• venerdì 20 luglio 2018

La speranza nel percorso di cura

hope_1Il concetto di Speranza è da sempre stato presente nella storia dei popoli ed il suo significato ha assunto declinazioni diverse, nei tempi e nelle culture, come testimoniato dalla sterminata letteratura teologica, filosofica, religiosa e psicologica ad esso dedicata.

 

Nella mitologia greca Elpìs era la personificazione dello spirito della speranza. A questa epoca risale il mito di Pandora, a cui Esiodo, nella sua teogonia risalente al VII secolo avanti Cristo, faceva derivare tutte le afflizioni del genere umano.

La storia racconta di Pandora, la prima donna dell’umanità creata per ordine di Zeus per punire la razza umana in seguito al furto del fuoco operato da Prometeo. La fanciulla, come descritta, possedeva grande grazia e bellezza, ma era anche scaltra e menzognera. Essa infatti, cedendo alla sua curiosità, scoperchiò il vaso che le era stato proibito di aprire: ne fuoriuscirono ogni sorta di malanni, che si sparsero per il mondo ponendo fine alla vita beata dei mortali. Pandora si affrettò a chiudere il vaso e dentro rimase la Speranza, l’unico bene restato agli uomini.

Secondo una variante più tarda del mito, il vaso conteneva invece tutti i beni dell’umanità, che per colpa della curiosità di Pandora se ne tornarono agli dei e solo la speranza restò come conforto agli uomini. Tattavia, alcune interpretazioni del mito sono discordanti e vedono la speranza “un male come tutti gli altri: un affetto senza fondamento, una misera e illusoria consolazione”.

A questo mito si sono susseguiti filosofi, teologi, sociologi, politici e scienziati che hanno fatto della speranza l’elemento centrale dei loro interessi.

Il costrutto di Speranza in psicologia

Tuttavia, essa è stata soggetto di ricerca medica e psicologica solamente a partire dagli anni ’50 quando Karl Menninger, definendola come ‘aspettativa positiva di ottenimento di un obiettivo‘, l’ha introdotta a pieno titolo nei processi terapeutici di cambiamento (Menninger, 1959).  In accordo, Erikson (1959), ne sottolinea il ruolo primario nell’evoluzione biologica e nello sviluppo della personalità. Oggi, la letteratura offre diverse ragioni per cui la speranza debba essere considerata come variabile centrale nei processi di ripresa, intesa sia come fattore di avviamento che fattore di mantenimento di un circolo positivo di cambiamento (Bonney & Stikley, 2008).

Stotland (1969) propone un primo tentativo di descrivere la speranza integrando approcci psicologici, sociali e clinici definendola come ‘una aspettativa maggiore di zero di raggiungere un obiettivo nel futuro‘. Essa sarebbe quindi il risultato dell’interazione di diversi fattori: motivazione a raggiungere un obiettivo, l’importanza dell’obiettivo per il soggetto, il disagio relativo al fatto di non raggiungerlo.

Negli anni ‘70 la speranza diventa un costrutto empiricamente quantificabile (Eliott, 2005) il che è testimoniato dalle numerose pubblicazioni sulla misurazione del costrutto e sulla sua correlazione con altre variabili psico-sociali.

Gli anni ’80 vedono una proliferazione di teorie e tentativi di misurazione poiché si afferma sempre più il crescente interesse nella dimensione affettiva della vita umana come espressione di una distanza critica dall’approccio razionalistico delle scienze cognitive alla mente e ai comportamenti.

Nel 1991, un gruppo di studiosi (Snyder, Irving e Anderson) declina la Speranza come costrutto multidimensionale, definita nella Theory of Hope come: uno stato motivazionale positivo che si basa sull’interazione tra il senso di successo nel produrre i percorsi cognitivi o le strategie cognitive da utilizzare nel conseguire un determinato fine desiderato e il senso di successo nel produrre l’energia mentale nell’utilizzare tali percorsi o strategie per realizzare la finalità desiderata.

Secondo questa teoria, la speranza rispecchia le percezioni individuali rispetto alla capacità dell’individuo di formulare degli obiettivi chiari, di sviluppare strategie specifiche (Pathways Thinking) e di avere e sostenere la motivazione nell’utilizzare queste strategie (Agency Thinking).

Le componenti della Speranza

Specificamente, le tre componenti che caratterizzano la speranza sono:

Obiettivi: si considerano tali qualsiasi cosa che l’individuo desideri esperire, creare, fare o diventare. Secondo la teoria, un obiettivo può essere perseguito durante tutto l’arco di vita,  oppure essere di tipo situazionale. Gli obiettivi si distinguono anche per la loro probabilità di ottenimento. Inoltre, poiché un obiettivo possa essere considerato tale, deve essere ottenibile ed allo stesso tempo non certo, ovvero, il soggetto deve detenere una certa dose di incertezza in merito alla eventualità di realizzarlo. Al contrario, il livello di motivazione alla base dell’azione tenderà a diminuire. Tuttavia, se l’obiettivo è irraggiungibile, allora esso demoralizzerà la persona. Per concludere, gli obiettivi come considerati in questa formulazione, riguardano quegli eventi o beni ritenuti importanti dal soggetto ed intermedi nella loro probabilità di ottenimento.

