• martedì 25 giugno 2019

Video e testo dell’intervista al Dr. Vallero fondatore dell’Anapaca

Intervista al Dr Vallero, giovedì 22 luglio 2010 nel suo studio di Via Cibrario

Come ricorda quei momenti fondativi dell’Anapaca di trent’anni fa, nel contesto sociale e delle cure oncologiche di allora?

Ricordo quel tempo come un momento tormentoso perché confuso sul che fare, non sapevo in quale direzione muovermi, e nello stesso tempo di grande spinta interiore, perché sentivo il bisogno di fare qualcosa per le persone in sofferenza.

Il tutto prende le mosse dalla mia esperienza all’ospedale psichiatrico di Collegno dove sono stato primario per più di vent’anni. Durante quell’esperienza, alcuni colleghi medici al S. Giovanni Vecchio, ex compagni universitari, mi chiesero di prendere coscienza delle condizioni di sofferenza degli ammalati oncologici.  La richiesta era di aprire un ambulatorio per questi ammalati, bisognosi di attenzioni psicologiche per attenuare la sofferenza legata al percorso di cura. Richiesta che non poteva essere attuata per le leggi che governavano la Sanità di allora. Questo impedimento burocratico però non mi ha impedito di sentire quella sofferenza come uno stimolo a fare qualcosa. Ricordo che presi contatto col dr Padellino, aiuto chirurgo al S.Giovanni Vecchio, che rappresentava la Lega Tumori, per concordare la formazione di una borsa di studio su questo tema. Andai poi a Roma con una relazione che sosteneva la necessità di una ricerca scientifica sulla psicologia delle donne mastectomizzate, ma non se ne fece niente. Questa esperienza negativa fece montare in me una forte carica energetica per cui mi dissi che se non riuscivo a fare della ricerca avrei fatto dell’assistenza. Nasce da questo stato d’animo la volontà di fondare un’associazione che sarà poi l’Anapaca. Era l’anno 1980 e all’inizio le idee su come operare non erano per niente chiare, ma con le persone che si sono raccolte attorno a quest’idea, e che firmarono l’atto costitutivo dell’Anapaca, abbiamo determinato le linee di comportamento operativo. L’atto costitutivo dell’associazione funzionò bene per gli anni iniziali, poi ci accorgemmo che la limitazione era l’esclusione dei volontari dal Consiglio Direttivo, fatto che determinava uno scollamento tra le decisioni della Direzione e la base operativa. Mi resi conto che i Volontari, il cuore pulsante dell’associazione, dovevano essere introdotti nel Consiglio Direttivo, fu così che attraverso una serie estenuante di riunioni riuscii a far entrare cinque volontari in Consiglio.

Me ne andai nel 1992 convinto che i Volontari, con la consapevolezza della loro missione, avrebbero saputo far volare l’Anapaca nel tempo.

Qual era il bisogno socio-assistenziale più urgente a cui l’Anapaca, allora, voleva dare una risposta?

E’ una domanda a cui posso dare una duplice risposta: come uomo e come operatore, parte di un organizzazione di volontariato.

Come uomo, Giorgio Vallero, tormentato cristiano, ha sempre sentito il bisogno di aiutare chi soffre. Come operatore, nel 1979, quando incominciai ad occuparmi della sofferenza nella malattia oncologica, la psiconcologia non aveva ancora dignità di scienza e gli oncologi vedevano la malattia solo sul piano fisico. Quando fu fondata la Faro, come presidente dell’Anapaca, chiesi che comprasse centinaia di libri di psiconcologia che vennero fatti circolare tra i medici e i volontari. La situazione assistenziale e sanitaria di allora escludeva la presenza di uno psicologo accanto al malato. Ricordo che sulla stimolazione del dott. Bertetto venne fatto un convegno, ed era il 1985, dove fui invitato a tenere una relazione sull’importanza del ruolo dello psicologo nell’equipe oncologica. Era una situazione molto triste per l’ammalato, per l’estrema solitudine in cui viveva la malattia, e disastrosa ai fini di uno sviluppo futuro della cura oncologica. Ricordo ancora che ai volontari di allora, leggevo quello che facevano a Londra negli Hospice e l’entusiasmo era alto. E’ stato un periodo meraviglioso per l’empito che ho visto nel cuore dei volontari.

Quale spazio di sviluppo prevede per l’Anapaca che verrà?

L’attuale tendenza della Sanità alla domiciliarizzazione dell’ammalato crea la necessità di una maggiore specializzazione nella diversità del servizio. Questa mia proposta sull’ipnosi è volta a fornire uno strumento tecnico in più al volontario domiciliare. Nel dare all’ammalato delle indicazioni per aiutarlo a reinterpretare il suo dolore e a sentirlo di meno, vedo in questo modo di porsi del volontario un aggiornamento professionale. Sull’ipnosi c’è una letteratura molto vasta, indiscutibile nella lotta contro il dolore, anche in campo oncologico.

Dia un consiglio al volontario di oggi e di domani

Un consiglio diviso in tre parti che si integrano. Prima di tutto il volontario deve guardare nel suo cuore per capire se é capace di stare accanto ad una persona che soffre. Il secondo aspetto è quello di studiare sempre, non abbassare mai la guardia di fronte ad un aggiornamento professionale che non ha mai fine. Il terzo passaggio è quello di porsi accanto a chi soffre con sensibilità e umiltà. Tre aspetti di un unico comportamento che è sempre stato il modo di essere dei volontari Anapaca.

Saper di essere il fondatore di un’associazione come l’Anapaca che emozioni le muove dentro?

Se devo essere sincero sono poche. Mi spiego. All’inizio, trent’anni fa, ho sentito che dovevo muovermi come ho fatto perché avevo gli strumenti culturali e umani per lenire le sofferenze dell’altro in difficoltà. Quello che ho fatto è scaturito da un senso di dovere morale, da una motivazione profondamente cristiana non legata ai frutti dell’azione. Oggi sono contento che questa associazione sia andata avanti, che si sia espansa in una dimensione di professionalità,  è per tanto che provo un’emozione abbastanza pacata, piacevole, di gioia serena.

 

Gigi Gariano, 11 aprile 2018