Hai provato di tutto, dalla Melatonina al Minias? Ora è in arrivo l’ultima promessa della medicina agli insonni: mini impulsi elettrici che intervengono sul ritmo sonno-veglia. Funzionerà? Elisa Manacorda, L’Espresso.it

Tutte le sere Alessio prepara la sua valigetta: pigiama, spazzolino, un cambio per l’indomani. Magari un libro da sfogliare prima di addormentarsi. Non un thriller appassionante, possibilmente un lungo e ponderoso saggio: perché il suo obiettivo è proprio quello di addormentarsi il prima possibile.

Il ragazzo infatti, studente di psicologia alla Sapienza di Roma, non passa tutte le notti nel suo letto, ma a cadenza settimanale va a dormire in una stanzetta del Laboratorio di Psicofisiologia del sonno della sua Università.

Perché è uno dei volontari – studenti e studentesse – che stanno partecipando a una sperimentazione condotta dal gruppo di ricerca diretto da Luigi De Gennaro, direttore del Laboratorio, insieme all’Associazione Fatebenefratelli per la Ricerca dell’Ospedale Fatebenefratelli Isola Tiberina della capitale.

L’obiettivo dei test notturni è capire se, applicando degli elettrodi su alcune zone specifiche del cranio e veicolando una leggerissima (e del tutto innocua) corrente elettrica, ad azione inibitoria o eccitatoria sui circuiti cerebrali sottostanti, è possibile modulare il tempo dell’addormentamento dell’individuo.

Nella rete dei segnali elettrici.
“Il cervello”, spiega Paolo Maria Rossini, direttore della Clinica Neurologica dell’Università Cattolica di Roma e coautore dell’indagine, “è un’intricata rete di connessioni in cui viaggiano miliardi di segnali di tipo chimico ed elettrico.

Sino ad oggi, per intervenire nei meccanismi che regolano l’alternanza sonno-veglia ci siamo concentrati soprattutto sulla prima componente (quella chimica), sviluppando farmaci che intendono riportare, almeno in parte, l’ordine biochimico là dove era stato alterato.

Ora vogliamo tentare di modulare con strumenti più raffinati la seconda componente, approfondendo una ipotesi già sollevata a suo tempo, con mezzi decisamente più rudimentali, da Volta e Galvani: quella dell’elettronarcosi”.

Ai volontari, individui sani di età compresa tra i 22 e i 28 anni, si chiede dunque di passare la notte su un lettino del Laboratorio e di comportarsi come farebbero nel letto di casa. A tutti vengono posti degli elettrodi su alcune zone del cranio, diverse ogni volta a seconda del protocollo sperimentale, perché l’obiettivo dello studio è anche quello di individuare le aree maggiormente suscettibili di indurre un aumento della sonnolenza.

Trattandosi di correnti elettriche a bassissima intensità, dunque non percepibili dal soggetto stimolato, i volontari non sanno se dagli elettrodi partirà una corrente verso il loro cervello, e se questa sarà inibitoria o eccitatoria, cioè se predisporrà i centri del sonno all’addormentamento o alla veglia.

“Ovviamente si tratta di correnti a bassissimo dosaggio, nell’ordine dei microampère”, sottolinea Rossini. Diversi milioni di volte inferiori a quella impiegata, per esempio, nell’elettrochoc. Per monitorare il profilo del sonno, poi, nel corso della notte ciascun volontario viene sottoposto a un elettroencefalogramma, in grado di misurare parametri come la presenza effettiva di sonno, o il tempo di latenza tra la chiusura degli occhi e l’addormentamento.

Lo stesso elettroencefalogramma permette anche di osservare durante il sonno quali aree della corteccia cerebrale sono state maggiormente influenzate dalla stimolazione elettrica precedente l’addormentamento.

“La sperimentazione è partita e i primi dati statisticamente validi non si avranno prima del prossimo dicembre”, spiegano ancora Rossini e De Gennaro, che al momento sanno indicare tempi e modi di un’applicazione terapeutica della ricerca, anche se gli insonni cronici (tra il 10 e il 20 per cento degli italiani) vedrebbero ovviamente molto bene l’arrivo di un interruttore in grado di addormentare il cervello con un clic.

Ciò che molto interessa, poi, è che l’elettronarcosi potrebbe aiutare a comprendere meglio un fenomeno, il sonno, di cui sappiamo ancora troppo poco.

E di cui riusciamo a comprendere la vera funzione soltanto osservando gli effetti della sua privazione: un progressivo aumento della sonnolenza stessa, un rischio più elevato di obesità, di malattie cardiocircolatorie, di diabete, di tumore del colon e persino di morte, visto che in topi di laboratorio la deprivazione totale di sonno può provocare il decesso in 2-4 settimane.

Il ruolo della genetica
La verità è che il sonno è un fenomeno enormemente complesso, che ha origine, si sviluppa ed è regolato nel cervello, ma che coinvolge tutto l’essere vivente e le sue funzioni vitali: la temperatura corporea, la fame, l’attività del cuore, dei polmoni, dell’intestino e delle ghiandole endocrine.

