Origini del sufismo. La trasmissione spirituale. Fabio Guidi sul sito web psicosintesi.org

Origini del sufismo

‘Sufismo’ è la parola corrente per indicare l’essenza della tradizione spirituale islamica, che si attesta a partire dall’VIII secolo. ‘Suf’ in arabo vuol dire ‘lana’.

Infatti, i sufi dei primi secoli, ad imitazione degli asceti cristiani, vivevano nei deserti e indossavano una lunga tunica di lana, che costituiva la loro unica proprietà se si esclude un piccolo recipiente nel quale conservare l’acqua.

I logori pezzi di lana con i quali i sufi rattoppavano la tunica, col tempo divennero colorati, dando vita al costume caratteristico del darwish (da cui ‘derviscio’), espressione araba che significa ‘poverello’.

Essendo nato in ambiente islamico, il sufismo ha voluto rimanere all’internodella cultura  religiosa contrassegnata dal Corano, anche se alle sue origini ha subito influssi di altre culture e di altri movimenti spirituali, soprattutto del monachesimo cristiano.

In altre parole, una ricca vena spirituale, proveniente dai tempi antichi ed ereditata dai padri del deserto, s’immette nella corrente puramente coranica, al punto che il linguaggio della mistica musulmana delle origini è sorprendentemente simile a quello delle opere classiche della spiritualità cristiana del VI-VII secolo (lo Pseudo-Dionigi, Giovanni Climaco, Isacco di Ninive, Massimo il Confessore…).

In ambito musulmano non si prestò particolare attenzione all’origine del sufismo. Autorevoli testimonianze affermano che il termine sufi fosse in uso ancora prima che Maometto proclamasse la sua missione profetica.

Del resto, lo stesso Maometto si era espresso chiaramente contro la vita ascetica nell’Islam, come ricorda il celebre hadith: “Niente monachesimo (rahhaniyya) nell’Islam”. Ma già tra alcuni Compagni del Profeta, tra coloro, cioè, a lui intimi e che con lui vissero e operarono, l’ascetismo esercitava un forte richiamo.

Da un iniziale isolamento anacoretico, il sufismo si sviluppò progressivamente in cenobitismo, attraverso il contatto con i monaci della Palestina, della Siria e della Tebaide, in Egitto. Appare ovvio, pertanto, che il sufismo, in quanto esoterismo islamico, evidenzi notevoli affinità con il monachesimo orientale e, in particolare, la pratica «esicasta».

Un esempio significativo è costituito dal «messalianismo», un movimento cristiano sorto in Mesopotamia nel IV secolo e attivo anche in Siria fino al IX secolo. I messaliani (dall’aramaico mètzalin, ‘coloro che pregano’) erano caratterizzati dalla preghiera continua (cioè la «preghiera esicasta» o «preghiera del cuore»), l’unico strumento per eliminare il Maligno dallo spirito dell’uomo, attraverso un procedimento simile alla ripetizione dei Nomi di Dio del sufismo.

Praticavano, inoltre, la danza estatica, durante la quale erano posseduti dallo Spirito di Dio, caratteristica questa che troveremo in seguito anche presso molti ordini sufi, in particolare tra i dervisci mevlevi, nati nel XIII secolo a Konia, in Turchia.

L’ostilità dell’ortodossia, che condannò le posizioni dei messaliani, favorì la loro successiva adesione all’Islam, più permissivo, motivo per cui si ritiene probabile il loro diretto contributo alla nascita del sufismo.

La trasmissione spirituale

Un aspetto centrale che lega le due tradizioni, cristiana e islamica, riguarda la figura del «padre spirituale», chiaramente distinta da quella del presbitero. Essa nasce in ambito cristiano, con i «monaci del deserto» e vede in Antonio, vissuto tra il III e il IV secolo, forse l’esponente più rappresentativo.

Il padre spirituale, chiamato abbà, nella tradizione orientale prende il nome di starec, un termine che in russo significa ‘vegliardo’ e indica un monaco anziano in grado di scrutare nel cuore dell’uomo e, quindi, di assisterlo e guidarlo nella sua vita interiore.

Non si tratta della confessione dei peccati, dal momento che il padre spirituale, in genere un laico, si tiene al di fuori di qualsiasi contesto sacramentale, ma del discernimento dei desideri, le tendenze e le fantasie che scaturiscono dal profondo dell’animo e che possono costituire tentazioni diaboliche.

