I giorni dell’eternità     di ken Follett

Mondadori Editore, pag 1.220, anno 2014, €  25,00

 

 

È stato un romanziere più grande l’Ottocento o il Novecento? Il secolo che ha avuto un personaggio come Napoleone o quello che ha avuto come protagonisti Hitler, Stalin, i fratelli Kennedy? Ken Follett ha detto una volta che, a un certo punto della sua carriera, ha cambiato genere passando dal thriller nello stile di La cruna dell’ago, il suo libro d’esordio, uno dei più grandi thriller di ogni tempo, al romanzo storico come la sua Century Trilogy, giunta ora a compimento con I giorni dell’eternità. Ma, a guardare bene, anche La cruna dell’ago era un romanzo storico. Forse la storia è sempre stata la vera passione di Follett, il più grande thriller possibile. Conoscete un thriller che superi in suspense la Guerra fredda? Dopo aver letto I giorni dell’eternità, risponderete di no: non c’è thriller più thriller di quella lotta silenziosa e oscura che si combatté al di qua e al di là della cortina di ferro. Oggi la gente tende a dimenticare il Novecento. È un errore grave in generale: il passato non si dimentica perché il passato non dimentica. Ed è un errore grave anche sotto il profilo dell’arte narrativa. Non c’è stata trama più avvincente (e paurosa), tra quelle elaborate dalla storia, della trama del Novecento. Follett lo sa e, infatti, si è messo al suo servizio e gli ha fatto da ghost writer nella sua trilogia. Nessuno scrittore, nemmeno Shakespeare, è stato capace di inventare la doppia tragedia dei fratelli Kennedy. Nessuno scrittore, nemmeno Kafka, è stato capace di inventare un’atmosfera di colpevolizzazione totale, assoluta come quella creata dai capi del Cremlino e dai loro associati della Germania Est. In questo volume conclusivo, così come nella trilogia completa, Follett rende omaggio al narratore più bravo di tutti, a un collega senza volto, probabilmente cieco come lo era Omero, che si chiama Storia.