• giovedì 17 ottobre 2019

Già la guerra civile di Atene «arruolava» i suoi storici.

Il secolo d’oro di Atene, quello di Pericle (495-429 a.C.) e della ricostruzione del Partenone (447-432 a.C.), si concluse con due trionfi degli oligarchi e una catastrofe. Le affermazioni degli oligarchi furono quella dei Quattrocento (411 a.C.) e quella, più spietata, dei Trenta (404-403 a.C.). Paolo Mieli

Ad esse, a ciò che le preparò e a ciò che ne seguì, è dedicato un libro di Luciano Canfora, La guerra civile ateniese, che sta per essere pubblicato da Rizzoli. Libro interessante anche per i possibili (e ben individuabili) raffronti con cose accadute in un recente passato e perfino nei tempi attuali.

Ma soffermiamoci sulla guerra civile che, scrive l’autore, «è un conflitto in cui si combattono a morte gruppi e schieramenti che pretendono di richiamarsi agli stessi valori, che partono da presupposti molto simili, e che cercano di rimarcare le rispettive differenze accusandosi reciprocamente di tradimento rispetto a quei principi ed inasprendo il conflitto militare».

Quella che per Cleocrito era «la più vergognosa, la più dura, la più empia, la più invisa agli dei e agli uomini». E che nelle città greche — come scrisse a metà Ottocento Numa-Denis Fustel de Coulanges — era «lo stato abituale, regolare, normale: si è nati, si vive, si morrà in essa; non vi è atto, ambizione o pensiero che non si rapporti ad essa».

Concetto Marchesi la definì «la più sincera di tutte le guerre». Ma non per nobilitarla. «Occorre guardarsi dalla ingannevole nobiltà delle guerre civili», aveva scritto François Mauriac nel 1936 quando i franchisti aggredirono la Repubblica in Spagna, «esse sono ispirate, più spontaneamente delle guerre tra stranieri, da duelli di idee, da conflitti di dottrine o di mistiche; e forse è questo che dà loro quell’atroce carattere di violenza passionale».

Sono, proseguiva Mauriac, «le più impure di tutte le guerre e quelle che generano le più ineluttabili sequele di crimini, quale che sia il grado di sincerità o di eroismo di coloro che le combattono».

Due episodi restano a simbolo della guerra civile spagnola, la più importante del Novecento (1936-1939). Uno, del tutto incidentale, accadde tre anni prima che il conflitto iniziasse: nel novembre 1933 il giornale madrileno «El Sol» diede notizia che un giovane socialista, José Ruiz, aveva ucciso un militante di destra che portava il suo stesso nome e cognome, anche lui José Ruiz.

Il secondo, più noto è quello del caso che schierò su fronti opposti i due fratelli Machado: Antonio, che non poteva abbandonare la numerosa famiglia, con i repubblicani; Manuel con i franchisti. I due riuscirono a non dividersi, quantomeno nei sentimenti.

Restano i versi scritti da Antonio nella fase più drammatica dello scontro: «Mia Siviglia infantile, talmente sivigliana!/ il tempo morde la tua memoria invano!/Così nostra! Avviva il tuo ricordo, fratello/ Non sappiamo di chi sarà il domani».

Antonio morirà nel ’39 in Francia, dopo aver varcato i confini assieme ai fuggitivi dalla Catalogna appena occupata dalle truppe franchiste e Manuel lascerà ogni cosa per correre a piangerlo sulla sua tomba. Eppure un grande storico italiano, Franco Venturi, ha detto che le guerre civili sono le uniche che vale la pena di combattere.

Anche se il francese Ernest Renan un secolo prima aveva ben chiarito che, poi, le nazioni, per stare assieme, sono obbligate a dimenticare buona parte dei «fratricidi consumati per farsi paese».
Ma torniamo all’Atene di duemilacinquecento anni prima. Nella guerra civile, nota Canfora, «si esaspera la contrapposizione delle posizioni ideali e si inferocisce il tono»: ciò è dovuto al fatto che si è passati alle armi, talché l’estremizzazione delle posizioni ideali serve a giustificare questa circostanza.