A differenza del sacerdote, il,padre spirituale non deve «assolvere dai peccati» – che, con ogni probabilità, saranno nuovamente commessi – ma aiutare il discepolo a sradicare gl’impulsi malvagi dal proprio cuore, attraverso un processo di purificazione.

Il termine deriva dal greco hesychìa che significa: calma, pace, tranquillità. Come pratica meditativa, la preghiera esicasta consiste nella ripetizione continua del nome di Gesù.

In altre parole, il padre spirituale possiede il dono del «discernimento» (diàkrasis), senza il quale coloro che si avvicinano al sentiero spirituale, abbandonati a loro stessi, cadrebbero vittime delle passioni dell’animo, dei potenti impulsi inconsci, diremmo oggi.

Il padre spirituale non è un erudito – anzi, spesso si dichiara ‘illetterato’ o ‘ignorante’ – ma un «veggente», la cui conoscenza del cuore (kardiognosia) può arrivare ad arricchirsi del vero e proprio dono della profezia.

Ciò che conta è la purezza interiore, e si può possedere una grande conoscenza dovuta allo studio senza con ciò essere puri e possedere una visione contemplativa.

La paternità spirituale, cioè il livello in cui è stata realizzata «la discesa della mente nel cuore», è qualcosa che può, anzi, deve essere trasmesso attraverso la «generazione spirituale»: è così che si garantisce la tradizione genuina.

Anche nel sufismo viene data grande importanza alla trasmissione spirituale all’interno delle turuq (‘confraternite’, plurale di tariqa), e la linea di successione fra «maestri» (shuyùkh, plurale di shaykh) è segnata con scrupolosa precisione.

Shaykh, in italiano ‘sceicco’, è il termine arabo che letteralmente significa ‘vecchio’, come nel caso di starec. Riguardo a tale catena iniziatica, di particolare importanza è l’aspetto esoterico in entrambe le tradizioni.

Al riguardo, alcune fonti accennano al carattere segreto che in origine doveva possedere la preghiera del Nome di Gesù, una pratica meditativa che risale ai monaci del deserto d’Egitto e di Gaza del IV secolo.

Questi monaci cristiani davano un’importanza tutta particolare alla ripetizione del nome di Gesù, una ripetizione incessante che permetteva l’assorbimento della psiche in Dio alla ricerca della perfezione interiore.

Giovanni Cassiano, vissuto a cavallo tra il IV e il V secolo, afferma che la preghiera profonda è un segreto “che ci hanno trasmesso i rari sopravvenuti fra i Padri antichissimi e che noi non riveliamo egualmente che al piccolo numero di anime che hanno veramente sete di conoscerlo”.

Di per sé la ripetizione del Nome Divino non è affatto ‘esoterica’ e può essere compiuta da ogni fedele. Anzi, nell’ambito dell’Islam costituisce un dovere religioso. La segretezza della pratica è legata a certe «tecniche», utilizzate come supporto.

La ripetizione del Nome, infatti, era accompagnata dalla visualizzazione di simboli particolari, ad esempio le immagini della colomba e dell’aquila, in connessione con certe tecniche respiratorie e con determinate posture del corpo.

Ecco perché la preghiera esicasta può essere eseguita solo sotto la guida di un padre spirituale.

Allo stesso modo, nel sufismo il padre spirituale, o maestro, attribuisce il wird, o «formula di orazione», associata a certe posture e respirazioni, e autorizza il discepolo a recitarla, in quanto la semplice iniziativa individuale può provocare reazioni psichiche indesiderabili.

Così, ai principianti viene assegnata la prima formula della professione di fede, a quelli un po’ più avanzati il solo nome di Allah e così via.

Ad ogni stato raggiunto, la formula dello dhikr (o «ricordo» di Dio) di solito cambia, sotto la direzione dello shaykh, e contemporaneamente aumenta la comprensione nel discepolo del mistero della realtà divina.

Così come nella tradizione esicasta, anche nel sufismo il processo di purificazione del cuore è complesso e prevede una successione di stadi interiori – del pentimento (tawbat), della conversione (inabat), della rinuncia (zuhud), e così via – fino alla «estinzione dell’estinzione» (fana alfana), nella quale il discepolo si è spogliato di tutto tranne che di Allah.

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