• lunedì 6 aprile 2020

I PESCI NON HANNO GAMBE DI JON KALMAN STEFANSONN – ED. IPERBOREA

I pesci non hanno gambe - Jón Kalman Stefánsson

 

I pesci non hanno gambe di Jón Kalman Stefánsson (Iperborea) è come un viaggio, abbastanza lungo, sulle montagne russe. Pensavo di trovarmi di fronte a una scalata, impegnativa, ma mozzafiato, pensavo che avrei arrancato, un pregiudizio maturato leggendo la trama, e invece già dalle prime righe mi sono trovata immersa nella storia di Ari, che è un  po’ la storia di tutti i noi.

Ho comprato questo libro al buio, non sapendo cosa avrei trovato. L’ho fatto sulla base della citazione riportata su quella carta da pacchi marrone:

Non mi sono pentita della scelta. I libri ci chiamano indipendentemente da colori, odori e copertine. I pesci non hanno gambe, “nessuno può camminare sul mare, è per questo che i pesci non hanno gambe”,  è un libro originale. La narrazione non è sempre lineare, nei capitoli iniziali siamo in compagnia di Ari, poi andiamo indietro e ripercorriamo le sue origini familiari, poi ci spostiamo e guardiamo l’Islanda. La sensazione di essere sulle montagne russe è data dalla composizione dell’opera e per questo forse, a volte, ho fatto fatica a tenere il filo.

Ari parte da Copenaghen per far ritorno in Islanda. Il suo matrimonio è finito un banale martedì. Come è possibile che a un certo punto l’amore, quell’esplosione solare che ti distrugge la vita  e rende abitabili i deserti, diventi un banale martedì?

E’ questo quello che si chiede il protagonista mentre  fa ritorno a Keflavìk, per raggiungere il padre diventato un malato terminale. All’aeroporto Ari viene perquisito perché sospettato di essere in possesso di sostanze stupefacenti. Un controllo umiliante che fa vagare la sua mente. Ripercorre così i momenti salienti della vita… cosa sarebbe successo se non avesse buttato via tutto quel maledetto giorno della settimana?

Facciamo così la conoscenza di Oddur e Margrét. Una coppia unita dall’amore e dalla sofferenza. Due generazioni dividono la coppia dal nipote  Ari.  Magrèt è una donna reputata strana. Sorpresa a camminare nella notte, immersa nella neve con la sola camicia da notte, con in braccio un bambino, suscita l’ilarità dei compaesani. Quando corre fuori di casa per abbracciare un uomo, inneggiando alla vita, le malelingue sapranno immediatamente come etichettarla.

Guarda i figli crescere, guarda il mare che glieli porta via. D’altronde chi nasce sulla costa è segnato: la sua vita la dovrà passare sulle barche, a pescare. Quando suo figlio, il brillante scolaro, farà il suo debutto su un’imbarcazione, non tornerà mai più lo stesso.

Due generazioni possono non sembra molte. Eppure la nostra, vive in un mondo continuamente accelerato. Ari per vivere scrive libri, anzi manuali.  Uno dei grandi successi è Dieci modi per guarire le ferite del cuore. Le persone hanno fretta, non leggono più poesie, quelle in grado di salvare il mondo, ma vogliono liste, e soluzioni facili e veloci da mettere in pratica. Assorbiamo le informazioni dei giornali, un’immagine del mondo con opinioni radicate, idee canoniche che diventano dati di fatto.

Allora cosa unisce questi personaggi oltre al legame di sangue?

Lo sfondo, che diventa a tutti gli effetti parte della storia, è ricco di dettagli.

A legare la terra con i protagonisti, sono anche i sentimenti, in particolare l’amore. Quello vince davvero su tutto, anche in politica. L’Islanda, come molti altri paesi, è in preda alle crisi, in particolare quella del settore ittico. E’ un paese che si vuole affrancare dall’America e che in un certo senso soffre e si ritrova quasi senza senso dell’orientamento.

Ari sogna di poter tornare indietro, salvare il matrimonio, riuscire a creare un rapporto con il padre perchè ora è troppo tardi.

L’angoscia per il tempo che passa è  il filo conduttore che ci accompagna in tutte le pagine.

Se la narrazione confonde, i continui salti temporali, gli episodi slegati tra di loro gettano a volte nel panico, il messaggio invece arriva forte e chiaro senza intoppi. Questo libro, impegnativo, sia per tematiche, che per scrittura, non lascia indifferenti. Tocca i nervi scoperti di tutti. Vita, morte, amore, sesso e violenza. Come se non bastasse,  Jón Kalman Stefánsson traccia il ritratto di un Paese, che come i personaggi che lo abitano, ha superato difficoltà e ostacoli ma è ancora lontano dall’avere la considerazione che merita.

Sono tantissimi i temi affrontati, compreso quello della violenza sulle donne. Il mondo sembra fatto per essere abitato dagli uomini. Quanto è difficile muoversi in un universo in cui anche la lingua è maschile?

Se non vi spaventano i libri impegnativi e che lasciano il segno, questo è adatto a voi. Sono decine le citazioni che ho sottolineato: alcune cupe, altre piene di speranza. Consigliato per chi ha voglia di cimentarsi con riflessioni dolorose ma necessarie.

La Redazione