arcobalenoLa battaglia contro una presunta ideologia gender ha scatenato un dibattito infuocato. Ma al di là delle polemiche e delle opinioni personali, di che cosa si occupano davvero gli studi di genere? Daniela Ovadia, Le Scienze.it

 

Anche chi fino a ieri non si era mai posto il problema di che cosa fosse il gender, negli ultimi mesi non può non essere incappato in questo termine inglese, che significa «genere». Se per la biologia esistono solo due generi, il maschile e il femminile, determinati dalla presenza di un preciso assetto cromosomico (XX per le donne e XY per gli uomini), per la psicologia e la sociologia la faccenda è più complessa, e il termine gender indica non tanto il genere biologico, quanto quello nel quale un individuo si riconosce, indipendentemente da ciò che dice il suo DNA.

 

Di queste possibili discrepanze tra biologia e vissuto individuale, e delle influenze sociali che ne determinano la natura, si occupano gli studi di genere (o gender studies), un ambito di ricerca multidisciplinare nato negli Stati Uniti sul finire degli anni sessanta. Se si torna a parlare di gender con tanta frequenza – il termine era un po’ passato di moda dopo il periodo d’oro del femminismo – è perché alcuni settori della società italiana, con quasi un decennio di ritardo rispetto agli Stati Uniti, si stanno mobilitando per «salvaguardare» l’esistenza dei due sessi biologici da quella che viene presentata come una manipolazione psicologica nata dagli studi di genere: lo sviluppo di una «ideologia gender» che, attraverso la negazione delle differenze tra i sessi (peraltro mai affermata dagli studi di genere) e il sostegno alla causa dei diritti delle coppie omosessuali, porterebbe a minare dalle fondamenta (ossia dall’orientamento sessuale e dalla capacità di riprodursi) il genere umano.

 

La battaglia contro la cosiddetta ideologia gender è stata fatta propria anche da alcuni settori dello Stato e della pubblica amministrazione. La Regione Lombardia, per esempio, ha promosso nell’ultimo anno due convegni, molto contestati dagli esperti e contro i quali si sono espressi anche gli Ordini degli psicologi, incentrati sulla relazione tra educazione e ideologia gender, durante i quali si è puntato il dito contro alcune iniziative didattiche il cui scopo è semplicemente di abbattere il pregiudizio di genere tra i più piccoli.

 

E all’inizio di ottobre il Consiglio regionale ha approvato una mozione per chiedere alla giunta di intervenire «sulle autorità scolastiche a livello regionale e provinciale perché vengano ritirati dalle scuole libri e materiali che promuovono la cosiddetta teoria del gender». D’altra parte aveva già destato scalpore la decisione del sindaco di Venezia Luigi Brugnaro di stilare una lista di libri da bandire dalle scuole della città, in quanto, a suo giudizio, ispirati all’ideologia gender. Si tratta di titoli in cui i ruoli sono svolti indifferentemente da uomini o donne, ma anche figure metaforiche come Piccolo Blu e Piccolo Giallo di Leo Lionni, due pallini colorati che si perdono e

si ritrovano, diventando ambedue verdi in un abbraccio che annulla le differenze.

 

Sono solo alcuni dei molti esempi di opposizione all’introduzione di una didattica che non sia afflitta da stereotipi sui ruoli che, nella società, donne e uomini si trovano a ricoprire e sul diritto al riconoscimento giuridico delle famiglie «atipiche», in cui sono presenti due genitori dello stesso sesso o un genitore unico. Nel 2013, per esempio, il Ministero dell’istruzione e della ricerca (MIUR) ha bloccato la diffusione nelle scuole di un progetto di educazione alla diversità sessuale che pure aveva commissionato all’Ufficio nazionale antidiscriminazione razziale (UNAR), un organismo legato al Ministero delle pari opportunità e a sua volta sollecitato dal Consiglio d’Europa, che ha emesso nel 2010 raccomandazioni per combattere le discriminazioni fondate sull’identità di genere.

