• giovedì 18 luglio 2019

I fragili confini dell’empatia

 

Avete mai assistito a un intervento di amputazione? A me è capitato anni fa, nell’Ospedale di Emergency a Battambang, in Cambogia. Phan Kok era saltato su una mina antiuomo, bisognava amputare dal ginocchio in giù. Phan Kok aveva 7 anni.

Mentre il chirurgo eseguiva l’intervento, giravo intorno al tavolo operatorio, sudando freddo. Eppure non smettevo di fotografare. Ero lì per quello, per testimoniare quello scempio. Ma quando un infermiere ha buttato nel cestino della spazzatura il moncone della gamba di un bambino di 7 anni non ce l’ho fatta più, ho dovuto uscire.

L’empatia è la capacità di immedesimarci con il prossimo, di metterci nei panni degli altri. Ma è una qualità complessa, e non sempre comporta una partecipazione emotiva. Anzi, si tende proprio a distinguere tra empatia emotiva ed empatia cognitiva. La seconda non comporta il coinvolgimento emotivo di chi comprende lo stato d’animo altrui. Il che non è necessariamente un fatto negativo, anzi: se quella sera il chirurgo si fosse lasciato trascinare dall’emozione, forse sarebbe uscito anche lui dalla sala operatoria. E invece a volte, soprattutto in chi pratica certe professioni, l’empatia emotiva viene spenta, come se ci fosse un interruttore che ci fa superare lo sbandamento davanti a qualcosa che non avremmo mai voluto vedere. Quello stesso interruttore, invece, sembra essere costantemente spento negli psicopatici. Che invece, secondo le ricerche più recenti, hanno una spiccata empatia cognitiva, che permette loro di manipolare gli altri a piacimento.

Ma non c’è bisogno di arrivare alle patologie psichiatriche dei serial killer per capire che l’empatia non è sempre una qualità positiva. «Quando l’immedesimazione nelle vicende altrui diventa troppa – scrive Steve Ayan in Il lato oscuro dell’empatia – tendiamo a non voler vedere il loro dolore e non ci sentiamo più responsabili». Un eccesso di sofferenza può spingerci a voltare le spalle agli altri, senza riuscire a reggere lo sguardo di chi invece avrebbe bisogno del nostro aiuto. L’empatia, insomma, può diventare un’arma a doppio taglio. Ma c’è di peggio. Indipendentemente dalle nostre convinzioni, proviamo empatia in misura diversa a seconda di quanto ci sentiamo vicini alla persona che abbiamo di fronte. Hanno fatto scuola, in questo senso, gli studi di Salvatore Aglioti e collaboratori riassunti in queste pagine da Sébastien Bohler.

In breve, siamo dotati di una modalità empatica di base, che però si attenua, quando non si spegne del tutto, «davanti alla sofferenza di persone che non fanno parte dello stesso gruppo etnico», o dello stesso gruppo sociale. In altre parole, siamo più sensibili nei confronti di chi sentiamo più vicino. Nei lavori di Aglioti e colleghi, i volontari bianchi sottoposti all’esperimento provavano maggiore empatia se una punizione era inflitta a un bianco rispetto a quando era inflitta a un nero. E non è solo una banale questione di razzismo. Prima di tutto perché, in maggiore o minor misura, è un fenomeno che si misura in ognuno di noi. E poi perché non riguarda solo il colore della pelle, basta quello della bandiera. In esperimenti simili, i tifosi di una squadra di calcio provavano un sottile piacere quando ai tifosi avversari venivano inflitte presunte scariche elettriche. «L’empatia – osserva Bohler – si ferma ai confini […] del gruppo a cui appartiene un individuo, che si tratti della sua famiglia, del suo paese, della sua religione o della sua squadra di calcio». E anche quando li supera, quei confini, può non bastare.

VAI AL SOMMARIO

Da Le Scienze

La Redazione