Dal libro “Di là dall’io” di Arnaud Desjardins pubblicato da Ubaldini. L’autore è considerato uno dei più importanti maestri europei nell’ambito del Vedanta

 

 

Se prestiamo fede al Vedanta induista, il termine più importante di un cammino verso il risveglio è “liberazione”, che traduce le due parole sanscrite moksa e mukti. Alcuni traducono “emancipazione”; e perché no? Se lo scopo supremo proposto agli esseri umani è la liberazione, potreste chiedervi di che liberazione si tratta.

Chi deve liberarsi e da quale prigione o da quale schiavitù? E’ facile ascoltare la parola “liberazione” o sapere che in India i saggi sono chiamati jivanmukta, “liberati in vita”, ma più difficile è capire da sé di quale liberazione si tratti precisamente.

Potreste risppondere la mia liberazione, D’accordo, ma voi, chi? E da quale schiavitù? C’è un approcco psicologico a queste domande che vi porta a vedere sempre meglio tutti i vostri condizionamenti, ma Svamiji Prajnanpad (maestro spirituale dell’autore) propone una definizione della liberazione più originale che ci conduce al nucleo dell’approccio induista alla verità: “To get rid of all matter, both gross and fine, is the essence of the quest”. Sono parole eloquenti: “Sbarazzarsi di tutta la materia, tanto sottile quanto grossolana, è l’essenza della ricerca”. O se preferite: essere liberi significa liberarsi di tutta la materia, grossolana o sottile.

Che cos’è la materia sottile, qual è la differenza fra materia sottile e materia grossolana? La mia schiavitù consiste nell’essere prigioniero della materia grossolana o sottile? E come posso liberamene? Se vogliamo rendere ancora più precisa questa definizione, possiamo dire, anche se forse non vi sarà molto più chiaro: essere liberi da qualunque identificazione con la materia grossolana o sotttile.

Non dimentichiamo che per la tradizione induista e buddhista e per la ricerrca scientifica contemporanea, la materia non è qualcosa di fisso, ma è in continuo movimento e trasformazione. Questa è la prima verità da tenere a mente per comprendere correttamente quello che dirò: considerare la materia non come qualcosa di fisso, di statico, ma come un processo, un flusso, una corrente. Forse invece di materia potremmo dire “materialità”.

Tutti sapete cos’è la materia grossolana: ciò che potete toccare e manipolare, che potete vedere e che definite realtà concreta. La materia sottile è, per noi esseri umani, quella emotiva e mentale. Gli indiani usano il termine sharira, “corpo”, e distinguono tre corpi contenuti l’uno dentro l’altro: il corpo grossolano, il corpo sottile e il corpo causale.

Nello stato di veglia, la coscienza è situata nel corpo grossolano; nello stato di sogno, nel corpo sottile e nello stato di sonno profondo (quello senza sogni), nel corpo causale.

La coscienza del corpo causale nello stato di sonno profondo è imperfetta; tuttavia esiste, dato che possiamo dire: “Questa notte ho dormito benissimo”; sappiamo di aver dorito bene.

Questi corpi sono fatti di materia grossolana o di materia sottile. A volte anche Svamiji parlava di corpo fisico, emotivo e mentale: physical body, emotional body e mental body. Che si trattasse del sanscrito sharira o dell’inglese body, queste parole per indicare il corpo e la materia erano usate deliberatamente da Svamiji, che aveva una formazione scientifica e insegnava fisica e chimica.

Quindi liberazione dal corpo fisico, dal corpo sottile e dal corpo cusale; o, se preferite un’altra terminologia, dal corpo fisico, emotivo e mentale. Questi corpi sono chiamati così perché sono composti di materia, ma il concetto di materia, familiare agli indiani, è meno noto agli europei che scoprono il vedanta o lo yoga.

Questa materia grossolana o sottile, che nell’esperienza ordinaria si percepisce suddivisa e discontinua, è di fatto una totalità in cui tutti gli elementi interagiscono reciprocamente. In termini fisici, siete troppo identificati con il corpo per capire che questo corpo fisico è meno indipendente di quanto pensiate ed è in realtà una cellula dell’universo globale.

Come ogni cellula del corpo umano, un microcosmo a immagine del macrocosmo, è collegata a tutte le altre (è infatti l’interdipendenza tra le cellule dell’occhio, del fegato e del cuore che crea la totalità dell’essere umano) così, sul piano fisico, noi siamo una cellula della totalità dell’universo.