Ma fino a qualche tempo prima questa implicazione feroce della diversità di posizioni ideali non era nemmeno presa in considerazione; «anzi si riconoscevano talora anche gli aspetti ragionevoli di alcune posizioni dell’avversario».

E forse sta proprio in questo il carattere di fondo di una guerra civile, guerra che scatta quando non si riconoscono più neanche una sola volta gli «aspetti ragionevoli di alcune posizioni dell’avversario».

È il fatto che la guerra civile con il suo «carattere semplificatorio» e con la sua «programmatica esaltazione del non-dialogo, con l’arma inevitabile ma deformante della demonizzazione dell’avversario, rende impossibile, anzi preclude, di porsi in termini di comprensione storico-politica non preconcetta né faziosa verso le ragioni della parte risultata perdente in un feroce scontro».

Finita la guerra, il nemico con il quale ci si è scontrati, non più con le parole della politica ma con le armi, viene destinato unicamente alla damnatio, viene cancellato, caricaturizzato, caricato di nefandezze presentate come suoi caratteri strutturali».

Per un lunghissimo tempo «non se ne può parlare storicamente e scatta anche una sorta di reciproco controllo vagamente ricattatorio a non fargli “concessioni” tra coloro che, coalizzandosi, combatterono insieme contro l’avversario demonizzato e lo ridussero a disvalore assoluto».

La guerra civile «finisce con l’assumere il significato e il valore di una seconda fondazione della democrazia, di qui anche la schematicità e grossolanità delle sue categorie e della ricostruzione tramandata». Parole che sembrano essere state scritte solo per la vicenda di Atene che nel 404 si vide imporre (con il proprio consenso) la dittatura dei Trenta tiranni dopo che colui che era stato mandato come ambasciatore plenipotenziario a Sparta, Teramene, aveva preso tempo e si era messo d’accordo con lo spartano Lisandro.

Lisandro poi, ottenuta la capitolazione di Atene e l’instaurazione di un regime oligarchico filospartano, aveva, però, parteggiato per il super tiranno ateniese Crizia (al cui fianco furono, pur in fasi diverse, Socrate, Platone e Senofonte) a danno di Teramene. Poi Crizia, dopo aver fatto fuori Teramene, nell’estate del 403 sarebbe stato sconfitto dai «partigiani del Pireo» guidati dall’ateniese Trasibulo (e sostenuti dallo spartano Pausania).

A seguito di questa vittoria di Trasibulo (e di Pausania), i sopravvissuti dell’esperienza dei Trenta — forti di un’amnistia concessa dai vincitori democratici — si sarebbero ritirati a Eleusi. Dove due anni dopo sarebbero stati crudelmente sgominati in violazione all’amnistia stessa e con pretesti davvero ridicoli.

Questi, in sintesi, i fatti della guerra civile che divise non solo ateniesi e spartani ma, come si è visto, fazioni dei primi in combutta con fazioni dei secondi e in urto irriducibile tra loro. Conflitto assai complicato, a cui sarebbe seguita un ben più lunga «guerra civile tra storici» che, a saper leggere, è il vero tema del libro di Canfora.

Uno dei momenti centrali del libro è costituito dal processo a Teramene che, come abbiamo visto, aveva consegnato Atene agli spartani, partecipato alla fase iniziale della «tirannide» dei Trenta per poi finire sotto processo ed essere messo a morte. Un processo, il suo, simile a tanti ai quali assisteremo in seguito, per secoli e secoli. Anche le dittature più atroci, scrive Canfora, «hanno dato una parvenza di legalità ai processi politici, e quello imbastito, a sorpresa, contro Teramene, lo è sotto ogni rispetto: a cominciare dall’architrave stesso dell’accusa … L’imputato viene “smascherato” come “traditore per natura”, dall’inizio della sua carriera; a quel punto non ha scampo, è l’abc dei processi politici».