 

E anche la manifestazione a sostegno della famiglia tradizionale, il Family Day, promossa da alcune associazioni legate al cattolicesimo conservatore, oltre che a movimenti politici orientati a destra, ha incentrato la sua comunicazione sul rifiuto del riconoscimento delle unioni omosessuali, che sono il punto di partenza per un ampliamento del discorso che comprende anche una generica opposizione ai modelli di sviluppo psicologico prodotti dagli studi di genere.

«Nessun professionista serio può oggi negare l’esistenza di un modello di sviluppo psicologico e sociologico simile a quello disegnato dagli studi di genere», spiega Demie Kurz, condirettore del Dipartimento di studi sul genere, la sessualità e le donne dell’Università della Pennsylvania, a Philadelphia.

 

«E di fatto sono in pochi coloro che lo fanno. Sono però molto più numerosi quelli che credono nell’esistenza di una fantomatica ideologia gender, cioè di un programma politico per imporre in modo coercitivo un modello educativo con la finalità di mettere in crisi l’orientamento sessuale delle persone».

 

Demie Kurz è una delle pioniere degli studi di genere nel mondo, e chiarisce subito che cosa intende: «Fino agli anni cinquanta il genere di appartenenza era fatto coincidere con il fenotipo biologico (complesso di caratteri morfologci e funzionali di un organismo), ovvero con il sesso determinato geneticamente. In realtà sono sempre esistiti individui che, pur appartenendo a un determinato sesso biologico, si comportavano in modi più consoni a quello opposto, come la scrittrice inglese Mary Ann Evans, più nota con il suo nome di penna George Eliot.

 

C’è però un terzo elemento di cui si occupano gli studi di genere, e che grazie a loro è stato disgiunto dai primi due, ed è l’orientamento sessuale: si può essere geneticamente donne, sentire di appartenere al genere femminile (e comportarsi socialmente di conseguenza) ma essere attratte sessualmente dalle donne, benché teoricamente, secondo un modello biologico, le donne sono attratte dagli uomini perché la natura spinge a riprodursi. Tutte le combinazioni di questi tre elementi sono possibili ed esistono da sempre. A svelare la frequenza con cui si presentano “incongruenze” di genere è stato Alfred Kinsey, con il suo studio sulla sessualità degli americani pubblicato appunto nei primi anni cinquanta».

 

Gli studi di genere, quindi, sostengono (oramai con dovizia di dati epidemiologici e comportamentali) che l’appartenenza può essere disgiunta dal sesso biologico e dall’orientamento sessuale. A dimostrarlo con un preciso modello teorico è stato, tra i primi, lo psicologo e sessuologo statunitense John Money, nel 1972. Secondo il suo approccio biosociale, natura e cultura interagiscono per determinare il sentimento di appartenenza a un genere o all’altro. «Si nasce maschi o femmine – spiegava Money – ma l’etichetta sociale che ci viene attribuita e il diverso modello educativo che viene impartito ai bambini e alle bambine interagisce con i fattori biologici, come l’esposizione a determinati ormoni nella fase prenatale e postnatale, per dare origine al senso di appartenenza a un genere».

 

Due anni dopo, nel 1974, l’antropologa culturale Gayle Rubin pubblicò uno studio in cui 30 coppie di genitori di bambine e bambini con conformazione fisica simile venivano invitate a definire le capacità fisiche dei figli. I genitori di femmine tendevano a sottostimare la forza della prole, mentre i genitori di maschi descrivevano i figli come forzuti e intraprendenti. Nessun elemento oggettivo poteva spiegare la differenza nella percezione delle capacità dei figli se non l’esistenza di precise convenzioni su ciò che è più opportuno attribuire a un genere o all’altro.

 

Con il termine gender ci si riferisce anche alle aspettative sociali sul modo in cui dovremmo pensare e agire in quanto femmine o maschi», spiega infatti il documento ufficiale che l’American Psychological Association ha prodotto per cercare di arginare il dilagare delle iniziative antigender nella società statunitense e la pretesa di alcune scuole di psicologia comportamentale di poter «riallineare», con opportune terapie riparative, i tre elementi: sesso biologico, identità di genere e orientamento sessuale.

