Scrive Francesco di Sales: “Portare la croce è cosa assai più sublime che sopportarla”. Risponde Umberto Galimberti, Donna

 

Il priore Enzo Bianchi, intervistato da Daria Bignardi, poiché è persona religiosissima e intelligente e non vive di certezze incrollabili, ha parlato della difficoltà della fede, delle domande “senza risposta” (da qui la difficoltà) che un cristiano si pone davanti alla sofferenza, segnatamente degli innocenti. Ma riguardo a questo problema tanto dibattuto, ha aggiunto una considerazione particolarmente interessante. Ha affermato che spesso la sofferenza abbrutisce l’uomo, anziché elevarlo spiritualmente. Concetto particolarmente interessante se lo si confronta con quello espresso da Giovanni Paolo II, nella lettera apostolica Salvifici doloris (1984): “Attraverso i secoli e le generazioni è stato constatato che nella sofferenza si nasconde una particolare forza che avvicina interiormente l’uomo a Cristo, una particolare grazia”. E si aggiunge a quello di Renato Pierri che critica la Salvifici doloris nel libro La sposa di Gesù crocifisso (Kaos edizioni, 2001), e trattando il tema più ampiamente in un articolo su Italialaica (10 nov. 2010), scrive: “Moltissimi uomini si abbrutiscono proprio a causa della sofferenza… Spesso la sofferenza è distruttiva non solo del fisico ma anche dello spirito. Nulla dice Giovanni Paolo II, riguardo alla sofferenza dei bambini. Anche i bambini scoprono il senso salvifico della sofferenza?”. Resta difficile immaginare che nella sofferenza si nasconda una “particolare grazia”, giacché riguarderebbe solo alcuni fortunati individui adulti. Salvificus dolor solo per alcuni? Questo dovrebbe far riflettere tutti quei credenti dalle certezze incrollabili, che si ostinano a vedere la mano di Dio anche nella sofferenza.

Elisa Merlo lisamer@tiscali.it

 

Io nelle cose di fede non cerco mai le contraddizioni. Perché la fede non è la ragione e il principio di non contraddizione vale solo in ambito razionale. Io nelle cose della fede cerco un altro tipo di verità.

Non quella “logico-razionale” che contrappone il vero al falso, ma quella “storico-effettuale”, la quale mi dice che se il cristianesimo, con tutte le sue contraddizioni logico-razionali ha avuto successo nei secoli e ha permeato di sé un’intera civiltà, significa che indubbiamente ha colto alcune metafore di base che sono risultate vantaggiose per quella civiltà e perciò recepite.

In caso diverso sarebbe naufragato dopo il suo primo annuncio e dalla storia sepolto. Cosa naturalmente che può ancora avvenire se il magistero, che interpreta il messaggio religioso, più non coglie le metafore che sono alla base del nostro tempo e della nostra civiltà, più incline a credere alla morte di Dio che al suo ritorno.

Sono d’accordo con Enzo Bianchi che il dolore abbrutisce, debilita, sfianca non solo il corpo, ma anche lo spirito, che dunque non è fortificato dal dolore. Così pensavano anche gli antichi Greci che non attribuivano al dolore alcun senso, se non quello di essere un tratto dell’esistenza, da evitare quando era possibile, e da sopportare quando non lo si poteva evitare.

A differenza della cultura greca, la tradizione giudaico-cristiana attribuisce al dolore un “senso”: quello di espiare la colpa originaria e quello di costituire una caparra per la vita ultraterrena che non conosce il dolore, e in vista della quale diventa più sopportabile il dolore su questa terra concepita come semplice transito.

Una volta che il dolore non appare più nell’insensatezza dell’ineluttabile, come era per i Greci, ma viene iscritto in quell’orizzonte di senso che lo configura come pegno per la vita eterna, il dolore, se non è addirittura amato come riteneva Francesco di Sales là dove scrive che “il vero amore si dimostra nel patire”, certamente diventa più sopportabile proprio perché ad esso gli si assegna un senso e lo si iscrive nello scenario della redenzione che, a partire da Cristo, si compie nel dolore.

Questa è la ragione per cui io considero il cristianesimo una religione del dolore. E basta visitare qualsiasi chiesa e vedere di quanto dolore grondano i quadri e le pale che la decorano per averne una conferma. Che psicologia collettiva ha generato questa visione secondo la quale la vita è degna solo se accompagnata dal dolore?

E se nasce, come è nata, una società quale la nostra che rifugge il dolore come il male assoluto, che incidenza può avere il cristianesimo su questa società?

Non è giunto il tempo, anche per il cristianesimo, di trovare parole che intercettino metafore di base diverse da quelle che gli hanno consentito di imporsi e fare finora civiltà?