L’originale missione dell’antropologo americano Andrew Irving. Il cacciatore di pensieri svela i fantasmi della mente. Massimo Vincenzi, Repubblica


Clarissa Dalloway, la protagonista dell’omonimo libro di Virginia Woolf, passeggia per Bond Street a Londra e ricorda la sua dolce vita in campagna, poi incontra un reduce della Prima Guerra Mondiale e si rattrista. Di colpo cambia umore.

La nostra testa funziona così: fluttua da un’emozione all’altra, influenzata dai segnali esterni che si mischiano con i ricordi e le esperienze che abbiamo appena vissuto.

Una porta solitamente chiusa, che ora un antropologo dell’Università di Manchester, Andrew Irving, prova ad aprire con il suo esperimento.

Una ricerca che lo spinge a caccia di pensieri, ad accalappiare i fantasmi della mente: «Il cervello ama il soliloquio, anche quando non ce ne accorgiamo, anche quando stiamo in compagnia di altri, non smettiamo mai di parlare a noi stessi.

Ma di solito queste conversazioni restano nascoste, come scritte con l’inchiostro invisibile: io ho provato a scovarle».L’esperimento va in scena a Manhattan e ha un titolo che evoca il film girato qualche anno fa da Woody Allen, Francis Ford Coppola e Martin Scorsese: New York Stories, con la postilla “la vita degli altri cittadini”.

Irving gira per la città, va nei caffè, si ferma sulle panchine dei parchi, scende nella metropolitana, insegue il brusio «delle mille voci sommerse», che lui vuole decifrare. Quando vede un soggetto che gli interessa lo ferma e gli chiede: «Scusi, lo so che è una richiesta insolita ma mi potrebbe dire a cosa stava pensando prima che io la disturbassi?».

Qualcuno lo prende per un folle e lo scansa infastidito, ma in molti «più di quanti potessi immaginare», oltre un centinaio durante un anno di lavoro, si fermano. E accettano pure di mettersi una cuffia collegata ad un registratore e di parlare mentre tornano a fare quello che stavano facendo.

Irving li riprende da lontano con una videocamera. Lui non può sentire quello che dicono. Spesso non si vede nemmeno la loro faccia, sono presi di spalle o viene inquadrata solo una parte del loro corpo.

L’effetto è allo stesso tempo naturale e oggettivo, dopo un po’, inevitabilmente, le persone si dimenticano di essere cavie: «Da sempre, la scienza tenta di entrare nelle nostre teste: c’è l’analisi con le sue sedute, sono stati studiati i diari e gli appunti che la gente lascia, ma il mio esperimento vuole essere più diretto, il più vero possibile».

Una peripatetica trascrizione del flusso di coscienza, come la definisce il sito Salon. C’è Meredith, che cammina lungo Prince Street, una delle vie più alla moda Downtown: cerca un negozio di cd, va veloce. Poi qualcosa le ricorda Joan, un’amica che le ha appena rivelato «in maniera brutale di avere un tumore».

Ci sono poche possibilità che la donna riesca a vincere la malattia, Meredith prova a trattenere le lacrime, poi non ci riesce: «È incredibile pensare che non ci sarà più». Singhiozza. Come è successo mille volte anche a noi, quando ci sorprende per strada un pensiero doloroso «suggerito da un gesto di una persona che incontriamo, da un suono, da una voce».

E poi, come è successo mille volte anche a noi, Meredith si distrae guardando un bar pieno di gente e torna a cercare il negozio che non trova. È la signora Dalloway di Virginia Woolf. Siamo noi: «Non ci sono censure o tagli, mi interessa tutto quello che le persone dicono/pensano: da dove si trova un buon posto dove mangiare al senso della vita».

Nei video infatti c’è anche chi, come Thomas, passeggia sul Manhattan Bridge e si lancia in un’analisi socioeconomica, con tanto di digressioni sulla migrazione dei lavoratori di colore dal Sud agricolo al Nord Industriale. Poi, qualcosa lo blocca: l’immagine di suo padre e sua madre ai tempi della Grande Depressione. Il tono della voce cambia, non sta più parlando al microfono ma a se stesso.

C’è un altro ragazzo che esce dalla casa del fidanzato, gira attorno all’isolato, più va avanti più si arrabbia, pensa alle scelte importanti della vita che ha sbagliato e ripete a raffica: «O lo accetti o te ne vai, o lo accetti o te ne vai».

Tutti in fila su questo lettino dello psicanalista grande come una metropoli: «Noi passiamo da uno stato d’animo all’altro anche quando non mandiamo segnali esterni: siamo felici o tristi anche senza risate e lacrime. Io ho voluto scandagliare tutto questo, fotografare le fantasie più segrete».

Sino a quando incontrerà qualcuno che, con una vecchia citazione, dirà no alla moderna radiografia dell’anima: «Vuoi sapere tutta la verità? Beh, proprio tutta no».

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