• martedì 21 maggio 2019

Due nuove strategie cellulari per i tumori

Gruppo di colore blu sotto microscopio celle : Foto stock

 

 

Dopo molti decenni di terapie basate sulla chemioterapia e sulla radioterapia, cioè frutto di un intervento esterno di un farmaco o di una radiazione, in anni recenti l’oncologia ha fatto notevoli progressi con le terapie cellulari, che sfruttano le risorse interne dell’organismo nella lotta contro il tumore. Un approccio che ha dato risultati insperati è stato quello dell’immunoterapia, che stimola le cellule del sistema immunitario a eliminare le cellule tumorali.

La prossima frontiera potrebbe essere ingegnerizzare le stelle cellule cancerose in modo che diano la caccia alle loro simili secondo quanto pubblicato su “Science Translational Medicine” da Khalid Shah e colleghi della Harvard Medical School e dell’Harvard Stem Cell Institute (HSCI).

Nella visione tradizionale, la diffusione delle cellule tumorali in altre parti del corpo era considerata un processo unidirezionale, culminante con la colonizzazione di organi distanti. Una quindicina di anni fa è stata invece dimostrata l’esistenza di un fenomeno, poi definito di self-seeding o re-homing, in virtù del quale le cellule tumorali circolanti nel sangue ritornano a colonizzare sia il tumore primario sia quello metastatico, associandosi a cellule simili a se stesse.

Da qui l’idea di ingegnerizzare le cellule tumorali affinché agiscano in senso terapeutico nel sito stesso della massa tumorale, per esempio, legandosi a specifici recettori, cioè proteine che si trovano sulla superficie delle cellule e che attivano alcuni processi cellulari in risposta ad altrettanto specifici input esterni.

Gli autori hanno testato due approcci cellulari, sperimentati entrambi su topi di laboratorio che rappresentano modelli animali di tre tipi di neoplasie: tumori cerebrali primari, sviluppati di cioè per

la prima volta nell’individuo, tumori cerebrali recidivanti, sviluppati cioè tempo dopo il tumore primario, e tumori della mammella che successivamente hanno dato origine a metastasi cerebrali.
Due nuove strategie cellulari per i tumori

Immagine al microscopio elettronico in falsi colori di cellule ingegnerizzate con la tecnica CRISPR (verde) che ritrovano le cellule del tumore primario (rosso), legandosi a esse. (Cortesia CSTI/Khalid Shah lab)
 

 

Il primo approccio è basato su un trapianto allogenico, in cui cioè il ricevente è diverso dal donatore, di cellule tumorali resistenti ai trattamenti farmacologici. Queste cellule sono state opportunamente ingegnerizzate per attivare specifici recettori che innescano l’apoptosi, cioè la morte cellulare programmata delle cellule tumorali dello stesso tipo, una volta legatesi a esse. Eliminate queste, rimangono le cellule sensibili ai trattamenti standard.

Il secondo approccio è basato invece su un trapianto autologo, in cui cioè donatore e ricevente coincidono, di cellule tumorali sensibili ai trattamenti. Queste cellule sono selezionate dopo che il tumore è stato asportato chirurgicamente, poi sono ingegnerizzate in laboratorio grazie alla tecnica di editing genomico CRISPR, in modo da silenziare i recettori responsabili della sensibilità ai farmaci, rendendo le cellule resistenti. Poi sono re-iniettate nell’animale, dove si dirigono verso altre cellule dello stesso tipo.

Mentre il primo tipo di approccio è adatto a essere usato come prima terapia di fronte a un nuovo caso di tumore, il secondo si può attuare solo dopo l’asportazione del tumore primario, ed è quindi adatto al trattamento delle recidive, siano esse in loco o metastatiche.

I risultati della sperimentazione sono stati soddisfacenti. Lo studio ha documentato la migrazione delle cellule ingegnerizzate verso i siti dei tumori dove hanno distrutto le cellule cancerose a cui si sono legate. Ma il dato più importante è che il trattamento ha dimostrato di poter migliorare la sopravvivenza dei topi malati.

“Le terapie cellulari sono la grande promessa per portare gli agenti terapeutici nel sito tumorale e possono fornire opzioni di trattamento valide quando le terapie standard hanno fallito”, ha spiegato Shah. “Con la nostra tecnica, mostriamo come sia possibile ingegnerizzare le cellule tumorali dello stesso paziente per trattare il tumore. Crediamo che questo possa avere molte implicazioni e applicazioni in diversi tipi di tumori”.

Da Le Scienze

La Redazione