• mercoledì 21 novembre 2018

Quando il medico non diceva

Solo il medico sapeva ciò che era bene e ciò che era male per il suo paziente e, soprattutto, era lasciato alla sua discrezione l’atto di informare o meno il malato o i suoi congiunti sia sullo stato di salute sia sui trattamenti adottati. Nell’antichità vigeva la regola dell’inganno caritatevole nel quale si preferiva far cadere l’ammalato piuttosto che metterlo di fronte a realtà difficili da affrontare o scelte che non era in grado di fare. Le prognosi infauste venivano normalmente taciute, oppure comunicate in maniera distorta oppure ancora il medico era autorizzato a mentire. Tutto ciò rappresentava un modo per lenire la sofferenza in un’epoca che affidava al malato e ai suoi famigliari un ruolo puramente passivo e demandava al medico l’intera responsabilità dell’intervento di cura.

La regola dell’inganno caritatevole trova le sue radici negli scritti del Corpus Hippocraticum risalenti all’epoca del medico greco Ippocrate di Còs e si è tramandata fino ai giorni nostri nei vari codici deontologici della professione medica.

Qualcosa inizia a cambiare nel 1978, anno in cui l’etica medica impone la comunicazione della verità ai famigliari lasciando la discrezionalità al medico di negarla all’ammalato.

Un cambiamento più significativo si ebbe nel 1995 quando il malato acquista il diritto di essere informato in maniera completa e trasparente. Se chiede, il medico deve dire le cose come stanno. Se sta per intraprendere una terapia deve conoscere quello a cui va incontro, i rischi, gli effetti collaterali, ecc.

Evento scatenante di questo cambiamento fu il processo al dott. Carlo Massimo, medico di Firenze accusato di aver sottoposto un’anziana signora a un intervento chirurgico molto rischioso (l’amputazione del retto) in completa assenza di necessità e nonostante che la malata si fosse categoricamente opposta a quel tipo di operazione. La Corte decretò che “ogni essere umano ha diritto di scegliere in piena libertà come concludere la propria esistenza, rifiutando per esempio amputazioni dolorose e umilianti”. Senza il consenso del paziente il taglio operatorio equivale a un colpo di coltello. E se in seguito all’ intervento il malato muore, il comportamento del chirurgo si configura come un omicidio preterintenzionale”. Per approfondimenti sul processo Massimo clicca qui. https://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/1990/10/19/una-lunga-agonia-poi-la-morte-chirurgo.html

E arriviamo al 22 dicembre 2017. Con la promulgazione della legge n. 219 ogni persona ha il diritto di conoscere le proprie condizioni di salute e di essere informata in modo  completo,  aggiornato  e  a  lei comprensibile riguardo alla diagnosi, alla prognosi, ai benefici e ai rischi degli accertamenti  diagnostici  e  dei  trattamenti  sanitari indicati,  nonche’  riguardo  alle  possibili  alternative  e   alle conseguenze  dell’eventuale  rifiuto  del  trattamento  sanitario   e dell’accertamento diagnostico o  della  rinuncia  ai  medesimi.

Quindi oggi ogni cittadino ha pieno diritto di conoscere il suo stato di salute e può operare scelte sulle strategie di cura che il medico ha il dovere di accettare e porre in atto purchè non siano contrarie a norme di legge,  alla  deontologia  professionale  o  alle buone pratiche clinico-assistenziali.

Questa maturazione del rapporto delle persone con la medicina può evolvere, secondo Spinsanti, in due modalità fondamentalmente diverse e contrapposte:

1 – empowerment, la conquista della consapevolezza di sé e del controllo sulle proprie scelte, decisioni e azioni. Il malato è adulto e responsabile e in quanto tale è in grado di decidere della sua vita, il medico diventa il suo consulente esperto che lo accompagna nell’attraversamento della malattia;

2 – informare il paziente per la protezione del medico, paziente informato medico salvato. Da qui la genesi della copiosa modulistica sul consenso informato.

Secondo il pensiero di Spinsanti l’orientamento culturale attuale propende oggi, purtroppo, verso la seconda alternativa.

Il prossimo futuro ci lascia intravvedere un malato altamente informato dotato di tutti gli elementi necessari a prendere decisioni. Va osservato come anche internet fornisca un apporto attivo nella ricerca di informazioni e, per quanto questa fonte si porti dietro un’elevata dose di rischio sulla veridicità delle informazioni e sulla loro adeguata contestualizzazione ai vari casi di malattia, è comunque un segno dei tempi moderni che giocherà un ruolo importante nei rapporti relazionali anche tra medico e paziente.

Da sottolineare tuttavia l’importanza del contatto con gli altri. L’80% delle malattie sono malattie croniche, e in tali situazioni il contatto con gli altri, la rete relazionale, è importante. Le possibilità di stringere relazioni, per esempio attraverso i blog o con le tecniche della medicina narrativa, è importante, specie nelle fasi terminali di malattia.

Ora che il paziente è informato e può prendere le sue decisioni con consapevolezza, il problema diventa come garantirgli che tali decisioni siano rispettate, in special modo se le decisioni riguardano un futuro in cui egli non sarà più in grado di intendere e di volere o si troverà in condizioni di non poter manifestare le sue volontà. Ci dobbiamo interrogare sul perché sempre più persone sentono la necessità di farsi tatuare sul petto la sigla DNR (do not rianimate), in sintesi come possiamo avere la piena sicurezza che le nostre decisioni responsabilmente prese a seguito di una corretta e completa informazione, vengano rispettate?

Per il futuro ci auspichiamo di intraprendere la via della conversazione in alternativa ai moduli della burocrazia. Un “dire” con parole oneste.

Parole oneste nell’intimità della famiglia, parole oneste tra i curanti e parole oneste in ambito sociale.

Una onestà che non sia solo buttare addosso la verità ad un malato impreparato, ma che sia accompagnamento e ascolto.

 

Questo articolo è tratto dalla Lectio Magistralis che il prof. Sandro Spinsanti ha tenuto a Torino il 26/10/2018 in occasione del seminario “Il dire e il fare” organizzato dalla Fondazione FARO.

Sandro Spinsanti è laureato in teologia (con specializzazione in teologia morale e interessi in ecumenismo) e in psicologia (con formazione psicoterapeutica in Analisi Transazionale e terapia della Gestalt)

Ha insegnato etica medica nella Facoltà di medicina dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e bioetica nell’Università di Firenze. (Vedi maggiori dettagli ( http://www.sandrospinsanti.eu/ )

 

Sergio Forno – 31/10/2018