Bigiotteria, abiti, ma anche tatuaggi all’henné, tinture per capelli, detergenti e persino divani possono causare fastidiose dermatiti da contatto. Paola Scaccabarozzi, Donna

 

 

In Italia, ne soffrono 1 milione e mezzo di persone, di cui 60mila a causa di tessuti.

“I dati, che sono quelli del Ministero della Salute”, spiega Santo Raffaele Mercuri, primario di Dermatologia e Cosmetologia del San Raffaele di Milano, “indicano che il fenomeno è in continuo aumento.

Le dermatiti, che si manifestano con arrossamento della pelle, prurito e vescicole, si suddividono in due sottogruppi: la dermatite irritativa da contatto (Dic) e quella allergica da contatto (Dac).

La prima, che costituisce l’80% dei casi, è un’infiammazione della pelle dovuta alla sua interazione con un agente esterno e si manifesta subito, mentre le dermatiti di natura allergica compaiono dopo la seconda esposizione all’agente allergizzante”.

“Così anche a distanza di anni dal primo contatto”, spiega Fabio Ayala, direttore della Clinica Dermatologica, Università di Napoli Federico II, “il nostro sistema immunitario riconosce quella sostanza (sono circa 3mila), e si scatena la dermatite.

L’esempio più eclatante è quello dell’allergia al nickel (1 donna su 10 in Italia). Spesso basta un foro all’orecchio per determinare una futura reazione. Anche perché solo in 1 caso su 4 il nostro sistema immunitario si desensibilizza”.

E anche se è stata introdotta una normativa europea nel 2001 (CEE 94/27) per prevenire le allergie al nickel, le direttive di legge vengono spesso disattese, come emerge da uno studio pubblicato sul Journal of the Academy of Dermatology and Venereology.

“Soprattutto se”, prosegue Ayala, “si acquistano bijoux a poco prezzo, spesso provenienti dalla Cina. O divani, made in China, che nel 2009, causarono una terribile dermatite a 3mila inglesi per la presenza di sostanze anti-muffa”.

Sotto accusa anche tinture per capelli e tatuaggi all’henné che contengono parafenilendiamina. “E non dimentichiamo”, aggiunge Alessandro Fiocchi, direttore della Pediatria del Macedonio Melloni di Milano, “i pantaloni a vita bassa, per il contatto diretto del bottone con la pelle, e l’utilizzo di cosmetici da parte delle bambine”.

Perché alcune persone traggono in tempi brevi grande beneficio dall’attività fisica e altre, pur impegnandosi, sembrano non ottenere risultati? Questione di geni. Irma D’Aria, Donna.it

 

 

Lo rivela uno studio pubblicato sulla rivista scientifica The Journal of Applied Physiology.

La storia è questa: gli scienziati del Pennington Biomedical Research Center di Los Angeles hanno sottoposto a osservazione 473 volontari che, impegnati in un allenamento su cyclette tre volte alla settimana per cinque mesi con medesimo sforzo, riportavano risultati decisamente diversi in termini di “forma”.

Esaminati 324.611 frammenti di dna degli improvvisati atleti, i ricercatori hanno identificato 21 “polimorfismi a singolo nucleotide” (SNPs) che differivano notevolmente nei volontari: chi aveva nel proprio dna 19 o più di questi SNPs aveva migliorato la propria forma cardiorespiratoria tre volte in più rispetto a chi aveva nove SNPs o meno.

“Tutti siamo costituiti da migliaia di geni”, spiega Giuseppe Novelli, ordinario di genetica e preside della facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Roma Tor Vergata, “la differenza tra un individuo e un altro è appunto rappresentata da questi polimorfismi, che determinano la maggiore o minore predisposizione a certe malattie e anche il tipo di reazione dell’organismo a determinate attività fisiche.

Studi come questo confermano l’esigenza di una medicina personalizzata e genomica. Così come la prescrizione di farmaci tiene conto della diversità di ciascun paziente, la pianificazione dell’attività fisica dovrebbe essere a misura della propria predisposizione genetica”.

Negli Stati Uniti già esistono centri specializzati che propongono test genetici per capire se si è più portati per l’aerobica piuttosto che per il body building. Ma sull’affidabilità dei test si nutrono forti dubbi, come spiega Claude Bouchard, Dipartimento di Genetica e Nutrizione dell’Università di Pennington: “Ci vorranno anni per sviluppare test davvero efficaci nel rivelare tali “predisposizioni””.

Attenzione quindi a ogni possibile speculazione, consiglia anche Novelli: “Diffidate delle iniziative commerciali. Gli unici in grado di dare risposte in merito al dna sono i genetisti, e solo dopo una consulenza genetica condotta sia sull’individuo sia sulla sua famiglia”.