Francesco Alberoni, Corriere della Sera.it

Secondo alcuni la civiltà occidentale è in decomposizione e uno dei segni più evidenti di questo processo è la mescolanza dei popoli e la scomparsa di un unico sistema di valori—il relativismo culturale—per cui tutti, privi di un codice etico, perdono il criterio che distingue il bene dal male e, liberi di fare ciò che vogliono, si abbandonano ad ogni eccesso e a ogni sfrenatezza.

Secondo questa tesi l’indebolirsi del nostro sistema di valori renderà impossibile l’integrazione degli immigrati che arrivano da tutto il mondo.
Certo, molti pericoli esistono.

Almeno in Italia si assiste ad un indebolimento della moralità politica, pubblica e privata. Molti ragazzi e soprattutto molte ragazze è come se non avessero mai imparato l’autocontrollo e a porsi una meta. I grandi partiti storici—salvo poche eccezioni— dopo aver perso le loro ideologie e le loro fedi, non sono più in condizione di dare una formazione politico morale ai propri iscritti e di porre un freno agli interessi personali.

Alcuni vizi sono in realtà tradizionali. In Italia c’è sempre stata litigiosità politica. Basta ricordare che Dante è sempre vissuto in esilio perché era stato condannato a morte dai suoi malevoli concittadini.

Per fortuna all’estremo opposto c’è sempre stato un certo grado di lassismo, di buonismo, di pietà tanto nei comportamenti pubblici come in quelli privati. Un aspetto che oggi può anche esser di qualche vantaggio. Il popolo italiano nel suo complesso è accomodante, pietoso, tollerante, accoglie con facilità i diversi, gli stranieri, lascia spazio, si adatta.

In televisione sfilano cialtroni, eroi, scienziati, escort, membri di tutte le etnie, di tutte le tendenze sessuali, tradimenti, divorzi ogni volta digeriti con bonomia, tolleranza. Una specie di «relativismo culturale» popolaresco che può anche favorire la corruzione e perfino la delinquenza, ma contribuisce a rendere meno aspri i conflitti in una società ormai multietnica, multireligiosa e dove ci sono anche forti correnti di ateismo militante.

È come se noi cercassimo una specie di comun denominatore a livello minimo, di pura comprensione, di pura simpatia umana. Per cui — se l’immigrazione continuerà ad essere tenuta numericamente sotto controllo—gli immigrati si inseriranno senza troppi conflitti nel nostro tessuto culturale proprio perché facciamo leva su rapporti emotivi e su principi umani universali, e non cerchiamo di imporre un sistema rigido di valori.

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