 

Anche l’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS) si è sentita in dovere di pubblicare, nel mese di agosto scorso, un documento sul concetto di genere, in cui ribadisce ciò che è espresso dall’APA: «Il termine genere si riferisce a caratteristiche maschili e femminili socialmente costruite, come le norme, i ruoli e le relazioni che esistono tra maschi e femmine. Le aspettative di genere variano a seconda delle culture e possono cambiare nel tempo. È anche importante riconoscere le identità che non coincidono con le categorie binarie del sesso maschile o femminile. Le norme, le relazioni e i ruoli di genere hanno anche un impatto sulla salute delle persone con identità transgender o intersessuali».

 

L’OMS introduce in questo documento anche altre forme di identità di genere, come quelle di chi desidera appartenere al genere opposto a quello biologico (transgender) o di chi non si ritrova in nessuno dei due generi biologici, ma sente di non avere un’identità di genere specifica o di avere una identità ibrida, in parte maschile e in parte femminile. «Quando le persone non si adeguano alle norme, alle relazioni e ai ruoli di genere stabiliti, spesso devono affrontare discriminazioni, stigma ed esclusione sociale – continua il documento dell’OMS – ognuna delle quali ha un impatto negativo sulla salute. Le norme di genere influenzano l’accesso e il controllo di risorse necessarie a mantenersi in buona salute, incluse quelle economiche, sociali (per esempio le reti di sostegno), politiche (come Leadership e partecipazione); l’accesso alle informazioni, all’educazione e al tempo per sé; e infine le risorse interne, come l’autostima».

 

Tra le pioniere degli studi di genere vi sono scrittrici come Simone de Beauvoir (che sosteneva che donne non si nasce ma si diventa) e filosofe come la statunitense Judith Butler. Ambedue hanno insistito nel ruolo che gli stereotipi di genere hanno sulla creazione dei rapporti di potere nella società, a tutti i livelli: dalla politica al mondo del lavoro, fino alla famiglia.

Butler, in particolare, introduce verso la fine degli anni ottanta nel suo saggio “Gender Trouble” il concetto di performatività. Rifacendosi alla teoria di Freud secondo la quale l’identità personale si modella sulla base di ciò che è percepito come normale e per cui le donne lesbiche adeguerebbero il loro comportamento a quello maschile, considerato normale o ideale (cioè performativo), Butler afferma che qualsiasi identità di genere si forma grazie allo stesso principio di performatività, e rappresenta quindi una sorta di esternalizzazione delle norme di genere che ognuno di noi ha interiorizzato.

 

«Usando il modello di performatività, Butler ha dichiarato che il genere esteriore non è la manifestazione del genere naturale o innato, ma di un modello che abbiamo fatto nostro in base all’educazione che abbiamo ricevuto», spiega Demie Kurz. «Ecco perché noi che ci occupiamo di studi genere con lo scopo di creare società più libere e meno discriminanti insistiamo sugli aspetti educativi: gli stereotipi di genere vengono inculcati da piccolissimi e solo un approccio educativo che ribadisca sempre che ciascuno di noi può essere ciò che sente più adatto alla propria personalità può portare, con gli anni, ad abbattere i pregiudizi».

 

In che modo tutto ciò può influenzare le scelte sessuali dei ragazzi, uno degli argomenti più forti delle campagne antigender? È vero che annullare le differenze culturali di genere può aumentare la percentuale di persone omosessuali o transgender? La risposta è tutt’altro che banale, e proviene soprattutto dagli studi sull’orientamento sessuale dei figli di coppie omosessuali. Nel 2001 Judith Stacey e Timothy Biblarz hanno pubblicato una revisione di 21 ricerche precedenti riguardo alle preferenze sessuali di figli di coppie omosessuali. Secondo la loro analisi, i ricercatori tenderebbero a sottostimare la percentuale di scelte omosessuali tra i figli di coppie omoparentali. Secondo loro i figli di gay e lesbiche hanno identità di genere meno tradizionali e sono teoricamente più aperti alla possibilità di relazioni omoerotiche, anche se le percentuali di etero, omosessuali e bisessuali (sulla base delle autoidentificazioni dei soggetti) è analoga a quella di figli di coppie eterosessuali.

