Da La Stampa, la risposta di M. Gramellini a una madre che ha perso la figlia per linfoma.

 

Mia figlia Elena è volata in cielo da più di due anni, dopo averne compiuti 18 senza rendersene conto, nel reparto di rianimazione che l’ha accolta nei suoi ultimi giorni. Si era ammalata di linfoma, e dopo una  pesante chemioterapia sembrava avercela fatta, ma la battaglia è ricominciata: Elena ha affrontato il trapianto di midollo donatole dalla sorella maggiore. Per una beffa atroce del destino il trapianto sembrava riuscito, ma Elena è stata stroncata dalle cure che necessariamente lo avevano dovuto precedere.

Ho cinquantuno anni, un marito che sono sempre felice di riabbracciare la sera, due figlie amatissime e affettuose, insegno in un istituto tecnico e cerco comunque di guardare in faccia i miei alunni spesso indisponenti e svogliati, ma sempre affascinanti. Abbiamo alcuni cari amici molto diversi fra loro, come è bene per non rischiare di scivolare nella mera osservanza di convenzioni sociali. E poi ho questo enorme dolore che cerco quotidianamente di trasformare in amore. Solo da rapporti umani sinceri, profondi, curati come piante delicate, trovo conforto e a volte perfino qualche sprazzo di gioia.

Elena è stata meravigliosa, ha affrontato tutto con forza e dignità grandi, ha dimostrato di amare la vita incondizionatamente e di amare, quindi, le persone che le erano accanto, pur essendo spesso rigida e intransigente come solo gli adolescenti sanno essere. Nei lunghi mesi della malattia fra noi due si è amplificato un legame già profondo e palpitante che mi permette, ora che non la vedo e non la … sgrido più, di sentirla comunque presente e vivissima.

Pochi mesi prima di lasciarci, quando l’ultima fase della battaglia infuriava già, ha trascritto sul suo diario questa frase che credo ricavata dalla canzone di un musicista indiano: “Yesterday is history, tomorrow is a mistery and today? Today is a gift, that’s why we call it the present” (Ieri è storia, domani un mistero e oggi? Oggi è un dono, perciò lo chiamiamo presente). Sono profondamente credente, cerco di non chiedermi il perché di tutto questo (in fondo non ci chiediamo mai perché tante cose ci vanno assolutamente bene, non ti pare?) e provo ad accettare il cammino che è stato preparato per me. Ogni mattina cerco di accogliere il giorno come un dono e mi aspetto sempre che qualcosa di buono accada. “Tutto è già scritto, eppure niente si può leggere”, scrive Baricco in Castelli di rabbia, frase magica che Elena, accanita lettrice come me, aveva sottolineato. Non possiamo leggere, ma dobbiamo vivere con fiducia, amore, entusiasmo, forza e ironia.

Renata 1956

 

Mi sono messo in tasca le tue parole, Renata, per tirarle fuori ogni tanto e annusarle un po’. C’è la vita li dentro, spolpata di ogni luogo comune. La vita autentica, con le sue prove imperscrutabili e la sua energia d’amore, imperscrutabile anch’essa.

Come si sopravvive ad un dolore che atterra? Soltanto così. Senza perdere la speranza che la vita, questa vita, abbia un senso. E non è vero che per crederci occorra essere dei guru, come mi sono sentito dire di recente da una persona che nel male individua la prova dell’inesistenza di un piano superiore.

Chiunque abbia avuto un incontro diretto con l’incomprensibile, di solito attraverso la perdita di una persona cara, è costretto a porsi determinate domande, che poi si riducono sempre alla stessa: perché? Nessun ragionamento logico riesce a dare una spiegazione. Bisogna aprire il cuore e restare in ascolto: la risposta arriva, ma non passa mai dal cervello. Ad un certo punto te la senti scorrere nelle vene come il sangue. Difficile imprigionarla in un concetto, in una frase. Le verità più profonde, ed è ciò che la mentalità scientifica si rifiuta di accettare, si comunicano solo attraverso il linguaggio impalpabile delle suggestioni intuitive.

Provo a catturarne la scia in un’immagine: siamo come attori di un film e recitiamo singole scene senza conoscere il peso che le nostre battute avranno sull’economia complessiva della trama. Il film è uno, come il regista. Gli attori una moltitudine, ma a ciascuno di essi è stata assegnata una parte unica. Alla fine di ogni giornata di riprese, i più bravi hanno la possibilità di sedersi in poltrona e vedere tutto il film, rifinito e montato. Invece agli altri toccherà tornare sul set, a girare le scene venute male, quelle in cui hanno deluso le attese di un regista che ai suoi attori chiede sempre la stessa cosa: di esplorare ed estendere i loro limiti, tirando fuori il coraggio, inteso come superamento cosciente della paura. Paura di non essere capaci, di non essere capiti, di non essere amati.

Alla coraggiosa Elena, evidentemente, mancavano solo poche scene per completare l’opera, per questo se l’è cavata tanto in fretta. Ma se le avrà girate nel modo giusto, ora è lì che si riposa e gusta il film, riuscendo finalmente a comprenderlo. Noi siamo più indietro col copione: continuiamo a muoverci sul set senza capirci un tubo, circondati da persone che ci ripetono che il film non esiste, nel caso migliore è una burla e nel peggiore uno schifo. Eppure sappiamo che lo dicono solo per paura. Il film esiste. Ce lo sentiamo nelle ossa che esiste. E tanto ci basta per andare avanti.

Ha ragione Baricco: niente si può leggere. Ma tutto si può ancora scrivere. Anche ciò che sembra già scritto. Perché, come diceva la tua Elena, il futuro è un mistero, ma il presente “is a gift”, è un dono. Da non buttare via.

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