• venerdì 19 ottobre 2018

L’alleanza con il proprio medico, un valore da imparare

Andavo a trovarlo tutte le volte che facevo il mio giro in reparto e ogni volta mi regalava una storia nuova. Mi parlava delle sue conoscenze con personaggi importanti del mondo della politica e dello sport, di tutte le auto che aveva cambiato nel corso della sua gioventù, tutte sportive di alta cilindrata e, con accurata dovizia di particolari, delle molte donne che aveva avuto tra le quali emergevano alcune star dello spettacolo famose negli anni ’60. La sua vita si dipingeva poco per volta ai miei occhi come una rivista di gossip. Il suo raccontare era gioioso, denso di orgoglio e di un pizzico di vanità per una gioventù spesa all’insegna della bella vita e del lusso. Unica nota stonata era quel dolore alla spalla che ora non gli permetteva più di utilizzare il braccio destro.

Quando la malattia lo colpì era dirigente di un paio di attività di ristorazione di lusso in una importante località turistica italiana. Ciò che mi raccontava pareva una selezione di cose belle, come se i problemi della vita

(e sì che ne aveva avuti… ) non l’avessero minimamente toccato. Non c’era paura sul suo volto, andava fiero del suo vissuto, l’unico suo cruccio era quel maledetto braccio che non riusciva più a muovere completamente.

Un giorno gli chiesi quali erano i suoi progetti per quando sarebbe tornato a casa. Mi guardò con sincero stupore e mi disse: “ma questo non è un reparto oncologico? Da qui non si esce più!”. Seguirono alcuni istanti di silenzio. Lo guardai, adesso lo stupore era mio. Sapevo che i medici stavano facendo degli accertamenti e non avevano ancora comunicato nulla, tuttavia la persona che mi stava di fronte si era disegnato in cuor suo del tutto arbitrariamente uno scenario che lo vedeva prossimo al trapasso. E la cosa ancor più singolare era che questa convinzione non aveva alcun peso per lui. Solo si angustiava per il temporeggiamento dei medici nel procedere con un intervento chirurgico sul braccio inabile.

Parlammo quindi di questo braccio. Poteva alzarlo solo fino a metà, diciamo a novanta gradi dalla posizione di riposo, più in su non riusciva ad andare. E quindi? “Quindi non riesco a fare le pizze” mi disse un giorno quasi sottovoce, come se non volesse farsi ascoltare da orecchie estranee. Le pizze? Ebbene sì, le pizze! Rimasi di nuovo disorientato per un attimo. Avevo di fronte un uomo convinto di essere su un letto di morte la cui unica preoccupazione era quella di non poter fare le pizze. Adesso dovevo capire.

Ecco come stavano le cose: questo signore era un famoso pizzaiolo apprezzato da vip che volentieri frequentavano il suo locale. La sua abilità culinaria era il passaporto per il bel mondo, il mondo magico e diamantato delle star dello spettacolo e dei vip della politica di cui lui sentiva di farne parte. Grazie alla pizza. Tutto il suo universo era costruito su colonne che appoggiavano su quel sublime e apprezzatissimo piatto tradizionale napoletano. Ecco dunque qual era il significato di quel braccio dolente. Non potendo esercitare la sua arte il mondo gli si stava sgretolato tutt’intorno, si stava compromettendo il suo stesso senso di esistere. Era come se fosse già un po’ morto. Ecco perché desiderava così tanto recuperare l’uso dell’arto nonostante pensasse (erroneamente) di essere in prossimità del fine vita. Voleva arrivare vivo alla morte. Una richiesta legittima che tutti noi rivolgiamo alla vita.

“Ne ha parlato col medico?” gli chiesi.

Mi guardò sospettoso. Dovetti rassicurarlo: “Noi volontari non parliamo con nessuno dei nostri colloqui, ma non pensa che il suo medico debba sapere quanto è importante la sua spalla per lei?”.

La risposta fu un “no” categorico detto con un atteggiamento non verbale che recitava pressappoco così: cosa vuole che interessino al medico i miei affari privati, lui si deve occupare della malattia, se una spalla fa male va operata, sarebbe ora che lo capissero. E ancora: io che conduco una vita di così alto livello posso forse ammettere che tutto si appoggia su un lavoro così, diciamo, umile?

Nei giorni successivi pensai a lungo a lui. Perché tenere tutta questa distanza da colui che si sta prendendo cura del suo corpo?  Pensai che se avesse raccontato ai dottori quello che raccontò a me, di sicuro ne avrebbe influenzato le scelte. Se il medico avesse conosciuto l’importanza vitale di quel braccio avrebbe fatto le sue valutazioni tentando tutto il possibile per garantirgli una qualità di vita che tenesse conto delle sue aspettative personali.

L’alleanza col proprio medico è un valore importante. Dobbiamo percorre insieme a lui, complici, sia i sentieri per il mantenimento della salute, sia quelli in cui si affrontano le malattie.

Pensai che se mi avesse dato il permesso sarei andato io a parlare coi dottori del suo braccio. Ma quando tornai a trovarlo il letto era occupato da un’altra persona. Mi presentai e lei iniziò a raccontarmi dei suoi problemi con la figlia che, a causa di un litigio, non vedeva da due anni. E da qui iniziò un’altra storia.

Sergio Forno, 6 giugno 2018