Secondo gli esperti del Northwestern Memorial Hospital di Chicago, l’andropausa colpisce almeno 5 milioni di uomini. Depressione, calo del desiderio e vampate sono i sintomi; il testosterone, la cura. A descriverne gli effetti è uno studio europeo che ammonisce: “Attenzione a non confonderli con i segnali dell’invecchiamento”. Giulia Belardelli, Repubblica.it


Andropausa, ipogonadismo tardivo o menopausa dell’uomo: se nelle donne la menopausa è un evento fisiologico che si verifica in un tempo circoscritto, il corrispettivo al maschile è un concetto molto più sfumato, sul quale medici e ricercatori si interrogano da anni. Secondo gli esperti del Northwestern Memorial Hospital di Chicago, il problema riguarda oltre 5 milioni di uomini, ma un gran numero di casi (fino al 95%) potrebbe passare sotto silenzio. La questione, però, è controversa a causa della mancanza di definizioni univoche e linee guida per stabilire quando sia giusto il ricorso a terapie a base di testosterone. Recentemente uno studio pubblicato sulla rivista New England Journal of Medicine ha fatto il punto sui sintomi dell’ipogonadismo tardivo, distinguendolo dalla fisiologica diminuzione di androgeni che si verifica con l’invecchiamento.

Superati i quarant’anni, la produzione di testosterone (il principale ormone sessuale maschile) subisce un lento ma progressivo calo. “Per le donne, l’ovulazione finisce e la produzione di ormoni decresce in un periodo di tempo relativamente veloce, mentre negli uomini i cambiamenti ormonali si verificano più lentamente, con i livelli del testosterone che diminuiscono di circa l’1% all’anno a partire dai trenta inoltrati”, spiega Robert Brannigan, urologo del Northwestern Memorial Hospital.

In alcuni uomini questi cambiamenti avvengono in maniera più netta e si traducono in una serie di disturbi sessuali e non, che possono sfociare nel cosiddetto ipogonadismo tardivo (o sindrome da deficienza testosteronica legata all’avanzare degli anni). Con questo termine ci si riferisce a una condizione associata all’età in cui le gonadi non producono abbastanza testosterone e al di fuori dalle forme di ipogonadismo causate da fattori genetici, traumatici, patologici e infettivi.

Come spiega Amos Pines, professore del Dipartimento di Medicina dell’Ichilov Hospital di Tel-Aviv, i sintomi più comuni attribuiti all’andropausa si dividono in tre categorie: sessuali, fisici e psicologici. Tra i sintomi sessuali (considerati i più specifici) ci sono scarsa erezione al risveglio, diminuzione dei pensieri sessuali e disfunzioni erettili. A tutto ciò si aggiungono spesso problemi fisici come una generale mancanza di energia e vigore, la comparsa di vampate di calore e fenomeni di sudorazione accentuata. Sul piano psicologico, invece, si possono riscontrare sintomi di depressione, senso di stanchezza e sbalzi d’umore.

“Tuttavia – sottolinea Pines – molti di questi sintomi, se non tutti, fanno parte del normale ciclo della vita maschile e non è sempre facile stabilire quando il calo dei livelli di testosterone sia imputabile al semplice invecchiamento oppure alla presenza della sindrome di ipogonadismo tardivo”. Questa difficoltà diagnostica, unita a differenze nelle politiche sanitarie dei diversi paesi, ha portato nell’ultimo decennio a un’estrema variabilità nell’approccio terapeutico, con dei picchi di diagnosi in nazioni come gli Stati Uniti.

A far più chiarezza su quale sia il quadro clinico della sindrome da deficienza del testosterone è lo “European Male Aging Study” (EMAS), uno studio condotto da otto centri di ricerca europei – tra cui il Dipartimento di Fisiopatologia Clinica dell’Università di Firenze – e pubblicato sulla rivista New England Journal of Medicine. La ricerca si è svolta su 3.369 uomini di età compresa tra i 40 e i 79 anni, che sono stati invitati a compilare un questionario e a sottoporsi ad analisi del sangue e test fisici. Dai risultati è emerso che solamente i tre sintomi sessuali (calo della libido, disfunzioni erettili e scarsa erezione al mattino) hanno un’associazione sindromica con livelli del testosterone particolarmente bassi.

Per gli esperti dell’EMAS, dunque, i criteri minimi per una diagnosi di ipogonadismo tardivo sono composti da due fattori: da un lato la presenza di tutti e tre i sintomi sessuali; dall’altro, livelli nel sangue di testosterone totale inferiori a 11 nanomoli per litro e di testosterone libero minori di 220 picomoli per litro. “I nostri risultati  –  ha commentato Fred Wu, professore della School of Biomedicine dell’Università di Manchester (Gb)  – suggeriscono che il trattamento con testosterone può essere utile solo in un numero di casi relativamente basso, pari al 2% degli uomini tra i 40 e i 79 anni”.

“Questi nuovi criteri  –  ha aggiunto Wu  –  dovrebbero mettere in guardia contro una diagnosi troppo facile di ipogonadismo tardivo”. Si tratta, infatti, di un disturbo i cui sintomi tendono spesso a sovrapporsi alle normali conseguenze dell’invecchiamento e agli effetti collaterali di patologie come l’obesità e/o un cattivo stato di salute generale. “Di fronte alla comparsa dei sintomi tipici dell’andropausa è bene consultare il proprio medico e fare tutti gli accertamenti del caso per provare a definire la diagnosi”, ha sottolineato Brannigan del Northwestern Memorial Hospital. “Soprattutto, è importante accertarsi se sia opportuno o meno ricorrere alla somministrazione di testosterone date le singole circostanze. Un trattamento del genere, infatti, potrebbe non essere indicato nei pazienti con anamnesi di tumore alla prostata e problemi cardiocircolatori”.

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