È Senofonte, che ebbe un ruolo di rilievo in quell’esperienza oligarchica, ad insistere per dividerla in due parti: quella «buona» in cui Teramene e Crizia andavano d’accordo e quella cattiva da mettere per intero sul conto di Crizia. «Nel primo tempo di quel governo», riferisce l’autore dell’Anabasi, «Crizia andava del tutto d’accordo con Teramene e gli era amico».

Tutto questo, scrive Canfora, serve a far intendere al lettore dell’opera di Senofonte che «l’avvio di quel governo fu “normale”, bene accetto e meritorio, e che anche il (futuro) genio del male (Crizia) era ben schierato, al principio, al fianco del (futuro) martire e uomo-simbolo della giusta politica (Teramene)».

Ciò che «serve a mostrare che la liquidazione di Teramene fu davvero il fatto principale, decisivo, dell’esperienza oligarchica: che quella vicenda poteva andare diversamente se Teramene avesse prevalso (e certo aveva un suo seguito); che comunque non vi era stata contraddizione tra quell’impegno nel governo del “male” e la successiva ostentata moderazione politica dell’autore». Insomma da parte di Senofonte un tentativo riuscito di nobilitare il proprio passato politico, ancorché tutto interno alla stagione tirannica dei Trenta.

Soffermiamoci adesso sul processo a Teramene. Le accuse che gli furono rivolte per il modo con cui era venuto a patti con Sparta furono innumerevoli. La sua sosta di tre mesi presso Lisandro fu definita «criminale» dai suoi concittadini. «Gli altri mantengono il segreto con il nemico, lui nasconde ciò che dirà al nemico», fu il rimprovero che gli venne rivolto pubblicamente in assemblea. Per questa trattativa il radical-democratico Lisia gli addebitò la colpa di tradimento.

Tutto ciò per aver trattato «in segreto». L’avversione per la diplomazia segreta era qualcosa che caratterizzava la mentalità democratica. Democratici, definiti da Canfora, «ambiziosi, rovinosi, demagoghi», contrapposti ai «dottrinari senza scrupoli alla Crizia». Nondimeno, fa notare Canfora, alcune personalità di rilievo dell’antica Grecia, «insofferenti del politicamente corretto», individuarono in tale rifiuto della dimensione segreta della politica una grave limitazione alla loro possibilità di operare per il bene.

Ad esempio, tempo dopo, Demostene, nella sua lunga battaglia contro Filippo il Macedone, si infastidì di «non poter fare politica con le mani libere e senza le pastoie non di rado paralizzanti dell’assemblea popolare»; più specificamente si dispiacque di non disporre della libertà d’azione di cui godeva, invece, il suo avversario. Teramene — che, un secolo prima, la pensava come Demostene — provò a ribaltare la tesi che faceva da architrave alle accuse dei suoi avversari politici: «Coloro che pretendono la pubblicità del dibattito finiscono con il mettere tutto nelle mani del nemico; io, invece, voglio che siate voi gli arbitri!». Come dire: lasciatemi fare e giudicatemi alla fine.

Alla fine lo giudichiamo noi e giungiamo alla conclusione che la sua trattativa fu sì condotta in modo tale da giungere ad una pace tra Atene e Sparta, ma a tutto vantaggio di quest’ultima (ma forse non si sarebbe potuto fare altrimenti). Ed ebbe, in ogni caso, un vasto consenso popolare. Almeno in quel momento. Ma il compenso non fu quello sperato. Teramene aveva portato Atene, costretta alla capitolazione per fame, tra le braccia di Lisandro.

