Scrive Nietzsche: “Vi scongiuro, fratelli, rimanete fedeli alla terra”. Risponde Umberto Galimberti, Donna, giugno 2010

La parola serve come valvola di sfogo a questa enorme pressione della vita; e anche se non è indirizzata esplicitamente a un interlocutore, aiuta a comprendere la natura e il luogo da cui il dolore arriva. O almeno ci prova. Spesso è un modo per tenersi compagnia, per non sentire troppo silenzio.

C’è una scena del film La meglio gioventù che mi torna in mente, affascinante, terribile, ossessiva: quella in cui Matteo, solo, nella notte di Capodanno, dopo essersi privato, con rabbia e offendendola, dell’amore della giovane donna innamorata di lui, con una normalità e in un silenzio irreale, scavalca la balaustra del terrazzino di casa e si schianta sulla strada sottostante.

Molte volte ho pensato di fare una cosa simile, e ancora mi accade. La differenza sta, forse, nell’altezza del mio appartamento rispetto alla strada, nella balaustra che non ho (c’è invece una ringhiera bianca e blu), come non ho la strada sulla verticale, ma un giardino con delle piante nane.

Dicono che pensare al suicidio sia espressione d’una malattia mentale: ma io non credo, non lo credo più. Penso che possa essere un estremo tentativo di non soffrire più, lo strumento per opporsi all’insopportabile pressione della vita, quando i due piatti della bilancia sono troppo squilibrati e senza più possibilità di essere riportati più o meno alla stessa altezza. Su di uno c’è il dolore di vivere, sull’altro il piacere e la prospettiva di trovare qualcosa di nuovo e di coinvolgente nella vita. Quando il primo diventa pesantissimo e il secondo leggero come l’aria è giunto il momento di andare. Perché il carburante è finito. Il fallimento è chiaro. Il tempo è stato sprecato. Il gioco non c’è stato.

L’antidepressivo sono gocce che mi danno un alibi. Poiché le prendo, dovrei stare meglio, quanto meno dovrei mantenere uno stato di apparente normalità. Sono decenni che mantengo uno stato di apparente normalità. La paura è quella che mi impedisce di usare le ultime carte da giocare (per esempio cercare aiuto in un percorso spirituale o ributtarmi nell’amore), come se, impaurito dalla quasi certa inadeguatezza di quelle due strade a ridarmi la vita, cercassi di lasciarmele per ultime, quando tutto sta per finire, pur di non usarle, pur di non sperimentare, col loro ultimo fallimento, che “non c’è niente da fare”.

cadmo <cadmo_1955@yahoo.it

 

La sua lettera, riportata qui, per ragioni di spazio, nei suoi passaggi essenziali, parla di un deserto che si espande da quel presente muto in cui non si partecipa ad alcun evento, al passato che ha desertificato amori che non si sono radicati, creatività estinte al loro sorgere, ricordi che non hanno nulla a cui raccordarsi. In quella solitudine radicale in cui si assapora l’insignificanza dell’esistere.

Eppure, prima di gettarsi dalla ringhiera bianca e blu, forse vale la pena di trovare il coraggio di vivere fino in fondo anche l’insignificanza dell’esistenza, che è poi la verità che tutti gli uomini si affannano a non voler vedere, preferendo indossare quelle maschere in cui sono dipinte ovvietà, incrostazioni di felicità o recitate euforie.

Fu per evitare questo sguardo tragico sulla condizione umana, che dal nulla nasce e nel nulla si conclude, che il Cristianesimo ha formulato la sua promessa di vita eterna. Ma ora che la fede in questa promessa si è affievolita, l’insignificanza dell’esistenza afferra con più ferocia l’anima dell’uomo contemporaneo, che più non possiede, come invece l’anima greca, quelle disposizioni psichiche che si nutrivano dei concetti di “limite” e di “misura”, grazie ai quali era possibile espandere la vita quando questa si concedeva, e di reggere il dolore quando questo si presentava.

Il tutto secondo il ritmo implacabile di una natura, che, nella sua indifferenza per la condizione umana, per tutti i viventi prevede un ciclo che non ha altra finalità se non il semplice accadere di una vita. Forse l’uomo contemporaneo, che al pari di lei più non crede alle parole che alla speranza alludono, alle parole di tutti più o meno sincere, alle parole che non si rassegnano, alle parole che promettono, alle parole che vogliono lenire la condizione tragica dell’esistenza umana, può incominciare a riconciliarsi coi ritmi della natura, che più non conosciamo per averla noi ridotta a semplice materia prima, e resa così muta nella sua offerta: che, pur non essendo un’offerta di “senso”, è comunque un’offerta di “vita”.

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