“Mischiare la malattia con la vita. E non privarsi mai dell’aiuto delle persone che amiamo”. Parla il regista che con il suo ultimo film, “Allacciate le cinture”, affronta in modo realistico il tema del tumore al seno e sconfigge ogni tabù. Tiziana Moriconi, Donna

 

 

Cosa accade se un evento improvviso – come una malattia, come il cancro – cambia l’aspetto di chi ami molto anche fisicamente? Parte da questa domanda (e da molte altre) il regista Ferzan Özpetek.

Parte dal vissuto di una sua amica che ha dovuto affrontare il cancro al seno. Ed è per lei, e per sconfiggere quello che è ancora un tabù, che ha voluto rappresentare nel suo film, Allacciate le cinture, la vita di chi ha un tumore.

Impegnato da oltre dieci anni con l’Associazione italiana per la ricerca sul cancro (Airc), Özpetek afferma con forza quanto sia importante parlare di tumore. Perché, in qualche modo, anche questo può aiutare a sconfiggerlo.

“Più del cancro – dice il regista – mi spaventa la solitudine: il dover affrontare il male da soli. Per questo credo che sia davvero fondamentale per le persone condividere il momento della malattia con chi si ama. Con tutti. Bisogna mischiare la malattia con la vita”.

“Ferzan voleva che ogni dettaglio fosse il più possibile realistico, per rispetto delle persone che vivono questa situazione”, ci racconta Giovanna Gatti, senologa, comunicatrice scientifica presso l’Istituto Europeo di Oncologia di Milano (Ieo) e scrittrice con lo pseudonimo di Maria Giovanna Luini (il suo ultimo libro è “Il male dentro”, Cairo Editore).

“Ho conosciuto il regista proprio grazie ad Allacciate le cinture. Ferzan si era rivolto all’Airc per avere il contatto di un medico che lo aiutasse nella scrittura della sceneggiatura, che gli potesse spiegare il percorso, oncologico ed emotivo, che affronta una donna con un tumore al seno.

Con lui e con Gianni Romoli ho passato tante ore a Roma: a parlare, a chiarire dubbi, a farne nascere di nuovi. Ferzan ha cercato di comprendere cosa accade alla vita e alla mente di una donna dopo la diagnosi, alle relazioni personali e familiari, pur con tutti gli imprevisti e le differenze individuali.

È così che sono nati molti dei personaggi del film. Özpetek è riuscito a cogliere la commozione e l’ironia: il film ti restituisce quell’atmosfera mista di dolore, paura, amore, speranza, che è reale. Vi ritrovo – ed è una cosa rara – la voglia di amare nonostante tutto, di ridere per una battuta anche nel momento del dramma.

Lui mostra una cosa fondamentale: che l’amore, anche quando è problematico, riesce davvero a salvarti; ti distoglie la mente dalla malattia e non ti fa sentire sconfitto. È stato un onore per me collaborare a questo film, e ci ho guadagnato la scoperta e la conoscenza di una persona bellissima, al di là di ogni retorica”.

Il film, insomma, parla della vita, non della malattia. “La qualità della vita e l’aspetto assistenziale  ormai è diventato una priorità anche per chi fa il medico”, commenta Alberto Luini, Direttore della Divisione di Senologia dello Ieo.

“Resta ancora molto da fare per semplificare il percorso di cura delle oltre 35 mila donne che in Italia si ammalano ogni anno di cancro al seno: puntare su una migliore organizzazione e specializzazione dei centri, per diagnosi tempestive e trattamenti sempre più personalizzati. Dobbiamo fare rete e non sottovalutare mai l’importanza della fiducia, cioè del rapporto umano, tra il medico e la paziente”

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