E’ˆ preoccupante che sempre più spesso si cerchi sollievo e conforto nella diagnosi di un “disturbo psicologico”, sottovalutando la profondità  della psiche. Umberto Galimberti, Donna

 

 

Seguo saltuariamente la sua rubrica e conservo piegato nel portafogli un suo articolo che riguarda l’idealizzazione dell’amore. Ma, dopo aver letto nella stessa rubrica Narcisisti senza speranza?, la riflessione è stata immediata e mi ha accompagnata per tutta la giornata. Non sono un’addetta ai lavori, nella vita faccio l’infermiera, e constato che tutti usiamo il giudizio, le categorie e i modelli. L’importante però è limitare il loro potere inferenziale, pena l’oggettivazione e l’alienazione dell’altro. Ho avuto delle esperienze con i “professionisti psico”. Il primo ha detto che l’autoanalisi compiuta non faceva una piega e che dovevo solo aspettare il corso degli eventi, la seconda cercava di interpretarmi secondo i suoi modelli di riferimento. In entrambi i casi ho capito che dovevo tentare di sbrigarmela da sola. In fondo ognuno di noi è unico e le impronte digitali ne sono il segno evidente. E allora perché non vivere con un po’ di leggerezza e ironia, invece di ostinarsi a riferire la nostra vita a categorie (amore, narcisismo, amicizia…), giudizi (i narcisisti non sanno amare), modelli (approccio sistemico, bioniano, cognitivista…)?  Certo, è fondamentale avere coscienza di sé, poi quello che possiamo farne è parte dei segreti della vita, che per fortuna ha un buon margine di imprevedibilità  e dispiega tante piccole magie che troppo spesso non vediamo, impegnati come siamo a confrontarci sul “come la vita dovrebbe essere”, come “dovrebbero essere” l’amicizia, l’amore, la famiglia. Seneca ci insegna che se sappiamo utilizzare con pienezza di coscienza il tempo che ci è dato, esso ci sembrerà  congruo.

I. D.

 

Risponde Umberto Galimberti

 

Leggo la sua lettera non come una critica alla psicoterapia e ai vari modelli che la configurano, ma come un avvertimento a chi vi ricorre, spesso con l’atteggiamento dei pazienti verso i medici che, come è noto, è generalmente un atteggiamento di passività . Un “faccia lei”, dopo avergli accordato la fiducia. Quando si ha a che fare con i problemi dell’anima, e qui potremmo dire più in generale della vita, non possiamo atteggiarci come quando siamo ammalati nel corpo, perché, a differenza del corpo, l’anima non è oggettivabile, e soprattutto è diversa da individuo a individuo. La psicoterapia non è un percorso che conduce dalla “malattia” alla “guarigione”, ma un luogo di incontro che, quando funziona, conduce a una migliore conoscenza di sé. E non c’è dubbio che conoscersi è meglio che vivere a propria insaputa, regolati da meccanismi automatici che ci governano al di là della nostra consapevolezza. Stante questa abissale differenza tra la cura del corpo e la cura dell’anima, male ha fatto il legislatore, sfruttando il termine “terapia”, ad appiattire la psicoterapia sul modello medico, escludendo per esempio i filosofi, quando invece, come vuole la sua citazione, le riflessioni di Seneca e di tanti altri filosofi potrebbero essere più utili all’anima dei modelli teorici a cui si ispirano le varie scuole di psicoterapia. Ma nella sua lettera leggo anche un invito a tollerare il dolore, le sofferenze, i lutti, le prove che fanno parte della vita, e a non misurarsi solo a partire dai nostri desideri o dai nostri ideali, per cui le relazioni, le amicizie, gli amori non sono mai come dovrebbero essere o come li abbiamo sognati. Qui l’errore sta nella mancanza della misura, che induce a cercare la felicità  nel sogno invece che nella vita, da affrontare, come lei dice, con un minimo di autoironia. E infine, siamo davvero così vulnerabili da aver bisogno di un’assistenza psicologica di fronte alle incertezze della vita? Davvero basta che un bambino sia un po’ vivace per essere etichettato come “affetto da un disturbo di attenzione con iperattività, o che una donna in procinto di partorire sia avvertita della possibilità  di una “depressione post partum”, iscrivendo così un fenomeno naturale come la generazione in un quadro ai confini con la patologia? Cosa nasconde questa patologizzazione dell’esistenza che ci persuade di avere un sì fragile e perciò bisogno di protezione, di tutela e al limite di cura? Forse non ha tutti i torti il sociologo Frank Furedi, là  dove scrive in Il nuovo conformismo (Feltrinelli):  «L’imperativo terapeutico che si va diffondendo promuove non tanto l’autorealizzazione, quanto l’autolimitazione, che insegna a stare al proprio posto, offrendo in cambio i dubbi benefici della conferma e del riconoscimento». E’preoccupante che sempre più spesso si cerchi sollievo e conforto nella diagnosi di un “disturbo psicologico”, sottovalutando la profondità  della psiche.