• martedì 18 dicembre 2018

L’eternità in versione digitale

Tutto a posto, se non fosse che papà è morto undici anni fa.

Tutto sommato però non c’è nulla di strano: lo facciamo tutti, o quasi. È il nostro modo esorcizzare la perdita di una persona cara, è una strategia per elaborare il lutto. E per fare i conti con la morte, un evento che come esseri pensanti e senzienti non ci spieghiamo, non accettiamo. E che tanto più sembra essere stata rimossa dall’inconscio collettivo per una generazione come la mia, quella dei cinquantenni, che alla morte – di solito – non hanno avuto molte occasioni di prendere le misure, a differenza dei nostri nonni.
Ma qualcosa sta cambiando. E, come spesso accade di questi tempi troppo veloci, sta cambiando in maniera inattesa. Lo osserva Davide Sisto, filosofo dell’Università di Torino, nel suo libro La morte si fa social, in libreria a settembre per Bollati Boringhieri, di cui anticipiamo il capitolo iniziale insieme a un’intervista che trovate in queste pagine.
Il libro prende spunto da un episodio vissuto dall’autore qualche anno fa, quando Facebook gli ha ricordato di fare gli auguri di compleanno a un amico che, in realtà, era scomparso pochi mesi prima. Un episodio tutt’altro che raro, a giudicare da quanto riferiscono in molti, e che è accaduto anche a me. Più di una volta.
D’altra parte a Facebook sono perfettamente consapevoli che il social network è da tempo il più grande cimitero del mondo, con almeno 30 milioni di profili di defunti, secondo le stime. Tanto che si può nominare un erede del proprio profilo, e se il social è informato della morte di un utente trasforma la sua pagina personale in «account commemorativo». «Gli account commemorativi – si legge sulle pagine del centro assistenza di Facebook – permettono ad amici e famiglia di raccogliere e condividere ricordi di una persona deceduta».
È così che, anziché andare a fargli visita al cimitero davanti a una lapide con una foto sbiadita o ripensare ai momenti vissuti insieme, possiamo passare sul profilo di un congiunto o di un amico e riguardare le sue foto, vedere i video delle vacanze, rileggere le sue riflessioni, le sue preoccupazioni, i suoi momenti di felicità. E, a seconda di quanti contenuti intimi, personali, ha condiviso, possiamo persino finire per farci abbagliare dall’idea che sia ancora con noi. Fino ad abbracciare l’illusione dell’immortalità.
Viene alla mente Torna da me, il primo episodio della seconda stagione di Black Mirror, serie TV cult britannica che delinea un futuro distopico e inquietante. In quell’episodio Martha, una giovane donna rimasta improvvisamente vedova, viene convinta da un’amica a usare un servizio on line che, attraverso i profili dei social media e tutte le tracce lasciate in rete, «ricostruisce» un clone virtuale del caro estinto. E poi un giorno, grazie a un upgrade del servizio, si fa recapitare a casa un clone in carne e ossa, un corpo sintetico con le sembianze del suo Ash.
Come va a finire non ve lo dico, perché vale la pena vederlo. E di sicuro oggi non abbiamo una tecnologia che consenta uno scenario simile. Ma c’è una grande differenza percettiva tra invocare innocuamente qualcuno che non c’è più e riportarlo artificialmente in vita con parole e immagini. L’illusione dell’immortalità, appunto: un lusso che nemmeno gli eroi omerici potevano permettersi.

Da L’editoriale del n.165 di Mind del 29 agosto di Marco Cattaneo
La Redazione