Il nostro corpo fisico è il prodotto di varia materia dell’universo assorbita da nostra madre e in seguito da noi; abbiamo un continuo interscambio con l’universo attraverrso il cibo, l’escrezione, l’inspirazione, l’espirazione e altre interazioni più sottili, scambi energetici che si sono iniziati a studiare con i metodi della ricerca scientifica contemporanea.

Parlando quindi di livello fisico o di corpo fisico, dobbiamo ricordare che l’uomo è una cellula dell’universo. Ma ogni uomo, ognuna di queste cellule, riassume la totalità, l’intero universo. C’è infatti un corpo fisico uiversale, che i Greci chiamavano physis, la “natura”, e che è oggetto di studio della fisica e della chimica.

Tutto ciò che vedete, nuvole, pini, montagne, è questo corpo fisico universale di cui il nostro corpo è una parte; è composto dagli stessi elementi, dalle stesse sostanze. Nel corpo umano si ritrova tutto questo, anche in minima quantità o come semplice traccia.

Allo stesso modo, un gradino oltre, il corpo sottile dell’essere umano fa intimamente parte del corpo sottile universale. Ancora più all’interno, il corpo causale è una cellula del corpo causale universale e corrisponde alla realtà suprema nel suo aspetto creatore.

Per gli Indiani, l’assoluto è sia in forma statica, immanifesta e al di là di qualunqe cosa, e in questo caso prende il nome di nirguna brahman (brahman privo di attributi), sia in forma dinamica (saguna brahman, o brahman con caratteristiche), che ci appare come Dio creatore, Ishvara, e che si manifesta nelle tre forme di Braham, Visnu e Shiva.

Quando vi è creazione o manifestazione, vi è materia: materia sottile, più o meno sottile e grossolana. La distinzione tra materia e energia non ha nessun senso dal punto di vista tradizionale indiano; allo stesso modo la distinzione tra materiale e spirituale è molto vaga ed evanescente.

Troppo spesso si confonde la spiritualità con la materia sottile; le nobili emozioni e i pensieri elevati sono facilmente considerati spirituali, mentre si tratta di produzioni materiali, benché di materia più sottile.

Per indicare i fenomeni più importanti di questa materia sottile potremmo usare il termine “psichico”. Non c’è nessuna separazione irriducibile tra materia grossolana e materia sottile; questa affermazione è verificabile attraverso l’esperienza interiore ed è fondamentale per la comprensione dell’approccio vedantico o yogico, e per tutto il cammino verso la liberazione.

Ciò che è propriamente spirituale, e quindi al di là di qualunque materia, rientra in un ordine diverso da qualsivoglia fenomeno e in genere non ne facciamo esperienza. Non confondete la materia sottile con la spiritualità. La liberazione è liberazione dall’identificazione con tutta la materia, grossolana o sottile, vale a dire dall’identificazione con tutti i nostri corpi o, applicando un’altra terminologia, con tutti i vari kosha (involucri).

La ricerrca del Sé, chiamata in sanscrito atma vicara e in inglese, con una parola molto diffusa in India, Selfinquiry (lettreralmente indagine sul Sé), è la scoperta di questa realtà completamente immateriale, ma che si rivela a noi in forma materiale. Questa realtà spirituale si manifesta e si esprime attraverso la materia sottile o grossolana, e sarà quindi questa materia il punto d’appoggio per scoprire ciò che la trascende.

Insisto sull’importanza della radice sanscrita ma, che si ritrova in manas (mente) e nel termine maya (illusione). Questa stessa radice è presente in tutte le lingue indoeuropee: nel latino, nel greco, nel francese, nell’inglese e così via, e la trovate nella parola ‘mare’; in tutte le parole collegate a ‘madre’ (come ‘matrice’, ‘materno’, ‘maternità’); nelle parole ‘materia’ e ‘materiale’; nel francese madrier, ‘trave’ e nello spagnolo madera, ‘legno’.

Nella simbologia, il legno è infatti usato molto spesso per rappresentare tutta la materia; per questo l’albero ha un ruolo così importante nella maggior parte delle tradizioni e, nella simbologia cristiana, il legno della crce rappresenta la possibilità di superare la materia usandola come punto d’appoggio.

La stessa radice si trova anche nella parola ’metro’. Misura, madre, mare, materia, materiale … hanno tutti un’origine comune, e se riflettete sul significato di questa parentela vi scoprirete un grandissimo insegnamento.