La scoperta dalla più grande ricerca mai condotta sulla malattia: 80mila persone seguite per vent’anni in tutto il mondo. I risultati lasciano ben sperare sulla strada per cercare farmaci più mirati ed efficaci contro la fragilità ossea. Elvira Naselli, Repubblica.it

 

 

Si sa molto di quanto possano essere devastanti – e costose per il servizio sanitario – le conseguenze dell’osteoporosi, considerato che la metà degli ottantenni che si frattura l’anca muore entro un anno dall’evento e che la qualità della vita di chi si frattura una o più vertebre precipita. Si sa meno, invece, sulle cause della malattia, che è geneticamente determinata anche se la gran parte dei geni coinvolti è ancora sconosciuta.

I risultati di un immenso studio appena pubblicato su Nature Genetics fanno però ben sperare. È stato infatti scoperto che varianti di 56 regioni del genoma influenzano la densità ossea (BMD, Bone mineral density) di un individuo e 14 di queste varianti sono legate all’aumento di rischio di frattura. È la prima volta che un così gran numero di varianti genetiche è stato associato con il rischio di fratture.

Il lavoro – coordinato dall’Erasmus University Medical Center di Rotterdam – ha esaminato più di 80.000 persone in venti anni (comprese in più di 50 studi condotti in Europa, Nord America, Australia e Asia orientale) sottoponendole a DXA (o Dexa, sinonimo di energia E Dual-ray absorptiometry, ovvero una radiografia con diversi livelli di energia) per calcolare la concentrazione di minerali nelle ossa ed esaminando poi la relazione con la frattura in circa trentamila casi su centomila casi di controllo, in quello che è finora il più grande studio genetico sull’osteoporosi.

“Anche se il BMD ha una relazione imperfetta con il rischio di frattura, considerato che anche il 50 per cento di individui senza osteoporosi diagnosticati con DXA ha comunque delle fratture, il nostro studio genetico ha permesso un balzo senza precedenti – spiega Fernando Rivadeneira, professore all’Erasmus e uno degli autori dello studio – poiché ci ha messo nelle condizioni di localizzare molti fattori candidati per applicazioni terapeutiche”. Dunque, c’è la concreta possibilità di “costruire” farmaci più mirati ed efficaci.

Nel gruppo internazionale di Erasmus c’erano anche pazienti italiani, duemila quelli coinvolti dallo studio Flos, coordinato per l’Italia da Maria Luisa Brandi, direttore del dipartimento di Malattie del Metabolismo Minerale e Osseo dell’ospedale universitario Careggi di Firenze.

“Lo studio dei nuovi geni identificati potrebbe rappresentare la base per lavori sulla fisiopatologia del tessuto osseo – premette Brandi, che dal ’92 studia l’implicazione genetica sull’osteoporosi – e per la scoperta di nuovi farmaci per la fragilità ossea. Le fratture da fragilità diventerebbero il primo disordine multigenetico per il quale potrebbe essere possibile stabilire a priori il rischio nel singolo soggetto, cosa oggi impossibile per altre patologie.

La genetica è una cosa seria, e i genetisti lo sanno bene. E così mentre è facile diagnosticare le malattie rare con un test genetico, perché sono monogenetiche, cioè è un solo gene responsabile della malattia, per altre malattie, meno gravi ma multigenetiche, con più geni coinvolti, è difficile arrivare alla diagnosi con un test semplice. Oggi invece siamo sollecitati a sottoporci a continui test genetici senza significato”.

Questo studio porterà anche a una migliore comprensione della salute dello scheletro e della suscettibilità alle fratture. “In aggiunta alle proteine e ai modelli già conosciuti – spiega Karol Estrada, ricercatrice e prima firma dello studio – ci siamo confrontati con una biologia del tutto nuova. Sappiamo poco, per esempio, sulla regione che riguarda il cromosoma 18 dove abbiamo scoperto il fattore genetico più forte associato al rischio di frattura. Solo da meno di un mese è stato riconosciuto come un gene, oggi noto come FAM210A, la proteina codificata da questo gene”.

Utilizzando questo tipo di approccio “continueremo ad identificare centinaia di varianti comuni che sottendono il rischio di osteoporosi e fratture – ragiona André Uitterlinden, professore di Genetica Complessa all’Erasmus – ma ci occorrono nuovi approcci e nuove tecnologie per capire di più. All’Erasmus stiamo lavorando ad un progetto di  sequenziamento dell’intero genoma di tremila individui che ci aiuterà a capire i puntelli genetici di una malattia complessa come l’osteoporosi”.

Hai bisogno di aiuto? AVVIA