Il libro di Ezio Mauro e Gustavo Zagrebelsky, “La felicità della democrazia”, ci ricorda l’importanza vitale della democrazia. Hanno ragione, ma l’assenza di dittatura non basta se poi soffochiamo sotto il peso dell’avidità e degli interessi personali che si sostituiscono alla ricerca del bene comune. Giorgio Bocca, L’Espresso.it

 

Nel loro dialogo sulla felicità della democrazia Ezio Mauro e Gustavo Zagrebelsky affermano la superiorità di una forma di società che consente a tutti, non solo ai pochi privilegiati, di pensare, di comunicare, di scrivere, di fare affari come politica, di esistere in libertà senza tema del poliziotto che ti suona alla porta all’alba, delle spie che riferiscono le tue parole agli intolleranti.

Chi ha avuto l’esperienza di vivere in entrambe le società, la libera e l’autoritaria, ricorda molto bene che il duro prezzo da pagare nella seconda non era sempre la galera o la privazione delle libertà individuali, ma l’umiliazione continua di dover mentire o tacere, di dover essere muto di fronte alle più sfacciate violazioni della verità e della ragione. Ne ho un ricordo vivissimo.

Si era nei giorni della guerra contro la Grecia, la spedizione assurda voluta dal clan Ciano-Mussolini solo per tentare un’impari competizione con le guerre lampo dei nazisti in Polonia e in Norvegia. E invece di un facile successo era stata una ritirata e sarebbe stata fatale se gli alpini della Julia non avessero fatto baluardo. Al confine tra Italia e Francia, a Mentone, i francesi avevano esposto dei cartelli irridenti: “Grecs arretez-vous, içi France”.

E in uno di quei giorni di umiliazione e di vergogna il federale fascista della mia città ci aveva radunato in un teatro per risollevare gli animi, e mentre diceva le menzogne della propaganda, il famoso “adesso viene il bello”, io in platea fra gli altri studenti avevo voglia di alzarmi a gridare: “No, non è vero, questa è una guerra già persa, il nostro riarmo è solo un bluff, le artiglierie che avevate promesso non ci sono, l’aviazione non si è mossa neppure durante la spedizione francese nelle acque di Genova”. E invece tacevo, perché come tutti avevo paura di finire in galera o al confino. E subivo tutta l’umiliazione di tacere che è la peggior cosa che ci sia in una società autoritaria.

Hanno toccato un tasto giusto Mauro e Zagrebelsky parlando della felicità della democrazia, la felicità di essere, di sentirsi uomini liberi. Tutti, liberi di vivere la vita nelle sue infinite forme, di manifestare, di realizzarsi come cittadini, di assumere diritti e doveri. Questa felicità non è un bene astratto o uno stato ideale irrealizzabile, è qualcosa di estremamente concreto e cogente, qualcosa che ha spronato una generazione a volere e a fare la guerra partigiana, la guerra di liberazione dagli occupanti tedeschi.

Viene proprio da dire dell’Italia di oggi che questa ricchezza in buona parte sopravvive, quotidianamente ne godiamo, stanno però crescendo gli impedimenti di quel potere fortissimo che è il denaro, gli interessi personali, il peso di controllo e di soffocamento progressivo che gli interessi materiali hanno sostituito al binomio giustizia e libertà, che è l’essenza della democrazia.

Ho sentito dire da amici questa amara riflessione: siamo liberi ma la mediocrità della vita ci sta soffocando. Apro la televisione, i giornali, ascolto le radio: è una marea di falsità e di stupidità che non ci dà tregua. Seguo i dibattiti politici, un bla bla bla ripetitivo, parole elusive prive di senso, una recita che ha dell’osceno perché capisci benissimo che i buoni intenti sono una copertura, un diversivo, e che al contrario tutti pensano ai buoni affari. Da cui una sorta di nausea per la politica in generale, vissuta come un colossale inganno e presa in giro, con quel presidente virtuoso che continua nelle buone prediche mentre attorno a lui ogni giorno, a ogni ora c’è qualcuno che ruba o malversa.

La democrazia è il modo migliore di vivere associati, le sue forme sono le migliori, le sue ragioni inoppugnabili, ma se lascia che gli interessi privati prevalgano sui generali può diventare oggetto di feroci critiche e di odio, come all’inizio del secolo scorso, quando l’odio per la democrazia divampava in tutta Europa e creava i mostri del fascismo.

 

Note biografiche

Giorgio Bocca nacque a Cuneo nel 1920 da genitori entrambi insegnanti. Studiò alla facoltà di giurisprudenza a Torino e si iscrisse al Gruppo Universitario Fascista (Guf), nel cui ambito divenne piuttosto noto a livello provinciale anche per i suoi risultati nelle competizioni sciistiche, tant’è che ricevette la medaglia d’oro nel 1940 a Roma da Benito Mussolini. Allo scoppio della guerra, ormai ventenne, venne chiamato alle armi come allievo ufficiale nel Regio Esercito nel corpo degli Alpini. Nel giugno del 1940 partecipò alla Battaglia delle Alpi Occidentali insieme allo scrittore Mario Rigoni Stern, all’alpinista e maestro di sci Gigi Panei e alla guida alpina Renato Chabod. Sotto le armi strinse amicizia con Benedetto Dalmastro, in contatto con Duccio Galimberti; insieme a queste due figure, fonderà dopo l’armistizio le formazioni partigiane di Giustizia e Libertà.

Dopo l’8 settembre 1943 Giorgio Bocca aderì infatti alla lotta partigiana, operando nella zona della Val Grana come comandante della Decima Divisione Giustizia e Libertà e, successivamente, in Val Maira in qualità di Commissario politico della Seconda Divisione Giustizia e Libertà.

Giorgio Bocca iniziò a scrivere fin da adolescente, nella seconda metà degli anni trenta, su periodici a diffusione locale. Successivamente, dal 1938 al 1943, scrisse anche per la testata cuneese “La Provincia Grande”, Sentinella d’Italia. Alla fine della guerra, riprese l’attività giornalistica, scrivendo per il giornale di Giustizia e Libertà finché fu chiamato a lavorare per la Gazzetta del Popolo dal liberale Massimo Caputo che ne era il direttore, quindi per L’Europeo. Negli anni sessanta iniziò a lavorare presso Il Giorno a seguito della nomina a direttore di Italo Pietra, qui si affermò definitivamente come inviato speciale con inchieste sulla realtà italiana.

Nel 1976 fu, insieme ad Eugenio Scalfari, tra i fondatori del quotidiano la Repubblica, con cui da allora collaborò ininterrottamente. Tenne ininterrottamente sul settimanale L’Espresso la rubrica “L’antitaliano” che sospese solo un mese prima di morire. Bocca affiancò alla principale carriera di giornalista l’attività di scrittore: il suo interesse si focalizzò principalmente sulla crisi sociale, che – nella sua interpretazione – generava il terrorismo, di cui raccontò la storia e intervistò i protagonisti. Si interessò anche di aspetti relativi al divario geografico dell’economia e del sociale in Italia, affrontando la questione meridionale e l’avvento del fenomeno leghista all’inizio degli anni novanta.

Bocca scrisse anche diverse importanti opere storiche, tra cui alcune incentrate sulla sua esperienza partigiana.

Giorgio Bocca morì dopo una breve malattia nella sua casa di Milano il giorno di Natale del 2011, a 91 anni. I funerali si svolsero nel Monastero di San Vittore al Corpo a Milano alla presenza di numerosi esponenti del giornalismo italiano; la salma, dopo essere stata cremata, è stata tumulata a La Salle in Valle d’Aosta.

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