• domenica 25 ottobre 2020

Giovanna e il «suo» tumore: «Mi piaccio di più, dopo la malattia»

Ammalatasi di un sarcoma di Ewing a 21 anni, Giovanna ha fatto leva anche sugli studi in psicologia per superare le paure: «Non sono ancora guarita, ma mi ritengo felice per com’è andata finora»

Giovanna e il «suo» tumore: «Mi piaccio di più, dopo la malattia»

Poche volte, prima di queste, ha messo nero su bianco quella che non esita a definire «la mia storia»Giovanna ha 23 anni e, tra pochi mesi, completerà gli studi in psicologia con la laurea specialistica. Guardandola negli occhi, tutto sembra essere filato sempre liscio. Così, in effetti, è stato fino al 2017. Poi ha scoperto di avere un tumore, un sarcoma di Ewing: uno di quei «nemici» che non aveva mai pensato di dover fronteggiare, nel corso dell’adolescenza. «Non immaginavo che un ragazzo della mia età potesse ammalarsi di cancro – racconta al Magazine di Fondazione Umberto Veronesi -. Dopo, invece, ho avuto modo di condividere il percorso delle cure con tanti ragazzi della mia età. Tra di loro c’è anche chi non ce l’ha fatta. Io mi ritengo fortunata ad aver incrociato tutti, ma soprattutto loro, lungo il percorso della vita».

L’«INCONTRO» CON LA MALATTIA

Tutto ebbe inizio alla fine del 2017. Dopo un lungo periodo di preparazione, Giovanna aveva appena partecipato a una Spartan Race, corsa ostacoli che prevede diversi passaggi anche nel fango. Fino a quel momento, dunque, le sue condizioni erano state ottimali. Nessun campanello d’allarme si era manifestato prima, «ma una mattina mi ritrovai in bagno, davanti allo specchio, con una massa al collo», ricorda la ragazza della provincia di Taranto, oggi trasferitasi a Roma per motivi di studio. L’osservazione, durata qualche giorno, non fu rassicurante. La formazione continuava a ingrandirsi e a generare preoccupazione. Inevitabile fu il consulto con un parente medico, dopodiché giunse il momento dei primi accertamenti. «Mi fu fatto capire che c’era il rischio di avere un tumore, nonostante una diagnosi ancora incompleta». La conferma giunse a Milano, all’Istituto Nazionale dei Tumori, «dove trovai le risposte a tutte le domande inevase». Giovanna aveva un cancro molto raro e aggressivo, di tipo pediatrico, che nella maggior parte dei casi insorge nel periodo più bello per un ragazzo, quello dell’adolescenza.

NEL DOLORE, SEMPRE COL SORRISO

«Inutile dire che fui sopraffatta dal timore di non farcela e dalla paura di perdere le persone che mi circondavano». Oltre che, naturalmente, dalle preoccupazioni per tutto ciò che sarebbe accaduto nei mesi a venire. Il percorso terapeutico affrontato da Giovanna è stato completo: chemioterapiaintervento, di nuovo chemio e radioterapia. Nel mentre, tutti le dicevano che avrebbe superato anche questa. Parole che rimbombavano nella testa – tra la casa di Mottola e la stanza al settimo piano dell’ospedale milanese, in cui è stata ricoverata complessivamente per quasi un anno – senza risposta. «Stare distante dagli affetti non è stato semplice – ricorda -. Mi mancavano il calore e l’affetto di casa, di cui in quei giorni avvertivo ancora di più il bisogno». Ma Giovanna non si è mai persa d’animo. Così, tra un controllo e i necessari periodi di riposo, ha continuato a svolgere le attività di sempre: sveglia prestostudiosport, le serate in compagnia degli amici. «Questo atteggiamento, unito all’efficacia delle cure, mi ha permesso di ottenere tanti miglioramenti: sia dal punto di vista clinico sia sul piano personale». Il riferimento, in quest’ultimo caso, è soprattutto alla laurea in psicologia: conseguita con ottimi voti e nei tempi previsti.

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I RAPPORTI NATI IN CORSIA

Lungo il percorso delle terapie, Giovanna ha conosciuto altri ragazzi nella sua situazione. «Prima di ammalarmi, non avrei mai immaginato che fossero così tanti». Sono rapporti speciali quelli che ha instaurato al settimo piano dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, dove da anni col Progetto Giovani vengono portate avanti attività specifiche dedicate agli adolescenti ammalatisi di cancro (per approfondire: il fumetto, la canzone del 2015quella del 2016 e quella del 2018, i tutorial per i giovani pazienti oncologici). «Essere accomunati da un percorso di cure simile fa da collante nei rapporti sociali – aggiunge -. Tutti noi, soprattutto durante i ricoveri, avvertiamo il bisogno di confidare paure e perplessità a chi sta affrontando lo stesso cammino». Ad accomunare questi ragazzi è «la voglia di guarire e, in un certo senso, di rinascere dal dolore provato». Linfa che tiene vivi i legami anche nel tempo. «Incontrarci permette a ognuno di noi di rivedere la propria esperienza negli occhi degli altri».

Giovanna sa bene che, con una diagnosi così recente, la parola guarigione è meglio non usarla. «Ma io sono già felice di aver raggiunto tutti questi traguardi». A distanza di quasi due anni dalla fine delle cure, la consapevolezza del percorso effettuato è cresciuta. «Ogni volta che finivo le terapie, avvertivo una sensazione di sollievo per ciò che finalmente era alle spalle. Ma è soltanto adesso che riesco a realizzare quanto fatto da me, oltre che dai miei familiari e dai miei amici». Inevitabile dunque sentirsi cambiate dalla malattia. «È impossibile essere come prima, dopo un’esperienza del genere. Aver avuto un tumore mi ha fatto crescere, dentro più che fuori. Sì, oggi sono diversa, oltre che più grande, rispetto a due anni fa. E, forse, mi piaccio anche di più». Merito anche degli studi scelti in precedenza, che nei momenti di maggiore difficoltà sono stati un’ancora di salvezza. «Oltre che a salvare me stessa, avere una certa dimestichezza con la psicologia mi ha permesso di avere un approccio più empatico con le persone che mi sono state accanto durante la malattia e con i ragazzi ammalatisi dopo di me».

PUBBLICATO IL 18-02-2020 su Fondazione Veronesi

La Redazione