 

Con ciò pensava di aver creato le premesse per diventare «l’uomo di Lisandro» ed entrare in tal veste nel governo d’emergenza imposto dal vincitore. Ed effettivamente entrò in quel governo per una sorta di diritto acquisito; ma «l’uomo di Lisandro» fu Crizia, che con Teramene aveva conti in sospeso, talché forse, per quest’ultimo, sarebbe stato addirittura meglio tenersi fuori da quella compagine.

Quanto al governo dittatoriale del 404, nelle Elleniche Senofonte sottolinea che «fu il popolo a decidere» il varo del decreto che affidava tutti il potere ai Trenta. Nell’opuscolo Sulla pace (355 a.C.), Isocrate sostiene che anche nel 411 era stato il popolo a stabilire «che si instaurasse l’oligarchia dei Quattrocento» perché «disgustato dalla ribalderia dei capi popolari». Allo stesso modo sarebbe stato il popolo, nel 404, ad acclamare la dittatura ma anche poi, nel 403, a decretare la fine del sistema oligarchico di Crizia: «Noi tutti diventammo addirittura più filodemocratici persino degli uomini di Trasibulo, grazie alla follia dei Trenta», scrive Isocrate.

 

Ciò che induce Canfora a un’interessante considerazione: «Anche i più radicali regimi che hanno puntato alla limitazione della cittadinanza, hanno voluto l’avallo dell’assemblea popolare, un riconoscimento del principio secondo cui pur sempre in quel “popolo” riunito in veste di organo decisionale risiede la sovranità e quindi anche la legittimazione».

 

Può apparire «una contraddizione in termini che gli oligarchi sentano il bisogno di farsi legittimare dal popolo… Resta però il fatto che quel basilare riconoscimento della fonte ultima della sovranità ha avuto come conseguenza che, mutata la situazione concreta, anche la delegittimazione dei governi oligarchici avviene (ed è effettivamente avvenuta) attraverso un ritorno sulla scena dell’assemblea popolare; la quale si riappropria del diritto di decidere sul destino e sulla possibile revoca del governo che essa stessa ha avallato».

È un fatto che nel 404 Crizia «ha vinto perché in quel momento, al termine di anni di sofferenze crescenti per tutta la popolazione dell’Attica, il regime democratico sembrava ormai giunto a un fallimento epocale». Il bilancio di una lunga stagione di regime democratico fu un disastro militare seguito dalla morte per fame di migliaia di cittadini.

E con questo consuntivo «la formazione di un governo che prometteva di rompere con il passato diventava una scelta vincente… Crizia incarnò, per un certo tempo, la speranza di un nuovo ordine, di una politica non più suicida». E impose la tirannide con il consenso delle masse. Contò, questo è certo, «l’incombenza spartana sull’assemblea», ma «l’assemblea era composta da gente stremata». E quel popolo logorato, sfinito, accolse Crizia con entusiasmo, come se fosse il «liberatore dagli incubi prodotti dalla democrazia».

Lo stesso era accaduto per le trattative di Teramene con Sparta, tutte all’insegna della capitolazione. Gli ateniesi imploravano Teramene di portare a casa un risultato positivo. A qualsiasi costo. Erano pronti «ad una pace a qualunque prezzo purché finisse l’assedio». Del resto «un regime che porta il Paese al disastro, nell’immediato viene odiato, non viene né difeso, né, per un po’, rimpianto». E in quel momento, nel 404, non c’era nessuno, ma proprio nessuno, che mostrasse una qualche nostalgia per i tempi della democrazia. Non è una buona cosa, sentenzia Canfora, «ma così accade e solo dopo molto tempo (o forse mai) si rettifica il tiro». Ed è accaduto molte volte nel Novecento anche se gli storici amano poco soffermarsi su queste circostanze.

