• lunedì 20 maggio 2019

L’ AMICO TOMMASINO

 

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La mamma depose un bacio sulla fronte del ragazzo e salutò la Volontaria con una stretta di mano. Uscendo chiuse con cura la porta, come per preservare l’atmosfera tranquilla che s’era creata nella casa. Tommasino traguardò la Volontaria, poi abbassò gli occhi mormorando tra sé qualche parola. La Volontaria lo fissò interrogativamente ed egli ripeté con voce decisa che la vista della mamma che usciva per andare al lavoro gli rammentava la scuola. Scuola che aveva dovuto abbandonare per la malattia, ma che ora gli mancava dolorosamente.

  • A scuola tornerai al più presto, non appena cesseranno i malesseri cagionati dalle cure. E dunque, come ti senti stamattina?
  • Come se avessi fatto una lunga corsa sulla sabbia. Braccia e gambe. Il respiro difficile.
  • Per questo abbiamo dovuto sospendere la scuola. Ci riposeremo.
  • Ma io penso ai miei compagni… le discussioni, i giochi , gli scherzetti…
  • Che fanno i tuoi compagni a quest’ora?

Tommasino scaricò un pugno sul tavolo facendo traballare il tazzone del latte: -Stanno là, in classe, allegri. Chiacchierano, si divertono. Ascoltano le lezioni. Negli intervalli ci giochiamo le figurine; qualche volta i soldi. I professori …

-Quale dei prof ti piace di più?

-Quella di Italiano. Ci parla delle opere della letteratura italiana. E la vita degli autori. È innamorata della materia che insegna. Ci rende tutto piacevole, come le poesie, i racconti, fossero fiabe. E poi mi piace il prof d’arte. Quando traccia qualche segno sulla lavagna con i gessetti colorati e poi ci spiega significati e valori, collegamenti e richiami grafici, tutti noi ci sentiamo rapiti in una sorta di magia.

-Un poco ti invidio. Anzi, ti invidio proprio tanto. Hai l’età ritenuta più felice di tutta la vita!

Il ragazzo ammutolì e si chinò sul caffelatte. Masticò malvolentieri le fettine di pane con la marmellata. Bevve un sorso d’acqua e brontolò:

-Se questi … povero me … questi sarebbero gli anni più felici della mia vita? Con questo mio male che voi chiamate tumore? Che i medici chiamano cancro?

-Mi spiace che tu abbia questo problema. Vorrei che non l’avessi, che l’avessi già superato!

Mi spiace per te, davvero …-

Ma il ragazzo rimase muto. In un lampo la Volontaria s’accorse del disastro che aveva compiuto pronunciando con noncuranza quelle frasi sbagliate, frasi imprudenti e inadeguate che tendevano ad accentuare la differenza intercorrente fra lei, sana e operativa, e il ragazzo ammalato. Una differenza, una distinzione che, ora si accorgeva, poteva apparire abissale. E decise che subito avrebbe dovuto rimediare al malfatto. E pagare faticosamente l’errore compiuto, accomodando  atteggiamenti e parole adatti a riconquistare attenzione e fiducia in quel ragazzo che ora la scrutava di sottecchi con una sorta di smarrimento e forse paura, mentre gli si formavano lacrime pesanti, lacrime minute.

Cominciò di lontano, sul mistero che è la vita, accennando alle illusioni che ad ogni età ci accompagnano e si rinnovano, mentre procediamo inciampando quasi ad ogni passo. Ai momenti di felicità che sfumano con crudele rapidità lasciandoci pieni di interrogativi e rimpianti. Lasciandoci ad abitare spazi vuoti che ci sforziamo di edificare e popolare con case, strade, persone. Con libri, riflessioni, ricerche di dialogo, rinunce e nostalgie.

Fu un lungo parlare, che talvolta si accendeva in discussioni, esplodeva in giudizi arditi, si scioglieva in silenzi dove di vivo rimaneva soltanto un’irrazionale fiammella di speranza. Un lungo stare-insieme, un dibattito che via via diventava concorde. Alla fine fu Tommasino ad aprirsi in confidenze e parziali confessioni di incertezze, timori.

Fu qui che la Volontaria non rinunciò ad aprirsi al ragazzo confessandogli talune personali debolezze, descrivendo sgomenti e incertezze davanti ai fatti della vita. Né omise che in talune occasioni la fatica di vivere le proprie giornate è di tutti o, almeno, delle persone più dotate di coscienza  di essere, di esistere. E che su tutta quella fatica viene ad emergere la dignità umana. La quale ci induce a tendere verso mete tanto importanti da superare tutte le tensioni portate dall’innegabile nostra fragilità.

A quel punto le parve d’essere pervenuta ad un qualche risultato. Tommasino le si era accostato e con fiducia le aveva appoggiato la mano sulla spalla, quasi che le confessioni e le ammissioni di debolezza udite l’avessero resa simile a lui. E anche lei provasse l’urgente necessità di un aiuto, di conforto e fiducia. E che lui, piccolo scolaro ammalato, potesse darle quell’aiuto.

Qui il dialogo divenne gradualmente sereno e pieno di speranze. La Volontaria s’accorse di percepire, ma per davvero, una sorta di forza nella manina energica che stringeva la sua mano per infonderle protezione dai mali che possono aggredire persone di ogni età. A poco a poco avvenne e crebbe un curioso fenomeno: la consapevolezza che ognuno dei due avrebbe saputo proteggere l’altro, avviandolo a vivere con coraggio e serenità, e malgrado apprensioni e timori. Nei giorni che seguirono quel fenomeno si stabilizzò su fondamenta sempre più solide. Tanto che anche la mamma di Tommasino, giorno dopo giorno, poté accertare che sì, nella casa il clima generale era migliorato e i disagi e la fatica indotti dalle terapie oncologiche parevano allentarsi e passare sulle loro teste come un venticello sopportabile.

ROMANO FEA (Volontario Anapaca)