Franco Mandelli fa il punto sulla sua esperienza e affronta i temi più diversi: dalla lotta contro il fumo al volontariato, dalle terapie antidolorifiche, indispensabili per alleviare le pene di chi soffre, alla necessità di ragionare e decidere dalla parte del paziente. Da Repubblica.it, Silvana Mazzocchi

 

Un medico attento, sempre disponibile, che conosce e ascolta i suoi pazienti e che considera il malato un protagonista con diritti e desideri da rispettare ed esaudire. Una figura autorevole, ma anche protettiva e temeraria che sembra ormai obsoleta e che ricorda Andrew Manson, l’idealista dottore scozzese protagonista del celebre romanzo di Archibald Cronin, La Cittadella, del lontano 1937. Da allora, di tempo ne è passato parecchio e, nel nuovo millennio, la medicina ha fatto passi da gigante. Eppure, ancora oggi  è  quello il medico agognato, quello che tutti vorrebbero incontrare. Un professionista somigliante al medico condotto di una volta che, se anche non sapeva tutto, si occupava di tutto, con coraggio e senza risparmiarsi; ma anche sapiente e al passo con il progresso e la ricerca.

“Questo è il vero dottore, uomo di scienza, ma soprattutto di conoscenza”.  Franco  Mandelli, classe 1931, medico da oltre mezzo secolo, ha insegnato all’Università Sapienza di Roma per trent’anni e attualmente oltre a essere Presidente dell’AIL, l’Associazione italiana contro le leucemie, linfomi e mieloma, è alla guida di GIMEMA, il Gruppo italiano Malattie ematologiche dell’adulto. Centinaia le sue pubblicazioni scientifiche e brillante la sua carriera, ma al Prof Mandelli, come tutti lo chiamano, sta a cuore fare il punto su cosa davvero significhi “essere un  buon medico”,  e trasmettere una sorta di passaggio del testimone, basato sulla pratica acquisita. Un Prof che crede nei farmaci ma che, soprattutto, applica il volto umano della medicina.

  Già autore di successo di  Ho sognato un mondo senza cancro, (2010), con il suo nuovo libro appena uscito per Sperling &Kupfer, Curare e prendersi cura,  Franco Mandelli fa il punto sulla sua esperienza e affronta i temi più diversi: dalla lotta contro il fumo al volontariato, dalle terapie antidolorifiche, indispensabili per alleviare le pene di chi soffre, alla necessità di ragionare e decidere dalla parte del paziente. E non solo: il professor Mandelli dice la sua sui tagli alla Sanità, possibili e a volte perfino positivi (l’assistenza domiciliare, quando è possibile,  è un esempio combinato di risparmio pubblico e di maggiore utilità per il paziente e per i suoi famigliari) e dispensa consigli a chi oggi vuole diventare medico.

Prof Mandelli, dopo una vita al servizio dei pazienti, cosa significa per lei, “curare”?

Ho dedicato il mio libro ai miei malati ed ai volontari dell’AIL. Sono convinto da sempre, fin da quando ero studente, che il medico deve mettersi a disposizione dei pazienti. Non sono solo i farmaci che curano, ritengo che per il malato sia naturalmente fondamentale sentire vicini i medici, gli infermieri, e tutto il personale sanitario. Dedicare una parte del proprio tempo ad ascoltare realmente i problemi del malato, a rispondere alle domande che egli pone sulla forma morbosa da cui è affetto (o potrebbe essere affetto), può rappresentare un elemento positivo per lui e per i suoi parenti. È importante parlare del rapporto malato-medico e non di quello opposto, medico-malato, perché il malato “non è pagato” mentre il medico svolge la sua attività professionale che deve essere naturalmente sempre al top.

Lei è un grande sostenitore della validità delle cure a domicilio e su come affrontare il dolore. Può riassumere quali strade seguire?

Ogni malato, bambino, adulto, o anziano, quando è ricoverato in ospedale chiede sempre “Dottore, quando mi manda a casa?” A casa il malato può avere vicino i suoi parenti, i suoi amici, mantenere le sue abitudini come ad esempio mangiare cibi non paragonabili a quelli ospedalieri e alle ore cui è sempre stato solito consumare i pasti, avere a disposizione il proprio bagno e le proprie cose, con una qualità di vita di gran lunga migliore. I costi delle cure a domicilio sono nettamente inferiori a quelli delle cure in ospedale, anche del 50%, ottenendo così un grande risparmio per il servizio sanitario.
Il malato ovviamente non deve soffrire né a casa né in ospedale. Il dolore deve essere combattuto ad oltranza con tutti i mezzi a disposizione, utilizzando anche gli oppiacei se necessario. Nelle fasi avanzate della malattia non devono essere somministrati farmaci, non hanno più alcuno scopo se non quello di prolungare le sofferenze e il dolore. L’eutanasia, cui sono contrario, spesso è richiesta proprio perché non si riesce a ridurre il dolore.

Che cosa si sente di consigliare a chi voglia intraprendere la professione di medico?

Per intraprendere la professione di medico bisogna sapere bene che cosa in realtà ci si prefigge. Non certo i facili guadagni che, tra l’altro oggi non ci sono più, e nemmeno una vita agevole. Il medico deve essere sempre disponibile e ciò non è semplice. Il giovane che vuole iscriversi alla facoltà di medicina deve conoscere le difficoltà di un percorso di studi come questo. I primi esami non sono certo attinenti agli studi che si spera di iniziare (ad esempio chimica e fisica); soltanto dal 4° anno si inizierà con lo studio delle materie più specifiche. A quel punto consiglio allo studente di frequentare un reparto clinico dove vedrà i primi malati e capirà se quello che ha scelto è il lavoro giusto per lui. Dopo la laurea potrà decidere se dedicarsi alla medicina o alla chirurgia o a specializzazioni particolar; io ho capito che amavo l’ematologia dopo la specializzazione in medicina interna. Ai laureati dico di non demoralizzarsi se non trovano subito lavoro, di andare all’estero, dove probabilmente potranno trovare adeguate opportunità. Io ho sempre molto amato la nostra Italia e ho scelto quindi di tornare dopo un esperienza internazionale, cercando di realizzare quanto avevo visto all’estero, e lo stesso percorso consiglio ai nostri meravigliosi giovani medici.

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