Il guru mondiale dell’omeopatia, Christian Boiron, propone una nuova visione della vita e della salute, non più fondata sullo spirito di competizione. Per guarire bisogna fare pace all’interno di sé. La Stampa.it


Il modello fondamentale della nostra civiltà, l’eroe dei tempi moderni, è sempre quello che combatte. Contro la violenza, la miseria, la malattia, contro i concorrenti, la stupidità e la morte. Ci inventiamo dei nemici per mettere in maggior risalto la forza e la bellezza delle nostre virtù combattive, con l’obiettivo di alimentarle, condividerle e farle riconoscere come essenziali.

Spirito di competizione, aggressività e violenza sono ovunque e ci viene incessantemente ripetuta la necessità di essere «combattivi». Molte aziende, partiti politici e governi profondono tesori di ingegnosità per mettere in pratica «l’arte della guerra».

Si fa sempre più spesso riferimento a piani di campagna, strategie, attacchi e leadership, a dimostrazione di come le parole e il clima della guerra abbiano progressivamente invaso il nostro territorio. Nemmeno il campo della salute sfugge a una certa rappresentazione guerriera della vita: si deve combattere contro lo stress, l’alcol, la droga e il fumo, contro le malattie, i virus e i batteri.

Si interviene sulla malattia senza cercare né di conoscerla a sufficienza, né di capirne la causa e spesso non si esita a utilizzare rimedi che possono avere effetti indesiderati, senza domandarsi se esistano invece altri metodi più adatti e non tossici.

In questo modo si rischia di focalizzarsi esclusivamente sull’ipotetico agente causale esterno, considerando l’organismo umano come un campo di battaglia dove farmaci sempre più potenti devono combattere nemici sempre più temibili. Il nostro corpo in crisi deve essere veramente trattato come un nemico? Non vi sono altre visioni possibili della fisiopatologia?

Certamente esiste una sola medicina, ma vi sono diverse concezioni possibili della malattia. Si possono considerare i sintomi del malato come una malattia in sé, ma li si può anche considerare manifestazioni di uno squilibrio più profondo dell’intera persona, che può avere un’origine psichica, alimentare, osteoarticolare, affettiva, professionale ecc.

La malattia richiede che si faccia pace all’interno di sé. Lottando contro la malattia, la persona lotta contro se stessa, ma non dimentichiamoci che non si può dichiarare guerra e allo stesso tempo fare pace. È importante tener conto a sufficienza dello straordinario potenziale di salute che è insito in ciascuna persona e ricordarsi che l’Uomo è una creatura di Dio.

«Dio è in noi», diceva padre Albert Chassagneux, il mio cappellano del liceo Ampère di Lione. E Dio, per definizione, ci conosce meglio di quanto conosciamo noi stessi. Ha previsto la malattia e ha dato all’uomo i mezzi per uscire dalle crisi che chiamiamo «malattie».

Ma invece di ascoltarle come segnali di allarme destinati a farci cambiare comportamento, ci ostiniamo a farle sparire senza cercarne il significato, senza ascoltarne il messaggio. Ambroise Paré, famoso medico francese considerato come il padre della chirurgia moderna, diceva: «Io l’ho curato, Dio l’ha guarito!».

Molti secoli prima, Ippocrate affermava: «Natura medicatrix», la natura è medicina. A condizione però di lasciarla fare e di non metterle troppo i bastoni tra le ruote. Per questo motivo ai medici consigliava, nella sua famosa scuola dell’isola greca di Kos, di stare soprattutto attenti a non nuocere ai pazienti: «Primum non nocere».

In molti casi la malattia fa già parte del processo di guarigione, ma invece di rispettarla la si blocca. La malattia, in realtà, è sia una guida sia un processo di guarigione. Come guida, ci invita a sviluppare l’attitudine che ci serve di fronte alla crisi che attraversiamo. Come processo di guarigione testimonia che il nostro organismo ha già iniziato a risolvere il problema.

È importante avere quindi un’attitudine basata sulla fiducia nel potenziale di autoguarigione del malato. Si tratta di aiutarlo a superare naturalmente la propria crisi dopo averne eliminato le cause, invece di sostituirsi a lui in questo «lavoro».

Di conseguenza, l’arte medica corrisponde alla capacità di adattare la strategia terapeutica al paziente e richiede la conoscenza dei diversi metodi di cura per poter proporre la scelta migliore. Dopo gli studi, il medico «vero» si trova a dover reimparare tutto: la vita, la morte, le psicologie, l’umanesimo, la sofferenza e le diverse terapeutiche a disposizione.

Omeopatia, chirurgia, agopuntura, psichiatria e osteopatia racchiudono tutte – oltre al proprio potenziale terapeutico specifico – anche uno sguardo particolare sulla fisiopatologia, ossia sulle relazioni tra buona salute e malattia.

In tal senso, la conoscenza approfondita di un metodo terapeutico come quello dell’omeopatia porta in genere il medico ad avere una visione più ampia e più ricca della malattia. Un medico divenuto «omeopata», quindi, non è soltanto un esperto nell’arte di prescrivere i medicinali omeopatici, ma è anche un «altro medico».

In quanto «terapeuta» saprà combinare le diverse strategie di cura tenendo conto della modalità reattiva del malato. Saprà quindi scegliere quando ricorrere ai mezzi della «medicina dura» – quali chirurgia, terapia antibiotica, morfinici o corticosteroidi – e quando prescrivere le «medicine dolci» quali omeopatia, agopuntura, osteopatia.

Il vantaggio di queste alternative terapeutiche diventa quindi duplice: da un lato apportano una complementarietà efficace o addirittura essenziale e dall’altro arricchiscono e ampliano la cultura medica.

La concezione della felicità che ho illustrato nel mio ultimo libro Siamo tutti fatti per essere felici potrebbe essere insieme il presupposto e la conseguenza di una nuova visione della vita in ogni suo aspetto: quello della salute, della malattia e della morte, spingendo la riflessione oltre che sul piano medico, anche sul piano pratico e metafisico, sociale e politico-economico.

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