Dialogo e trasparenza rappresentano i punti cardine per una buona alleanza terapeutica, ma soprattutto preludio ad un maggior ottimismo per superare il rifiuto di una diagnosi… anche severa. Ernesto Bodini, giornalista medico-scientifico, dal sito web della A.O.U. Molinette, maggio 2010

 

Più volte mi sono chiesto (e ancora mi chiedo): quanta “verità” viene detta al malato affetto da una grave patologia e dal probabile esito infausto? Come viene detta e quindi quanto è comprensibile questa informazione? E il paziente vuole davvero conoscere la “verità” anche quando la malattia da cui è affetto è un tumore?

Ed ancora. Può avere senso affrontare il discorso parlando genericamente di malattia oncologica, oppure è forse il caso di separare le diverse malattie soffermandosi su quelle curabili e potenzialmente guaribili e, in particolare, approfondendo il problema di quelle che volgono alla fase “terminale”?

Io credo che ogni medico debba eticamente e, per quanto possibile, serenamente trovare il modo di rafforzare la propria capacità di valutazione partendo dalla considerazione che il dialogo tra medico e paziente rappresenta un “solidale” avvicinamento e quindi un incontro culturale tra due persone ciascuna con unapropria storia familiare, sociale, professionale, etc.

Instaurandosi così una relazionetra medico e paziente, la stessa assumerà la forma di un impegno a prendersi cura o di una “alleanza terapeutica”. A questo proposito rammento quanto mi disse tempo fa un oncologo: “Il malato, quale soggetto attivo, è anche spettatore e interprete della sua malattia, di qui la necessità del dialogo interpersonale, che non è tempo perso per fare una diagnosi, perché l’infermità umana è sempre un evento della vitapersonale”.

Questa potrebbe sembrare una affermazione ovvia, ma io credo che non è mai ovvio tutto quello che riguarda la sofferenza, specie se si è coscienti l’un l’altro (medico e paziente) che l’aspettativa può essere la cronicizzazione della malattia, della sofferenza stessa, e dell’epilogo… scontato.

In questo contesto si valorizzano le cosiddette virtù del professionista: dedizione coraggiosa, senso di responsabilità individuale, capacità di comprensione e comunicazione umana, indipendenza da pressioni economiche corporative.

La cultura del medico è per certi versi avvantaggiata perché poggia le basi sulle conoscenze scientifiche, ma è talmente forte tanto da recepire che il paziente vorrebbe vedere in lui, a volte il missionario, a volte un amico intimo, un confidente e chissà quant’altroancora…

La scrittrice americana Harriet Beecher Stowe (1811-1896) sosteneva: “Non c’è bisogno soltanto di amore e di buona volontà nella stanza di un ammalato; c’è bisogno anche di conoscenze e di esperienza”.

Tutto ciò potrebbe far pensare un ritorno al paternalismo della medicina tradizionale, ossia l’idea che solo il medico sia in grado di esprimere il giudizio ultimo sul da farsi; ma in realtà, oggi (e ormai da tempo), questo atteggiamento tende sempre più a svanire per lasciare il posto a quello del medico determinato proprio perché sostenuto dal suo bagaglio culturale e scientifico, anche se in verità (a mio parere) non c’è, e non ci dovrebbe essere, medico che non riconosca i propri limiti e di essere fallibile.

Tornando al problema verità sì, verità no, dalla mia modesta esperienza di divulgatore di materie mediche e socio-sanitarie, avendo peraltro vissuto qualche giornata sul campo con l’oncologo ospedaliero, ho potuto notare, in più occasioni, che la rassegnazione e l’ottimismo sono due manifestazioni contemporaneamente presenti in luogo di sofferenza, ma a volte l’ottimismo prevale (o cerca di prevalere)sulla rassegnazione.

Vorrei concludere con una citazione del filosofo tedesco Friedrich W. Nietzsche (1884-1900), il quale nel 1881 sosteneva che “tranquillizzare l’immaginazione del malato, che almeno non abbia a soffrire, come è accaduto fino ad oggi, più dei suoi pensieri sulla malattia che della malattia stessa, penso che sia già qualcosa. E non è poco!

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