In tema di assonanze storiche, Canfora mette in risalto il fatto che dieci dei Trenta, secondo Lisia (ostile, come si è detto, a Teramene), furono scelti «tra i presenti». Questa designazione, osserva lo storico, è «quasi comica nella sua ipocrisia»: è «l’equivalente dell’odierno camuffamento del ceto politico che arruola personalità dalla “società civile”, cioè tra gli elementi che già gravitano nella propria orbita, ma non sono fino a quel momento apparsi in prima fila». Fu tramite i «presenti» (oggi li definiremmo «tecnici») che il clan di Crizia prese il sopravvento su quello di Teramene.

Poi Teramene fu fatto fuori e qualche tempo dopo fu la volta di Crizia, eliminato, nel settembre del 403, dal democratico Trasibulo. Al quale si accodarono in molti. Peraltro si sa che l’esercito dei combattenti per la democrazia e la libertà «si ingigantisce, non di rado, a liberazione ormai avvenuta», ironizza Canfora. «Caso da manuale quello di Agorato che si procurò delle armi e si infilò nel corteo dei partigiani che saliva sull’Acropoli per festeggiare il “rientro in città”».

Fu immediatamente creata ad arte la versione del popolo che «si era liberato con le proprie forze». Ognuno sapeva che il principale merito della vittoria andava al re spartano Pausania, osserva Canfora, ma ormai, scomparsi dalla scena gli «alleati», «contavano i rapporti di forza all’interno del variegato schieramento dei vincitori». Ma poi quale era stato il reale comportamento degli ateniesi al tempo della tirannide dei Trenta? La formula secondo cui in quei mesi «il popolo andò in esilio» e fu poi Trasibulo a «riportare il popolo in città» è messa in dubbio da Canfora sulla base di un’acuta esegesi degli storici antichi. La verità fu che in una lunga fase iniziale il popolo, dopo aver favorito (o quantomeno non aver in alcun modo ostacolato) l’ascesa al potere dei Trenta ne apprezzò l’empito moralizzatore.

Quando poi lo scontro ai vertici divenne evidente, la «gente di Atene» si schierò su una posizione attendista. Solo alla fine passò, nei modi che abbiamo descritto, dalla parte dei «partigiani del Pireo». E neanche tutti. Dopo la «liberazione», si ebbe una qualche difficoltà «nello sforzo di trattenere in città gli abitanti, di evitare cioè che tanti preferissero trasferirsi nella repubblica oligarchica di Eleusi anziché restare nell’Atene “liberata”».

Dopodiché Trasibulo, forse anche per impedire questo esodo verso Eleusi, impose il Patto dell’oblio, che vietava di «rivangare il passato» anche a quei cittadini che avrebbero avuto tutti i titoli per vendicarsi, «anteponendo alle rivalse private la salvezza della città». Il Patto però non chiariva quali eventuali sanzioni fossero previste per chi lo avesse violato.

«Secondo l’accordo stipulato», riassume Maurizio Bettini in un bel saggio che appare nel libro, a cura di Marcello Flores, Storia, verità, giustizia. I crimini del XX secolo, edito da Bruno Mondadori, «nessuno aveva più diritto di “ricordare” a qualcun altro il “male” che aveva ricevuto e di cui lo riteneva responsabile; la rappacificazione passava attraverso l’esplicito divieto di ricordare; pur se da tale cancellazione erano esclusi i reati di sangue».

Nella Costituzione degli ateniesi, Aristotele riferisce che ci fu un solo caso in cui fu eseguita una sentenza di morte per violazione di quel patto («un provvedimento a dir poco inaudito», lo definisce Canfora, anche perché la condanna fu inflitta senza processo) e tanto bastò perché «nessuno mai in seguito cercasse di vendicarsi».

Ma lo stesso Bettini sottolinea come quel risultato politico sia stato reso possibile da «una forte riattivazione della memoria e del passato»: la riconciliazione promossa da Trasibulo, scrive, «venne realizzata selezionando, tramite la memoria della città, le connessioni identitarie che favorivano l’unità tra gli ateniesi e cancellando invece, attraverso l’oblio, le connessioni identitarie che ne avrebbero perpetuato la divisione».

