• venerdì 19 ottobre 2018

Iperico – erba magica scacciadiavoli

L’iperico (nome latino:  Hypericum perforatum L.)  è una pianta molto conosciuta fin dall’antichità  e fortemente presente nella superstizione popolare di tutte le culture. Con le sue piccole inflorescenze dorate che si aprono nel periodo del solstizio d’estate, la pianta porta con sé tutta l’energia solare tanto che gli è stata conferita la proprietà di tenere lontani i diavoli e le sciagure.

La linfa rossa che macchia le dita delle mani quando schiacciamo i giovani boccioli è il sangue di San Giovanni Battista. Infatti, secondo la tradizione cristiana, la pianta è nata dalle gocce di sangue cadute a terra durante la decapitazione del santo. I piccoli bucherelli che si possono intravvedere nella foglia se la si guarda controluce (da cui il nome perforatum) sarebbero effetto dell’ira di Satana poiché un rivolo del sangue di San Giovanni, ovvero la linfa rossa della pianta, avrebbe sbarrato il passo alle sue schiere.

Il nome deriva dal greco hyper “sopra” e eikon “immagine” e indica, con un forte simbolismo religioso e magico già presente in epoca precristiana, un legame tra la pianta e il divino. E’ conosciuta anche come con il nome di “erba di S. Giovanni”, “scacciadiavoli”, “millebuchi”, “erba trona”.

I ciuffi della pianta fiorita venivano anticamente appesi sopra le immagini sacre per salvaguardarle dagli spiriti maligni. Gli Assiri lo chiamavano piri e lo collocavano sopra l’ingresso delle abitazioni per scongiurare le visite dei demoni. Nel Medio Evo durante le feste di San Giovanni si danzava portando sul capo ghirlande di iperico che poi venivano gettate sul fuoco dei falò per propiziare un buon raccolto e proteggere il bestiame dalle malattie. Le stesse ghirlande venivano anche gettate sui tetti delle case per proteggerle dal fulmine, dagli incendi e da tutte le altre stregonerie. Sempre a scopo protettivo l’iperico veniva inserito negli amuleti, legato alle culle dei bambini, sotterrato sulla soglia delle case e delle stalle.

In epoca più recente i soldati ne spalmavano la linfa rossa sulle canne dei fucili per assicurarsi una mira infallibile mentre le donne ne portavano un rametto appresso per tenere lontani i soldati e le violenze carnali. (Frank J. Lipp, 1998).

Le credenze popolari rispecchiano perfettamente il carattere potente di questa pianta e delle sue proprietà officinali. L’uso esterno ha un efficace effetto benefico, usato come unguento guarisce in pochi giorni le lesioni da scottature, è cicatrizzante, lenitivo su punture d’insetti contusioni dolori articolari.

L’uso interno, cioè ingerito sotto forma di tisana, decotto, tintura madre o altro, ha anch’esso un effetto benefico per la cura degli stati depressivi (ha proprietà simili ai farmaci IMAO) ma se dosato male può diventare un altrettanto potente veleno nocivo per l’organismo con gli stessi effetti letali dell’arsenico. Per uso interno è quindi assolutamente sconsigliato il fai-da-te, può tuttavia essere assunto con fitocomposti titolati preparati in laboratorio e somministrato in dosaggi prescritti da un medico o da uno specialista.

In casa si può preparare un ottimo oleolito da conservare nel nostro pronto soccorso per utilizzarlo esternamente nei casi di bruciature, scottature solari, escoriazioni, ulcerazioni, decubiti, punture d’insetti, irritazioni della pelle.

Il principio attivo dell’iperico dà fotosensibilità, dopo l’applicazione non bisogna esporsi al sole.

Come si prepara l’oleolito di iperico

La pianta si trova un po’ ovunque in tutte le zone temperate del globo. Nel periodo intorno al solstizio d’estate raccogliere le sommità fiorite quando il fiore è ancora un bocciolo e sta per fiorire, pulirlo da rametti e impurità, e porre le parti pulite in un recipiente di vetro trasparente. Riempire quindi il barattolo di olio di mandorla o di oliva fino a che le inflorescenze rimangono completamente sommerse dall’olio. Chiudere il contenitore con un tappo e lasciare in macerazione per circa un mese al sole.

Alcune pubblicazioni dicono di lasciar macerare al buio come è consuetudine per tutti gli altri oleoliti, tuttavia personalmente preferisco riportare la ricetta tradizionale che insegna a esporre la pianta al sole durante la macerazione affinchè ne acquisisca tutte le energie e ne venga potenziato l’effetto; facendo atto di fede nelle credenze popolari possiamo supporre che il sole non guasti le proprietà del nostro prodotto.

Ogni due o tre giorni agitare il contenitore.

Dopo un mese l’olio avrà assunto una colorazione rossa, è il momento di filtrare. Con un colino separare l’olio dalla pianta spremendola quanto è possibile. L’oleolito è pronto, ora deve essere conservato chiuso e al buio, durerà circa 3 anni. Per preservare il prodotto dall’irrancidimento possiamo aggiungere vitamina E (è una sostanza oleosa che si acquista in erboristeria ed è anche un nutrimento per la pelle) in misura di 13 gocce ogni 100 ml di oleolito.

 

Sergio Forno – 29 maggio 2018