Pathways thoughts (riflessione sul sentiero): perché un soggetto prenda azione, esso deve credere di essere in grado di formulare percorsi efficaci per il raggiungimento di un dato obiettivo. In particolare, in questa teoria ci si riferisce alla percezione che l’individuo ha in merito alla propria abilità di formulare strategie possibili ed efficaci. Sebbene un soggetto tipicamente si focalizzi su una strategia in particolare, se questa si rivela non percorribile, allora sarà necessario elaborare delle strategie alternative poiché la speranza sia sostenuta.

Agency thoughts: oltre ad una elaborazione mentale di strategie e percorsi possibili per raggiungere un dato obiettivo, è necessario avere quella motivazione sufficiente a prendere e mantenere un’azione coerente con gli scopi. Con il termine agency ci si riferisce quindi alla credenza che un soggetto possa intraprendere e mantenere un dato percorso, seguendo la strategia pensata, verso un dato obiettivo. Inoltre si intende la credenza che il soggetto possiede in merito alla propria capacità di incanalare la motivazione positiva per percorrere strade differenti quando si presentano barriere od ostacoli.

Sebbene questa teoria, derivane dalla Psicologia Positiva, sia tra le maggiormente accreditate in campo scientifico, è da sottolineare come negli stessi anni lo stesso costrutto sia stato definito in maniere diverse tra le quali: un fenomeno positivo, una caratteristica dell’individuo, uno stato di coscienza, un potere interiore, una energia, un forza dinamica della vita, uno stato emozionale e motivazionale, un’attitudine emotiva, una emozione positiva, una credenza, una rappresentazione mentale, una componete dell’empowerment, una misura dell’ottimismo e più frequentemente, una aspettativa (Shrank et al. , 2008).

Emerge quindi chiaramente la mancanza di un comune accordo su come descriverla, nonché la necessità di distinguere tale concetto, da altri simili presenti in letteratura. A questo proposito, un’attenzione particolare va posta sul concetto di Aspettativa positiva con la quale spesso viene confusa.
Speranza e benessere psicologico

Il raggiungimento degli obiettivi è stato associato con emozioni positive (Snyder et al., 1996), mentre ostacoli agli obiettivi sono solitamente legati ad emozioni negative (Diener, 1984); tuttavia, gli studi mostrano che non è sempre il caso. I soggetti con un alto indice di speranza reagiscono agli impedimenti in una maniera diversa da coloro con un basso indice, infatti, essi tendono a vedere le barriere come sfide da superare ed utilizzano la loro capacità di pianificazione per ideare strategie nuove e alternative di ottenimento dell’obiettivo (Snyder, 1994).

La ricerca mostra che in soggetti in salute, come in soggetti con malattie fisiche severe, la presenza di Speranza è correlata a un miglior funzionamento psicosociale, minore reattività allo stress e più strategie di coping funzionali (Vaillot, 1979), soddisfazione per la vita, benessere, migliore qualità di vita (Menninger, 1959bis).

In soggetti con diagnosi di disturbo mentale, in particolare psicosi o schizofrenia, la ricerca evidenzia come la speranza sia correlata negativamente con depressione, ansia, problemi familiari e barriere all’impiego mentre positivamente correlata con resilienza, self-efficacy, spiritualità, empowerment, supporto sociale e benessere soggettivo (Duggleby & Wright, 2005).

Queste correlazioni mettono in luce l’importante ruolo della speranza nei processi di ripresa e recovery. Mary Ellen Copland, esperta per esperienza nonché autrice del ‘Programma per la Ripresa e del Benessere WRAP’ al Centro di formazione per la Guarigione in Arizona, pone la speranza tra i 5 principi fondamentali per la guarigione insieme alla responsabilità personale, alla conoscenza, alla difesa dei propri diritti e al sostegno.  Tuttavia, ancora scarsa è la letteratura che possa fare luce con maggior chiarezza sui meccanismi di funzionamento della speranza nei processi di recovery.  Sebbene benessere e speranza siano costrutti che correlano (i.e. Kilma et al. 2006), non è ancora chiaro quale sia il rapporto causale tra i due. Come impatta la speranza nei processi di ripresa? Quali atteggiamenti e attitudini possono incrementare la speranza in persone affette da grave disturbo?

Comprendere il meccanismo di funzionamento della speranza nei processi di ripresa, identificandone il nesso causale con la comparsa di disagio ed il suo attraversamento, avrebbe notevoli implicazioni dal punto di vista epistemologico, pratico e di organizzazione dei servizi di salute mentale in quanto ciò avrebbe a che fare con un radicale cambiamento nel modo di pensare alla malattia e alla persona, la quale, specialmente se con diagnosi di schizofrenia, viene spesso considerata come soggetta ad una condizione cronica ed inguaribile.

Quest’ultimo elemento rappresenta di fatto una sfida che chiama a oltrepassare un paradigma che troppo spesso converge verso varie forme di riduzionismo: un cambiamento che superi quindi il concetto di disease management verso quello di centralità della persona, dei suoi bisogni desideri e della sua vita, oltrepassando la definizione di malato cronico.

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