• mercoledì 19 dicembre 2018

Lettera ad un’amica cronicizzata

Cara amica,

nonostante la distanza che ci separa sento che stai piangendo. Ieri hai fatto la solita tac di controllo e come sempre starai attendendo l’esito come una sentenza. E quando il verdetto sarà arrivato ti aspetterai che il medico ti proponga un ulteriore ciclo di terapia o ti cambi il farmaco o ti illustri le nuove misure di quella maledetta macchia.

Eh sì che te l’avevano detto che l’obiettivo era la cronicizzazione della malattia, mica la guarigione!

Ma cosa vuol dire cronicizzazione? Vuol dire che nel giro di un paio di generazioni ci abitueremo ad essere malati a 50 anni e a vivere fino a 90 o più grazie ad un continuo monitoraggio e ad una necessaria dipendenza dai farmaci salvavita. Se le statistiche hanno ragione i nostri nipoti si daranno appuntamento con gli amici in ospedale per scambiare quattro chiacchiere. Diventerà normale. Non spaventerà più nessuno ricevere una diagnosi oggi considerata infausta se si avrà una ragionevole garanzia che la malattia diventi ‘cronica’ e che il farmaco sia in grado di regalarci un’aspettativa di buona vita sempre più lunga.

Questa però è fantascienza. Oggi la parola ‘cancro’ risuona ancora di ‘morte’ e la cosiddetta ‘cronicizzazione’ non lenisce il dolore di conviverci seppur per lungo tempo. Tu stai piangendo anche ora che il tuo decorso cronicizzante sta avendo successo, anche se ti dicono che sta andando tutto bene.

Solo fino verso la metà degli anni ottanta il tumore era “il male incurabile”, era una condanna a morte. I nostri nonni e i nostri genitori avevano paura perfino di pronunciarla quella parola. E noi, allora bambini, spiavamo gli adulti mentre si raccontavano dell’amico o del parente malato di tumore, lo facevano sottovoce, con l’espressione del volto che lasciava trapelare il dramma legato a quella parola.  Quella paura ci è stata trasmessa fin da piccoli e ce la portiamo dentro, poco importa se oggi le prospettive sono cambiate e una convivenza con la malattia può diventare ragionevolmente accettabile come succede per altre malattie croniche che spaventano di meno. L’emozione profonda che suscita la parola ‘cancro’ è ancora quella di quarant’anni fa, il nostro cervello limbico non ha ancora recepito i progressi della scienza, per lui cancro vuole dire morte. Ecco perchè piangi.

Eppure qual è la differenza tra te e una persona sana o ‘guarita’? Riesci a muoverti senza impedimenti, guidi l’automobile, lavori, sei una madre e una moglie perfetta, non hai dolore. Tutto il tuo dramma è racchiuso in un sostantivo che risuona di echi lontani del passato e che le cure non riescono a spegnere. Se poi aggiungiamo l’aggettivo ‘cronicizzato’ il significato profondo diventa: ho un cancro, vivo l’angoscia di questa parola e me la porterò dentro per sempre.

Se la malattia è cambiata, almeno nel suo decorso e nella qualità della vita che le cure ci regalano, allora dobbiamo cambiare anche le parole. Le parole rievocano simbolicamente emozioni già conosciute e queste non sempre viaggiano sugli stessi binari della ragione. Se vogliamo suscitare sentimenti nuovi dobbiamo usare parole nuove, parole che portino in sé, senza inganni, speranza ed entusiasmo per la vita.

Cara amica vorrei regalarti una parola nuova con un significato che ti convinca che, con il supporto dei medici e dei farmaci, continuerai ad occupare il tuo posto nel mondo con dignità e con la stessa determinazione che ti ha da sempre contraddistinta.  La luce del tuo sorriso e l’energia del tuo sguardo possono continuare a essere nutrimento per l’anima delle persone che ti sono vicine. Una parola nuova che sostituisca le paure antiche.

 

Sergio Forno 26 marzo 2018