E che, come dimostrano studi recenti, ha una forte base genetica. In altre parole, ogni individuo dorme in un modo unico, alternando le diverse fasi del sonno (Rem e non Rem, diviso a sua volta in sonno leggero e profondo a onde lente) secondo un modello stabile nel tempo, e che appare geneticamente determinato.

“Ciascuno di noi ha un modo caratteristico di dormire, che lo contraddistingue da tutti gli altri”, spiega Rossini. Una sorta di impronta digitale che è stata riconosciuta da uno studio condotto proprio dal gruppo del neurologo italiano e pubblicato sugli “Annals of Neurology”.

Osservando l’elettroencefalogramma notturno di 40 coppie di gemelli, omozigoti (dunque con patrimonio genetico sostanzialmente identico) ed eterozigoti, i ricercatori hanno individuato delle somiglianze assai più importanti tra i gemelli identici.

“Anche se hanno avuto vite diverse, in paesi lontani, con abitudini di vita non sovrapponibili, i gemelli omozigoti dormono in modo estremamente simile, quasi identico”, spiega Rossini, cioè con la stessa alternanza e durata delle diverse fasi del sonno, indipendentemente dal numero complessivo di ore dormite.

Che il patrimonio genetico abbia molto a che vedere con il modo in cui si dorme lo dimostra anche un recente studio condotto alla University of Pennsylvania School of Medicine, che spiega come la privazione del sonno abbia effetti molto diversi a seconda delle caratteristiche genetiche di una persona.

I ricercatori hanno studiato una variante genica la cui presenza aumenta le probabilità di sviluppare la narcolessia, un disturbo del sonno caratterizzato da improvvisi addormentamenti durante il giorno.

I volontari venivano progressivamente privati del sonno nel corso di una settimana, e successivamente sottoposti a test sulla memoria, sull’attenzione e sulla capacità di resistenza al sonno durante le ore di veglia.

Ebbene, gli individui portatori della variante, pur essendo sani, mostravano una maggiore stanchezza durante il giorno, e un sonno più frammentato con il passare dei giorni, con una media di quattro risvegli per notte invece dei due tipici degli individui senza variante.

La genetica può spiegare anche il fenomeno per cui alcuni individui hanno bisogno di otto ore di sonno, e altri sostengono di poterne dormire appena quattro per notte pur restando freschi e svegli.

Un gruppo di studiosi dell’Università di California a San Francisco si è concentrato sulle mutazioni del gene DEC2, presente in due donne (madre e figlia) di una famiglia di buoni dormitori (circa otto ore per notte).

Le due donne presentavano un ritmo sonno-veglia decisamente diverso dal resto della famiglia, poiché potevano dormire sei ore e un quarto ogni notte senza riportare alcun problema il giorno successivo.

I ricercatori hanno allora creato topi geneticamente modificati portatori della mutazione. Osservandone il comportamento, hanno visto che effettivamente gli animali modificati dormivano in media due ore e mezzo in meno dei topi normali, pur restando attivi e riposati nel periodo di veglia.

Ma attenzione a farsi troppe illusioni: uno studio condotto sul moscerino della frutta, relativo alla mutazione del gene Shaker, in grado di ridurre di un terzo la durata del sonno degli insetti, mostra che il prezzo pagato per ottenere un sonno più breve senza apparenti alterazioni delle altre funzioni vitali è una riduzione dell’aspettativa di vita di circa il 10-15 per cento.

In cerca di nuove terapie
Dobbiamo insomma rassegnarci a un destino di insonnia, se così è scritto sui cromosomi? “Ovviamente no: è vero che per alcuni disturbi del sonno la base genetica è stata ormai dimostrata”, spiega Rossini, “ma l’azione dei geni non è ancora del tutto chiara: anche perché le cause dell’insonnia sono non soltanto mediche, ma anche psicologiche e psichiatriche”.

Certo, resta il fatto che molte delle patologie usualmente correlate all’insorgenza dell’insonnia hanno anch’esse una determinante genetica. Nel 30 per cento dei casi di sindrome delle gambe senza riposo, cioè il movimento periodico delle gambe durante il sonno, ad esempio, è presente una forma di ereditarietà.

Nell’insonnia fatale familiare, caratterizzata da una riduzione del sonno totale e dalla perdita del ritmo circadiano, e in grado di condurre rapidamente alla morte, è ormai evidente l’associazione con l’alterazione di un singolo gene, il Prnp. E anche la sindrome delle apnee ostruttive del sonno sembra almeno in parte controllata dai geni.

“Non ci sono dubbi sul fatto che in futuro molti altri geni coinvolti nella regolazione del sonno saranno scoperti”, conclude Rossini. Ma a causa della complessità di questo fenomeno e dei meccanismi che lo regolano, è improbabile che si troverà mai “il gene del sonno”.

Di certo lo studio dei geni legati al sonno, così come quello dei segnali elettrici e biochimici che lo caraterizzano, aiuterà nella comprensione della plasticità cerebrale, dell’apprendimento e delle malattie del sonno. E aiuterà a individuare nuove terapie che tentino di agire non solo sui sintomi, come accade oggi, ma alla radice del problema, producendo un’autentica guarigione.

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