• mercoledì 19 dicembre 2018

La banalità del bene

Contro l’ipocrisia delle «buone cause». Raffaele La Capria, Corriere della Sera.it

 

 

Finora ci eravamo preoccupati della banalità del male che la Arendt aveva scoperto al processo Eichmann. Ma oggi ci preoccupa di più la banalità del bene perché sta diventando davvero insidiosa. Il «banal-buonista» è un devoto delle buone cause, e di buone cause è tappezzato il mondo.

Il banal-buonista, per esempio, si preoccupa sempre di chi non ce la fa ad arrivare alla fine del mese; ma se lui, il banal-buonista, ha una bella pensione e alla fine del mese ci arriva senza pensieri, beh questo sì che desta qualche sospetto!

Il banal-buonista si preoccupa anche, e giustamente, di chi non ha un lavoro, di chi è precario, di chi è abbandonato da Dio e dagli uomini. Ma se lui precario non è, e non sa cosa significa da precario amare una ragazza e non poterla sposare per mancanza di un futuro da offrirle, beh questo sì che desta qualche sospetto!

Il banal-buonista se usa una buona causa per promuovere se stesso, per farsi pubblicità o altro – come succede troppe volte al cantautore, al conduttore, allo scrittore -, beh questo sì che desta qualche sospetto!

Il banal-buonista dovrebbe conoscere almeno un po’ la situazione economica generale, e perorare la sua buona causa compatibilmente. Quel che non deve fare è limitarsi a invocarla astrattamente la sua buona causa, perché questo sì che desta qualche sospetto!

Insomma, le buone cause spesso sono buone nelle intenzioni, ma più spesso servono alle anime belle per sentirsi più belle. Spesso sono al servizio di un’ideologia o di una politica, non al servizio dell’umanità.

Con questo dovremmo concludere che le buone cause non vanno perseguite? Certo che vanno difese, ma dovremmo essere un po’ più critici in proposito e riuscire a distinguere le vere buone cause dalla cattive buone cause.

Non è facile, perché il banal-buonista è sempre animato da travolgenti passioni, mentre chi lo critica dev’essere per forza distaccato, e teme ogni momento di sbagliarsi, perché in un’epoca senza certezze come la nostra non è facile essere sicuri.

Il banal-buonista invece lo è, sicuro di avere una missione da compiere, e chi lo critica è sempre accusato di essere un nemico ideologico o un qualunquista.

Ci sono buone cause di portata mondiale, travolgenti e nello stesso tempo strumentalizzate. Per esempio la pace cui si appellavano i guardiani dei gulag. Quella buona causa, si capiva subito che non era tanto buona, e che chi vi aderiva – consapevole o inconsapevolmente – si metteva al servizio di una propaganda tutt’altro che pacifica.

Eppure tale era la forza del vento che tirava da quella parte che tutti i benintenzionati ne erano trascinati. Con questo voglio dire che la tattica del diavolo, da quando si è ribellato a Dio, è stata sempre quella di indossare la maschera del bene per fare il male, e chi cade nel suo tranello è spesso, appunto, il banal-buonista.

Ma c’è anche chi sposa le buone cause con le opere e non con le parole, come fece Madre Teresa di Calcutta, in una situazione in cui operare sembrava impossibile. E quanti come lei fanno il bene per una specie di vocazione non solo religiosa, ma istintiva e naturale più che morale.

Sono migliaia le persone nel volontariato, per esempio, che ogni giorno umilmente, gratuitamente, assistono i vecchi, i malati, i disabili, eseguendo mansioni spesso spiacevoli o addirittura disgustose.

Ci sono tante persone, laici o religiosi, che a volte sfidando la morte vanno in Africa, in Oriente, in Paesi dove sono perseguitati e minacciati nonostante l’aiuto che portano alle popolazioni. E ci sono tanti politici, sindacalisti, intellettuali che credono possibile cambiare le cose e operano col pensiero e con l’azione, per cambiarle. Questi no, non sono banal-buonisti, e vanno rispettati, perché offrono non parole ma opere di bene.