Un libro a 50 anni dalla scomparsa. Sergio Romano, Corriere della Sera.it, maggio 2011


Durante i festeggiamenti per il 150° anniversario non abbiamo sufficientemente ricordato che il giornalismo italiano è figlio dell’Unità.

Non vi sarebbero giornali nazionali se lo Stato unitario non avesse creato un mercato unico dalle Alpi alla Sicilia, insegnato ai suoi cittadini una lingua che nel 1861 era parlata dal 2,5 per cento della popolazione della penisola, allevato nuovi ceti sociali bisognosi d’informazione, creato uno spazio politico comune in cui ogni problema sarebbe stato discusso e trattato in una prospettiva unitaria.

Alfredo Frassati, di cui ricordiamo oggi il cinquantesimo anniversario della morte, fu tra i primi ad accorgersene. Nel libro Frassati, l’inventore della «Stampa» (Aragno editore, pagine 266, € 9,90) scritto dalla figlia Luciana Frassati, il curatore Alberto Sinigaglia ricorda che tutto cominciò nel 1894, quando Frassati, all’età di 26 anni, comprò un vecchio giornale, la «Gazzetta Piemontese», fondato nel 1867 da Vittorio Bersezio, e lo sprovincializzò, un anno dopo, chiamandolo «La Stampa».

Dimostrò subito di essere un editore-direttore nello stile di Joseph Pulitzer a New York, lord Northcliffe e lord Beaverbrook a Londra, William Randolph Hearst in California e, beninteso, Luigi Albertini, che avrebbe assunto la guida del «Corriere» pochi anni dopo.

Hanno tutti una doppia natura: vogliono descrivere i fatti e vogliono crearli. Per raccontare ciò che accade nel mondo si servono delle due grandi agenzie create da Paul Julius Reuter a Londra e Charles- Louis Havas a Parigi, ma fanno un maggiore uso degli inviati speciali.

Per creare i fatti annunciano l’evento, lo propongono al Paese, ne sostengono la necessità. Hearst volle la guerra ispano-americana del 1898. Northcliffe fu un ingombrante protagonista del dibattito militare britannico durante la Grande guerra. Lord Beaverbrook, alla fine degli anni Trenta, adottò la linea di Churchill contro quella conciliante e tranquillizzante di Neville Chamberlain.

Frassati e Albertini furono favorevoli alla guerra di Libia nel 1911. Il primo accese gli animi degli italiani con le corrispondenze da Tripoli di un inviato speciale nazionalista, Giuseppe Bevione.

Il secondo raggiunse lo stesso risultato ricorrendo al fascino della poesia e commissionando a Gabriele D’Annunzio le Odi d’oltremare. Avevano molti tratti comuni, ma adottarono posizioni diverse su Giolitti (di cui Frassati fu amico e Albertini avversario) e sull’intervento dell’Italia nella Grande guerra.

Il primo condivideva le preoccupazioni di Giolitti e fece il possibile perché l’Italia restasse neutrale. Il secondo manovrò da via Solferino le file dell’interventismo italiano.

Questa ambivalenza – raccontare i fatti, creare i fatti – predispose tutti gli editori-direttori a incarichi pubblici. Frassati divenne senatore nel 1913, Albertini un anno dopo. Frassati fu ambasciatore a Berlino nel 1920, Albertini fu delegato dell’Italia alla conferenza di Washington sul disarmo marittimo.

Dopo essersi divisi e combattuti su Giolitti e sull’intervento dell’Italia nella Grande guerra, si ritrovarono di fronte al fascismo sulle stesse posizioni. Quando Mussolini divenne presidente del Consiglio, Frassati, allora ambasciatore a Berlino, rassegnò le dimissioni; e Albertini dopo avere inutilmente sperato che il fascismo diventasse una forza costituzionale, continuò a criticare il governo finché ebbe la libertà di farlo.

La conclusione fu, per entrambi, la stessa. Non perdettero la vita, come sarebbe accaduto in altri regimi, ma la loro creatura. Mentre Albertini cedeva all’ultimatum dei Crespi e usciva dal «Corriere», Frassati dovette vendere «La Stampa» al senatore Agnelli.

Né l’uno né l’altro rimasero con le mani in mano. Albertini creò un’azienda agricola e scrisse una storia della Grande guerra che è ancora oggi insostituibile. Frassati si dedicò al risanamento di una impresa colpita dalla crisi del 1929.

Albertini morì tre anni prima della caduta del fascismo. Frassati ritrovò il suo seggio nel Senato della Repubblica, tornò alla «Stampa» con un accordo che gli garantiva un terzo della proprietà e una parte determinante nella gestione del giornale.

Fu un condomino difficile che si concluse nel 1957. Un anno dopo cominciò a scrivere per il «Corriere». Chi lo ricorda dalle colonne di questo giornale può dire con piacere che Alfredo Frassati è anche «nostro».

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