• giovedì 18 luglio 2019

Il cambiamento è l’unica, vera poesia

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Il senso di responsabilità nel cambiamento

Se dovessimo scegliere una costante che accomuna tutte le epoche e che in tutte le epoche è     stata in qualche modo oggetto di studio delle diverse discipline, penso che io sceglierei il cambiamento. Eraclito diceva che non c’è nulla di immutabile, tranne l’esigenza di cambiare.

Allora perché per tutti noi diventa così difficile apportare qualche tipo di novità, provare altro, cambiare strada?

Facciamo un esempio. Qualcosa nella nostra vita non sta funzionando, o almeno non come vorremmo. Questo malfunzionamento è qualcosa di stabile, abbiamo provato ad aggiustarlo ma non ha funzionato, abbiamo cambiato strategia ma ancora nulla. Se parlassimo dello scaldabagno, penso che tutti noi chiameremmo l’idraulico. Allora perché non cercare un rimedio quando si tratta di cambiare partner, lavoro, città, obiettivo di vita? Perché siamo così restii a prendere le redini di qualcosa che nella nostra vita è così importante? Forse proprio per la sua importanza. Se mi aggiustano lo scaldabagno e l’esito non mi soddisfa, innanzi tutto è colpa dell’idraulico, e in secondo luogo posso sempre rivolgermi a un altro professionista che faccia il lavoro meglio. Ma se cambio qualcosa di grosso nella mia vita, mettiamo caso il partner o il lavoro, e alla fine non sono soddisfatto? Non sempre (anzi, quasi mai) posso tornare indietro, e soprattutto non posso dare la colpa a nessun altro se non a me stesso.

Io penso che una parte fondamentale in questa dinamica la giochi proprio la responsabilità. E questo l’abbiamo un pochino visto con il dilemma etico del male minore, in cui solitamente i soggetti preferiscono non interferire con il caso (pur salvando delle vite), ma vedere più gente morire senza prendersene la responsabilità.

Lo studio sugli antecedenti e i conseguenti del cambiamento

Per questo, è molto interessante l’esperimento svolto da Steven D. Levitt, economista autore del libro “Freakonomics. Il calcolo dell’incalcolabile”, che ha pubblicato i risultati dello studio su The National Bureau of Economic Research. Levitt ha interpellato migliaia di persone che stavano valutando di apportare un cambiamento importante nella propria vita, e ha chiesto loro di visitare una pagina web in cui la decisione finale sarebbe stata presa dal lancio di una moneta. L’autore ha intervistato poi i partecipanti 2 e 6 mesi dopo la fatidica scelta (o non scelta).

Cosa è successo? Intanto, è successo che una gran parte dei soggetti non aveva scelto sulla base della moneta, e questo era prevedibile. Però attenzione, perché è successo anche che i soggetti che avevano deciso di apportare un grande cambiamento nella propria vita, che fosse dettato dalla moneta o meno, risultavano essere più felici rispetto a quelli che avevano deciso di mantenere lo status quo. Infine, a latere ma fino a un certo punto, c’è anche il dato secondo cui le persone a cui la moneta aveva suggerito il cambiamento in effetti avevano apportato più frequentemente quel cambiamento rispetto a chi era stato consigliato in modo più conservatore. Come a dire, il lancio della moneta sembra essere stato quella spinta in più che ha permesso ad alcuni dei partecipanti di fare il salto.

Cosa ci dicono questi risultati? Che forse il fatto che la causalità si prenda un pezzettino di responsabilità (o che sia possibile da parte nostra fare appello alla complicità del caso a posteriori) incentiva le persone a cambiare. Soprattutto, però, questi dati ci dicono che cambiare sembra davvero convenire in termini di migliore qualità della vita e maggiore soddisfazione personale.

Ora, qualcuno potrebbe anche dire che la felicità millantata nel momento post-decisione da parte dei soggetti potrebbe fare parte di una sorta di auto-inganno per cui dopo avere corso un rischio come il cambiamento, mi sento quasi obbligato a pensarmi più felice di prima, oppure, potremmo dire che valutare il cambiamento solo 6 mesi dopo, intercetti i partecipanti nella loro “luna di miele” con il nuovo status quo. Certo. Oppure no. Oppure quello che possiamo dedurre è che la paura che c’è prima di fare il salto, quella cosa che ci ferma e ci fa rimettere in discussione quanto in effetti la situazione sia insopportabile, è solo il preludio che fa parte di tutte le esperienze nuove. Possiamo anche dire che fare esperienza di qualcosa di diverso e fare esperienza di noi stessi in una condizione diversa è di per sé qualcosa per cui essere felici. Quando cambiamo un aspetto importante della nostra vita il senso di smarrimento che ci aspettavamo si acquieta quasi subito e si trasforma in una sorta di epifania, in cui diamo a noi stessi la possibilità di vedere altro, di sentire altro, di percepire appunto la “poesia” del cambiamento (riprendendo il titolo dell’articolo, preso in prestito da Adrienne Rich).

Cambiare posizione ci permette di vedere scenari e strade che prima neanche immaginavamo, e forse proprio per questo la nostra capacità previsionale in un dato momento è strettamente limitata, perché osserviamo il futuro e il mondo del possibile da una sola (riduttiva) posizione. Cambiare posizione ci permette di cambiare la visuale, di cambiare in qualche modo la nostra porzione di mondo.
Possiamo davvero dire (con Lao Tzu) che “Quella che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla”.