Parole che hanno attirato l’attenzione di Stefano Rodotà il quale, in Il diritto di avere diritti (Laterza), si sofferma sulla circostanza per la quale, «sottolineando che il ricorso alla memoria o all’oblio non implica una incompatibilità tra queste due categorie, evidentemente il tema della verità viene relativizzato, diviene funzione del modo in cui si vuole perseguire il fine della riconciliazione».

Qualcosa di simile, nota Rodotà, si sarebbe riproposto quasi duemila anni dopo con l’Editto di Nantes, emanato da Enrico IV il 13 aprile 1598, nel porre fine alle guerre di religione in Francia. Il primo articolo dell’editto stabilisce che «sia estinto e sopito il ricordo di qualsiasi azione compiuta dalle due parti dal principio del mese di marzo 1585 fino alla nostra accessione alla corona, durante altri precedenti disordini e in occasione di essi, come se nulla fosse accaduto; e non sarà permesso ai nostri procuratori, né ad alcun altro pubblico o privato che sia, in qualsiasi momento, per qualsiasi occasione, di fare riferimento ad essi o di avviare un processo o un’inchiesta».

E all’articolo 2: «Proibiamo a tutti i nostri sudditi, di qualsiasi stato o condizione, di rinnovarne la memoria, di aggredirsi, risentirsi, ingiuriarsi, provocarsi l’un l’altro, rimproverandosi per quel che è avvenuto, quale che sia la causa o il pretesto, e di litigare, discutere, accusarsi o offendersi con fatti o parole, ma di dominarsi e vivere insieme in pace come fratelli, amici e concittadini, prevedendosi per tutti coloro i quali contravvengono a questi divieti la punizione prevista per chi viola la pace e perturba la quiete pubblica».

Rodotà nota le assonanze tra il Patto dell’oblio (403 a.C.) ed Editto di Nantes (1598). Si può ben dire che anche a fine Cinquecento, scrive, «malgrado i toni decisi e la minaccia di sanzioni, la memoria del passato non è del tutto cancellata, dal momento che l’Editto si sviluppa riconoscendo diritti ai protagonisti dei passati conflitti proprio sulla base delle posizioni e delle identità aggressivamente ribadite in quelle occasioni». Si potrebbe, anzi, aggiungere che, a differenza di quanto era avvenuto ad Atene, «la riconciliazione non si ha sulla base del riferimento ad un’identità comune, bensì legittimando la diversità dei sudditi che professavano la “cosiddetta religione riformata”». Talché si potrebbe concludere con Bettini che, in realtà, il risultato della riconciliazione venga realizzato «utilizzando sia le risorse dell’oblio che quelle della memoria» stessa.

Resta il fatto che il Patto dell’oblio del 403 funzionò in un modo del tutto particolare. Agli eredi di Crizia, dicevamo, fu consentito di ritirarsi ad Eleusi. Dove vissero relativamente in pace per due anni. Finché non furono raggiunti dagli uomini di Trasibulo e uccisi in massa. Singolare modo di onorare il Patto. A giustificare tale violazione fu creata la leggenda secondo cui, gli eredi dei Trenta tiranni «non sopportando la libertà altrui», si accingessero ad arruolare soldati atti a muovere guerra contro Atene.

Dal momento che le «democrazie», grandi e piccole, «fanno — com’è noto — soltanto guerre giuste», irride Luciano Canfora, «anche in quel caso si dovette inventare un pretesto per l’intervento, e fu presto trovato: “Arruolano mercenari!”; dunque preparano la revanche, dunque bisogna intervenire e prevenire il loro attacco… Naturalmente era del tutto inverosimile che quelli di Eleusi, abbandonati e traditi da Pausania, tentassero la riscossa». In ogni caso essi furono sterminati. Senza pietà. Platone, nel commentare l’episodio, fu sarcastico: «Oh, con quale moderazione posero fine al conflitto con quelli di Eleusi!».