 

Stacey e Biblarz non escludono la possibilità che simili atteggiamenti più liberi siano biologicamente determinati – secondo le indagini che accompagnano lo studio, l’80 per cento dei figli di coppie omoparentali è anche discendente biologico di uno dei membri della coppia – ma rimarcano il fatto che si tratta di ragazzi cresciuti in ambienti tolleranti e portati a lavorare sull’eliminazione degli stereotipi di genere e di orientamento sessuale. Altre rassegne del 2005 e del 2006 affermano di non trovare alcuna differenza nelle scelte sessuali tra i figli di coppie omoparentali ed eterosessuali, ma fanno notare la scarsa qualità dei dati disponibili. «Da un punto di vista sociologico non mi sorprenderebbe rilevare un lieve aumento del numero di omosessuali e transgender tra chi cresce in ambienti più tolleranti rispetto a chi cresce in ambienti che stigmatizzano scelte sessuali diverse dall’eterosessualità», afferma Kurz. «In fondo la ragione per cui si fanno gli studi di genere e si insiste ad applicarne i risultati nel mondo dell’educazione è proprio per consentire alle persone di fare scelte autonome, che le rendano felici, e non di adeguarsi alle aspettative sociali annullando i propri bisogni. L’errore comune, però, è focalizzarsi sull’aspetto della sessualità, come se fosse il più importante. È più dirompente, dal punto di vista sociale, abbattere le barriere di genere nel campo del lavoro e della famiglia, scardinando le basi del potere maschile».

 

Sono di questo parere anche Cristina Gamberi, Maria Agnese Maio e Giulia Selmi, curatrici di un volume edito da Carocci e intitolato “Educare al genere”, quando scrivono: «Imparare a problematizzare la propria identità di genere nel periodo dell’adolescenza è un fattore determinante per poter progettare il proprio futuro al di fuori delle aspettative dominanti sulla maschilità e la femminilità. In questo processo, il mondo della scuola e quello della formazione hanno un ruolo cruciale e sono chiamati a introdurre una prospettiva di genere all’interno delle proprie pratiche educative: un fare educazione che sia in grado di disfare i modelli dominanti di genere offrendo a studenti e studentesse gli strumenti teorici e relazionali necessari a diventare gli uomini e le donne che desiderano».

 

Alla luce di quanto la psicologia e la sociologia hanno scoperto sul modo in cui costruiamo la nostra identità di genere viene spontaneo chiedersi se è corretto dire che un’educazione ispirata all’abbattimento degli stereotipi non possa avere effetti dirompenti sulla società, anche se dirlo può favorire l’adesione a progetti di formazione «virtuosi» e diminuire la diffidenza dei genitori. Un cambiamento potrebbe esserci (anzi, è auspicato), così come c’è stato grazie agli studi che hanno dimostrato l’impossibilità di sostenere la superiorità di un’inesistente razza bianca e alle scelte educative ispirate da questa consapevolezza. Ed è anche comprensibile che le frange più conservatrici si oppongano a un modello educativo volto a smantellare la gerarchia implicita nei ruoli maschili e femminili.

 

«Se, come mi dice, in Italia non esiste un programma sistematico di educazione sessuale, la nascita di un movimento antigender non mi sorprende», conclude Kurtz. «Anche negli Stati Uniti l’opposizione conservatrice stuzzica gli ambienti più sessuofobici e genera ansia nei genitori sostenendo che i programmi di educazione di genere invitano alla masturbazione infantile o a sperimentare il sesso precoce. Ma chi ha messo in atto questi metodi educativi, come alcuni paesi del Nord Europa, ha ottenuto solo una società più rispettosa del prossimo (sia quando questo fa scelte molto conservatrici in materia di famiglia o di sessualità sia quando crea famiglie meno tradizionali) e dove le possibilità di realizzazione personale sono meno legate al sesso biologico di appartenenza».

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