e lui non c’era più. Ero disperata. L’amore è questo».

Da bambini questo amore, questo legame fortissimo si prova anche per un amico, a volte.

«Se è così forte è amore. Quando tutti i tuoi pensieri, tutte le tue preoccupazioni girano attorno a quella persona – quella persona lì – quello è amore. Oh, me lo ricordo vivissimamente, cosa provavo. Un bambino non sa dirselo con le parole con cui sa dirselo un adulto, ma è la prima consapevolezza di avere una dipendenza psicologica da qualcuno».

Manca il sesso, però.

«Nell’infanzia il desiderio sessuale forse si trasfigura. C’è un desiderio sessuale, ma non si esprime col desiderio di accoppiarsi. È un bisogno di tenerezza, di voglia di stare insieme, di affetto, di… (la voce ha un tono quasi di impazienza), insomma, tutto un insieme di cose».

Ma non è un po’ quello che si prova per la mamma?

«L’amore per un’altra persona è diverso. Un bambino sa distinguere bene l’amore per un altro dall’amore per mamma e papà».

Thomas Mann ci ha scritto sopra un racconto molto turbante, Disordine e dolore precoce , dove un padre assiste allo sconvolgimento emotivo che un ragazzo adolescente provoca nella sua bambina. Il cuore gli si stringe perché avverte nell’amore della bimba per il ragazzo – che è un puro slancio del cuore, desiderio sessuale trasfigurato, come ha detto lei – una pena che è il contrario della serenità dell’amore filiale, di come lui immagina l’amore filiale…

«Le mattine passate ad aspettare i pomeriggi. La spinta a cercarlo, a stargli vicina. L’emozione di stargli vicina! Anche se è stato un amore casto, come la ricordo bene, quell’ emozione. Certo, il perfetto contrario dell’amore filiale, un estremo turbamento».

Direbbe che è stato un grande amore?

«Se uno se lo ricorda da adulta vuol dire che ha influenzato la sua vita».

Lei italiana lui francese, in che lingua parlavate?

«In giapponese, credo».

Le capita ancora spesso di parlare in giapponese?

«Ahimé no, l’ho dimenticato. Lo sapevo benissimo, ero cresciuta con quella lingua, ma tornata in Italia ho smesso di parlarla, e ora non la so più. Basterebbe un piccolo sforzo, ne sono sicura, ma non l’ho mai fatto».

Un primo amore che non ha più rivisto, conversazioni in una lingua che non ha più parlato, un ricordo che dura per sempre. Quasi una fiaba. Non ha mai desiderato di ritrovare François?

«Sì, tante volte. Però, veramente, non ne ho più saputo nulla».

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