Aristotele fu invece elusivo a parlò di «quelli della città» che si erano finalmente «messi d’accordo anche con quelli di Eleusi». Scrisse proprio così: «messi d’accordo». Isocrate assolse i massacratori di parte democratica presentando il loro gesto come la giustizia «minima indispensabile».

Quell’Isocrate che, intervenuto più volte sulla vicenda dei Trenta, ha contribuito non poco alla formazione della «vulgata» demonizzante del loro regime. Del resto lui aveva patito direttamente gli effetti del loro governo (la sua famiglia ne era stata rovinata sotto il profilo economico) e non era nuovo, scrive Canfora, «a tali manipolazioni».

In questo caso lo può fare con facilità dal momento che «i Trenta sono i dannati per eccellenza e il rientro dei democratici è diventato una leggendaria vittoria del bene sul male anche in una tradizione poco incline ad apprezzare la democrazia ateniese quale, ad esempio, la storiografia e la politologia romana».

Nella Roma di Cicerone, Trasibulo (soprattutto per merito della biografia scritta da Cornelio Nepote) diventa un personaggio di riferimento. Ed è alla sua amnistia che si ispira Cicerone dopo l’uccisione di Cesare alle idi di marzo del 44 a.C. In realtà, scrive Canfora «l’amnistia del 403, come sappiamo, non contemplava affatto il condono dei reati di sangue; Cicerone lo sa e perciò adopera abilmente e disinvoltamente il celebre precedente storico: non parla di reati di sangue da assolvere bensì di discordie da obliare, ma in realtà sta cercando di far rientrare nel patteggiamento contemplato dalla sua proposta di amnistia per l’appunto un gigantesco reato di sangue quale è l’uccisione del console in carica, in Senato».

Trascorrono i secoli e l’«ultimo passaggio, in queste vertiginose evoluzioni della storia sacra, si produce con Seneca». Nel De tranquillitate animi, il riferimento ai Trenta tiranni «diventa veicolo dell’apoteosi di Socrate come unico loro oppositore (e Trasibulo scompare)». Il cerchio si chiude: «Il mito negativo dei Trenta tiranni è definitivamente stabilito, ma la democrazia (già deprecata da Cicerone) non è meno colpevole e viene condannata anch’essa… Sola sussiste, e prevale, la tradizione “socratica”, tutelata e trasmessa dai suoi grandi eredi, e fatta propria dalla cultura romana».

Canfora, infine, non rinuncia a scherzare a proposito del conteggio degli uccisi dalla guerra civile. Con consuntivi delle vittime (centinaia? Migliaia?) che ballano per anni, decenni, secoli. Secondo Isocrate i Trenta avevano fatto fuori più persone di quante ne fossero state condannate a morte o comunque uccise durante tutto il tempo in cui fu in vita l’impero di Atene. Certo, uccisioni ce ne furono. E si configurarono come un «massacro di ceto», contro i ricchi che sostenevano i democratici ed erano considerati, in quanto tali, «nemici del buon governo», della «rivoluzione» si sarebbe detto in tempi a noi più ravvicinati. Il dissenso di Platone nei confronti di Crizia (suo parente), ricorda Canfora, «riguardò per l’appunto l’uso della violenza omicida (“sterminatrice” avrebbe detto Antonio Gramsci) per attuare il buon governo».

Ma i morti probabilmente non furono tanti quanti vennero sommariamente elencati dopo la caduta dei Trenta. Le battaglie propagandistiche, scrive Canfora, «si vincono a colpi di libri neri». Le cifre «assolute, sempre tonde, vengono scaraventate addosso a chi ha perso la partita e la parte vincente di solito “si ripulisce”». La storia «sacra» in temi come questo «non va mai per il sottile». E anche in questo caso si parla del 403 a.C. ma i riferimenti al Novecento sono oltremodo espliciti.