Nella clinica del monastero di Kopan, a Katmandu, ci si cura con diagnostica all’avanguardia e palline ayurvediche. Un mix di Oriente e Occidente. Per stare bene nel corpo, muovendo le emozioni. Bettina Bush, Donna

 

Qui si sana, nel corpo e nella mente. Si viene per elevarsi. Al di sopra della malattia, al di sopra dello spirito e delle emozioni. Lo si fa salendo di piano, in una scalata che è insieme fisica e metaforica.

La clinica è quella di Kopan, a Katmandu, l’unica costruita all’interno di una zona sacra, il monastero buddhista dei Gelugpa, e tra quelle che cercano di fondere – terapeuticamente, seriamente – Oriente e Occidente.

Il piano terra è per la diagnostica, come nei nostri ospedali, e ha tutte le apparecchiature più avanzate: quelle per la radiologia, i laboratori, l’elettrocardiogramma, le ecografie e una sala per piccoli interventi chirurgici; al primo c’è la degenza, al secondo si è già meno pragmatici, perché si praticano medicina tibetana e agopuntura, l’ultimo – da noi impensabile – è esclusivamente dedicato al ritiro e alla preghiera.

Prima premessa necessaria: il termine «emozione» ha un significato diverso nella cultura europea e in quella del buddismo tibetano, spiega Richard Matthieu, monaco e figlio del filosofo francese Jean-François Revel: per noi europei, l’emozione è qualcosa che attiva la mente verso una situazione che può essere, a seconda del caso, dannosa, indifferente o positiva.

Per il buddhismo l’emozione è qualcosa che condiziona la mente, la muove verso una visione, impedendo all’individuo di riconoscere la realtà per quella che è, di distinguere l’apparenza dall’essenza. Per questo il viaggio verso il benessere parte necessariamente delle emozioni del malato.

Seconda premessa, con un flash dallo studio di un medico tibetano, giusto per capire come funziona. A Katmandu bisogna aspettare diversi giorni prima di essere visitati dal dottor Sangje Tsultrim, 71 anni, medico tra i più richiesti e monaco del Chusang Monastery.

Riceve in uno stanzino buio, separato dall’esterno da una tenda, tappezzato da scaffali con barattoli che contengono centinaia di palline marroni, apparentemente uguali per colore e dimensione. Il dottore ha un’espressione grave e gentile; appena il paziente entra, gli chiede: «What’s your problem?».

La domanda è retorica, perché spesso il problema non è lo stesso che Tsultrim scopre alla fine della visita. Che si svolge così: il medico prende la mano del paziente e si concentra sul polso, lo tocca, controlla le pulsazioni. «La tipologia della malattia si rivela qui, nel polso, dove confluiscono ben sei nervi», precisa Tsultrim.

Anche l’urina aiuta a verificare lo stato della malattia. Viene analizzata in base al colore, all’odore, alla densità, e alle bolle che si creano dopo un rapido rimescolamento. Ancora qualche domanda sulle abitudini del paziente, poi Tsultrim passa alla prescrizione della cura.

Sceglie le misteriose palline dai barattoli di vetro, che dovranno essere assunte dopo i pasti, sciolte in acqua calda. Il gusto è decisamente sgradevole, non cambia molto da sacchetto a sacchetto e il beneficio non sarà immediato ma si avvertirà gradualmente, dopo giorni e settimane.

La perseveranza è fondamentale. Le misteriose palline sono il risultato della raccolta di circa 300 piante che crescono nelle montagne intorno, inclusi radici e fiori, ma anche di minerali e prodotti animali. Una pallina può contenere dalle 10 alle 70 sostanze.

Vengono utilizzate centinaia di formulazioni, sempre con lo scopo di ristabilire l’equilibrio perduto con la malattia: «Le piante hanno energia e il potere di curare», spiega Tsultrim. «Le loro proprietà dipendono dal momento in cui vengono raccolte: sviluppo della pianta e condizioni climatiche fanno la differenza.

Poi c’è la raccolta e la preparazione: perfino per seccarle bisogna scegliere il momento dell’anno e le giornate giuste». In caso di malattie particolarmente gravi come il tumore, vengono consigliate le Precious Pills, che contengono anche minerali. In tutti i casi, la guarigione è un processo lento.

A raccontarci come, in un unico centro, si possa trovare un punto di incontro tra questo tipo di medicina e la nostra è Giorgio Armato, chirurgo e missionario, mente e braccio primario di questo centro: «Per costruire questa clinica è stata necessaria l’autorizzazione di un Lama importante, Zopa Rimpoche, membro della famiglia Gelugpa, la stessa del Dalai Lama.

L’ho incontrato per la prima volta nel ’74, alla fine di un viaggio fatto sulle montagne dell’Himalaya. Solo nel ’98, però, gli parlai dell’idea di costruire la clinica. Con mia grande gioia, mi rispose: “Proprio questo è stato da sempre il mio sogno spirituale”».

Quando ha costruito la clinica, quale principio l’ha guidata?

«Realizzare una struttura in grado di eliminare l’origine della malattia, che secondo il buddismo è nel profondo della mente. Non si tratta solo di debellare gli effetti, ma di agire sull’origine, senza tralasciare l’aspetto fisico».

Come è stata accolta la clinica dai 350 monaci?

«La clinica nasce essenzialmente per curare loro. I monaci sono più sani della media delle persone che vivono a Katmandu, perché godono di un’alimentazione e di condizioni igieniche migliori. Molti però, che hanno scelto la vita monastica più per motivi di opportunità che spirituali, se hanno bisogno di cure preferiscono andare in un ospedale della capitale. L’uscita dal monastero rappresenta un’occasione di distrazione dalla routine di Kopan, una sorta di avventura in città, ma non c’è alcuna garanzia di guarigione lì dove verranno ricoverati».

Quanto contano i farmaci e quanto le emozioni nella cura di una malattia?

«Sono convinto che, per arrivare a una guarigione definitiva, il paziente deve lavorare sulle emozioni, purificarle, renderle positive. Ogni emozione ha un aspetto positivo e uno negativo, la rabbia può diventare amore. Gli umori fanno parte della sfera sottile dell’energia dell’uomo, su cui agisce bene la medicina tradizionale, come anche l’agopuntura e la medicina tibetana. I farmaci servono per curare chimicamente gli effetti della malattia, ma non intervengono sulle cause profonde della nascita dello squilibrio».

Come vede la coesistenza delle due culture?

«La tendenza di oggi è di integrare, con sensibilità e intelligenza, e non di escludere. La medicina occidentale si ferma ad analizzare la circostanza e la situazione contingente, quella orientale scava nella storia passata della persona. È una questione di equilibrio».

Quali sono problemi di gestione della clinica?

«Non è facile far collaborare personale che proviene da culture così diverse: ogni volta che ritorno, mi sembra di dover ricominciare da capo. Nella clinica, la medicina e la tecnologia occidentali si usano soprattutto nella diagnosi, ma poi i malati tendono a seguire le cure tradizionali. Manca ancora la coesione tra medicine così diverse: probabilmente soltanto un occidentale che conosca bene le due culture, e che si fermi per un lungo periodo a Kopan, può fonderle. I Lama vorrebbero che lo facessi io, e spero, nel prossimo futuro, di poter essere più presente. L’idea funziona, ma servono mille sforzi per metterla in pratica da lontano. La mentalità dei monaci, come si può immaginare, è fortemente legata alla tradizione, e poco propensa al cambiamento».